L’Italia dei senza lavoro. Quando un padre deve dire al figlio: “vai all’estero”

disoccupazioneL’Italia se la passa male. E soprattutto al Sud ce la passiamo male. Alzi la mano chi ha cercato e trovato negli ultimi dodici mesi un’occupazione soddisfacente vicino casa. Soddisfacente, è questa la parola chiave. Non lavoretti a provvigione che, nella migliore delle ipotesi, vi permettono di intascare quei trecento euro per concedervi qualche sfizio nei fine settimana. Alcuni giorni fa ci siamo trovati, nostro malgrado, ad ascoltare una storia che forse è lo specchio dei tempi. Ci perdoneranno le persone citate, dovessero riconoscersi nei dialoghi e nelle vicende, che però ci sono sembrate meritevoli di essere raccontate.

Ci trovavamo in Calabria, su un vecchio treno regionale locale. Davanti a noi stava seduto un signore sulla settantina, dall’aria stanca. Passa un controllore distratto, ma gli casca l’occhio sul signore, che riconosce: è un suo collega ormai in pensione. I due si salutano calorosamente, come vecchi amici. Il controllore, anch’egli prossimo alla pensione, ha finito il turno e sta tornando a casa. Si siede anche lui e i due iniziano a parlare. Nostro malgrado, non possiamo fare a meno di ascoltare.

Mario (nome di fantasia), il ferroviere in pensione, ha in effetti quasi settant’anni. E alla domanda classica e scontata del collega, “come te la passi?”, storce un po’ la bocca e risponde scoraggiato. Ha dovuto lasciare la casa di Reggio, dice, l’affitto costava troppo. Ha preso armi e bagagli, moglie e un figlio, ed è andato a stare in quella estiva di Scilla. La pensione non basta più. Mese dopo mese, euro dopo euro, si è andata assottigliandosi. Meno di 1500 euro non erano sufficienti. E non lo sono neanche adesso.

sicurezza_lavoroPerché Mario ha a carico un figlio di trent’anni che non riesce a trovare lavoro. Ci prova, ma nulla, non riesce a trovare un’occupazione che gli permetta di andar via di casa. E così, dice, gli ha suggerito di andare all’estero, di raggiungere il fratello in Australia. Lì, spiega Mario all’ex collega, il lavoro si trova. Che ci provi almeno, e che si tiri dietro anche il terzo fratello, quello che un lavoro ce l’ha, ma 800 euro al mese non bastano, e ogni tanto spunta a casa per chiedere qualcosa.

Può un padre acciaccato, anziano, dire a un figlio di andare dall’altra parte del mondo per crearsi un futuro? Evidentemente sì. Sembra di essere ritornati ad un secolo fa, quando si partiva per l’America in cerca di una vita migliore. Ci scuseranno i protagonisti per un’altra cosa: questa storia ci ha messo una grande tristezza. L’Italia, il Sud, la Calabria, sono davvero così disastrati da non fornire altre alternative?

Una voce registrata annuncia l’arrivo alla stazione di Villa. È la nostra fermata e ci alziamo per andare verso l’uscita. Prima di scendere dal treno cogliamo un’ultima, significativa frase. Mario dice al collega: “la crisi c’è da dieci anni? Vedrai che durerà altri vent’anni. E a mio figlio ho detto che non può aspettare fin quando avrà cinquant’anni. Che lavoro potrebbe trovare? Deve andare via adesso e fregarsene di noi”. Un futuro migliore è davvero così lontano? Così lontano sia nel tempo che nello spazio? Caro Mario, speriamo davvero tu ti stia sbagliando. Anche se in fondo, da molti punti di vista, non si può non pensarla come te.