Il giornalista reggino in carcere da 6 giorni diventa un caso nazionale mentre in città è calato il silenzio…

09-gangemi-iDa quando s’è trovato la polizia al campanello di casa alle nove del mattino, sabato scorso, sono passati esattamente 6 giorni. E dopo 144 ore è ancora lì, in carcere, dietro le sbarre come se fosse un delinquente, un criminale. Ma Francesco Gangemi (nella foto), noto giornalista reggino, sta vivendo questo momento con straordinaria dignità nonostante gli acciacchi dell’età: ha 79 anni ed è gravemente malato ma al tempo stesso orgoglioso e fiero. Fiero della sua storia, del suo impegno professionale e civile sempre caratterizzato dalla libertà. Non appena gli ufficiali delle forze dell’ordine sono andati a casa sua per prenderlo e portarlo in galera, dopo un iniziale momento di smarrimento e sorpresa per un provvedimento fino a quel momento neanche lontanamente immaginabile, ha dimostrato questo straordinario atteggiamento super-dignitoso: è andato a farsi la doccia, ha indossato giacca e cravatta e s’è lasciato guidare in carcere. “Non dimenticherò mai il garbo immenso e lo straordinario tatto di quei tre poliziotti – confida ai microfoni di StrettoWeb il figlio Maurizio, anche lui stimato e apprezzato giornalista reggino – sembrava che stessero arrestando se stessi. Purtroppo non potevano fare diversamente, stavano solo eseguendo l’ordine di un magistrato, ma hanno reso meno amaro un momento così terribile. Lo stesso stanno facendo tutti gli operatori del carcere, dal direttore agli addetti fino agli stessi carcerati. I compagni di cella di papà lo trattano nel modo migliore possibile, gli hanno liberato il letto migliore, lo chiamano “dottore”, gli preparano da mangiare. Ha 80 anni e sta male, non è in grado di sostentarsi da solo e lì dentro l’hanno capito tutti sin dal primo momento“. Quello di Gangemi, intanto, sta diventando un vero e proprio “caso” nazionale: tanti “big” del giornalismo italiano sono intervenuti non solo esprimendo la solidarietà più totale, ma anche promettendo azioni concrete. Maurizio ha ricevuto una telefonata da Alessandro Sallusti che ha chiesto il contatto dell’avvocato che sta seguendo il caso del padre mentre una segretaria di Michele Santoro gli ha chiesto la disponibilità di recarsi a Roma per raccontare la storia di suo padre in una puntata di “Servizio Pubblico“.

Man Behind BarsIntanto solo poche settimane fa i giudici di Strasburgo hanno accolto il ricorso di Maurizio Belpietro contro la condanna a 8 mesi di carcere per un simile reato d’opinione: i giudici europei avevano sentenziato che il carcere per i cronisti è una sanzione eccessiva e non proporzionata agli scopi della pena. Su questo lavorano gli avvocati di Gangemi, che intanto hanno chiesto l’immediata scarcerazione su cui dovrà arrivare a breve una risposta che tutti noi ci auguriamo sia positiva.

La reazione dei vertici della Federazione nazionale della stampa e dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti è stata veemente con una richiesta di risposte da parte delle cariche istituzionali dello Stato. “Quanto accaduto al giornalista Gangemi – hanno dichiarato Franco Siddi e Carlo Parisiappare una mostruosità difficilmente concepibile per qualsiasi ordinamento democratico che si fondi sulla libertà d’espressione, di stampa e sul pluralismo delle idee: sorprende che la magistratura, pur in presenza di una legislazione che prevede il carcere per i reati di diffamazione a mezzo stampa e che perciò è stata giudicata incompatibile dalla Corte dei diritti dell’uomo, non abbia individuato misure alternative alla detenzione, riconosciute in quasi tutte le parti d’Italia a fior di delinquenti per crimini efferati di ben altra natura”. La Federazione della stampa si rivolge ancora una volta al Parlamento affinché approvi con urgenza la legge sulla diffamazione per evitare il ripetersi di “questi dolorosi sconci”.

Insomma, quello di Gangemi sta diventando un “caso” su cui si lavora anche a livello legislativo: eppure sulla vicenda in città è calato il silenzio. E’ davvero paradossale come proprio a Reggio tutti tacciano su un episodio così agghiacciante che coinvolge un collega e rimbalza sui mass-media di tutt’Italia, da Radio a Tv, dai quotidiani al web.

Dalle istituzioni silenzio assordante, così come dal mondo politico. L’unico ad esporsi è stato Antonio Eroi, presidente del Consiglio provinciale di Reggio Calabria: “nonostante la Corte europea abbia da poco emesso sentenze che bocciano ‘l’esistenza stessa di una sanzione penale sulla libertà di opinione ed informazione perché tale da provocare un effetto dissuasivo sul contributo che la stampa porta al dibattito su temi di interesse generale’ come evidenziato dalla stessa Corte, a Reggio Francesco Gangemi, giornalista 79enne, è stato arrestato per tale reato pochi giorni fa, e ad oggi ancora nessuno è intervenuto pur essendo il Gangemi affetto da gravi malattie, a dispetto di tutti gli interventi dettati da sdegno e solidarietà, a partire da quello di Fnsi. Senza entrare nel merito della sentenza di condanna che ha colpito Gangemi, voglio esprimere tutta la mia contrarietà per questa detenzione che, oltre a ledere il diritto alla libera informazione sancito e tutelato in territorio Ue, rischia di trasformarsi in tragedia considerata l’età dell’arrestato e le sue precarie condizioni di salute“. Eroi ha concluso con un appello al figlio del giornalista tratto in arresto: “Purtroppo non è nelle mie competenze chiedere un provvedimento di Grazia al presidente della Repubblica, ma sarò al fianco del figlio di Gangemi, Maurizio, che invito sin d’ora a chiedere l’intervento di Napolitano in tale direzione. Fatti del genere non dovrebbero più accadere in Italia, la personale vicenda di Francesco Gangemi ci obbliga ad esprimere una solidarietà che va oltre il mero aspetto umano: è un’offesa al diritto d’opinione“.

Ma quella di Eroi è solo una goccia nell’oceano. La città intera avrebbe dovuto schierarsi inequivocabilmente dalla parte di questo suo giornalista che sta occupando le cronache nazionali. Certamente Gangemi con il suo stile pungente e aspro, nel corso degli anni non s’è certo creato tanti amici in città, in modo particolare nel mondo della politica. Ma quello che ha sempre scritto, a prescindere dal merito delle varie osservazioni, l’ha fatto in modo libero, senza padri, padrini e padroni che gli indicassero cosa fare come accade – ad esempio – con coloro che oggi hanno deciso di far calare il silenzio su un fattaccio che meriterebbe nove colonne in prima pagina per una settimana intera.

Quello di Gangemi è un episodio che deve farci riflettere non solo sui problemi della giustizia italiana e della magistratura, ma anche sullo “stile” tipico della nostra città in cui neanche quando si tratta di episodi così lampanti e basilari (stiamo parlando di diritti umani) riesce a fare fronte comune…