Le inchieste di StrettoWeb: storia e (non) sviluppo del Porto di Gioia Tauro

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images 3Il Porto di Gioia Tauro è il più grande terminal commerciale del Mediterraneo, crocevia, dati del 2011, di una media di 2.304.982 container l’anno. Risulta essere il primo scalo italiano per movimentazione distaccando nettamente i principali porti italiani: da Taranto a Cagliari, da La Spezia a Genova

Le origini dell’imponente “costruzione”, (lo scalo di Gioia Tauro è tra i più “ampi”, per superfice, porti d’Europa: Imboccatura: larghezza 280 m, Bacino di rotazione – Sud: diametro 750 m, Bacino di rotazione – Nord: diametro 450 m, Banchina per transhipment container: lunghezza 3380 m, Banchina per transhipment automobili: lunghezza 670 m, Banchina per traffico commerciale e passeggeri: lunghezza 991 m, Banchina per darsena di servizio: lunghezza 257 m, Banchina pontoni: lunghezza 200 m, Canale: larghezza 260 m, Profondità fondali: 12,50 – 18,00 m), sono riconducibili alla situzione confusionaria presente in Calabria intorno a fine anni ’60, inizi anni ’70. Determinante fu la situzione politica precaria, con lo scoppio dei cosiddetti “fatti di Reggio”, avvenuti per l’assegnazione del capoluogo a Catanzaro. Dopo lunghe trattative, furono adottate delle misure compensative per la mancata assegnazione del capoluogo di Regione a Reggio Calabria. Tali misure (delineate dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, il democristiano Emilio Colombo) comprendevano: la progettazione del Polo Siderurgico reggino, che sarebbe dovuto divenire il quinto centro siderurgico italiano, la Liquichimica di Saline e la SIR di Lamezia Terme. Nessuno di queste tre misure andò a buon fine per vari motivi (burocrazie e sovvraproduzione di acciaio)

L’area di Gioia Tauro venne in seguito designata come sede di una centrale a carbone. Essa non fu mai realizzata, per il “no” deciso delle popolazioni locali, di numerosi sindaci, movimenti ed associazioni del luogo, ma l’area interessata dai lavori (fu gettata la “prima pietra”), fu infine destinata ad un porto commerciale, che doveva essere volano di sviluppo per il territorio. Per la “costruzione del porto” fu letteralmente cancellata la frazione di Eranova ( a metà strada tra Gioia Tauro e San Ferdinando), con i cittadini costretti, grazie agli aiuti statali, a recarsi in altri siti, cosi come furono sdradicati alberi e piantagioni. Lo scalo divenne attivo nel 1994.

Lo sviluppo dello Porto fu complesso e contraddittorio. Sin da subito, lo scalo, fu sotto lo scacco delle potenti cosche mafiose del territorio, in particolare dei Molè, dei Piromalli e delle famiglie di ‘ndrangheta del reggino a loro vicine. Difatti, sono all’ordine del giorno, le operazioni di polizia e guardia di finanza per “frenare” il traffico di stupefacenti. Ogni anno, nell’area portuale, vengono sequestrati grandi quantità di sostanze illegali che arrivano dall’Europa e Sud America. Basti pensare che, secondo studi statistici, circa il 90% della cocaina europea ha come scalo il Porto di Gioia Tauro. Numerosi sono, anche, i sequestri di merci contraffatte e di armi

La Commissione parlamentare antimafia, guidata da Francesco Forgione, durante il secondo governo Prodi, ha concluso che la criminalità organizzata “controlli gran parte dell’attività economica intorno al porto e utilizza l’impianto come base per il traffico illegale”.

Tante sono state le inchieste effettuate dalle Procure dove, tra le altre, si è scoperto che la ‘ndrangheta ha tentato di condizionare Medcenter Container Terminal, allorquando essa, nel 1994, “affittò” da Contship Italia, l’intera area portuale. Il condizionamento prevedeva il pagamento di un ingente somma di denaro (“mazzetta”) per ogni contenitore trasbordato. Numerose le persone arrestate o indagate.

Difatti, il Porto di Gioia Tauro, non è mai riuscito ad essere un volano di sviluppo del territorio. I motivi sono numerosi: criminalità, burocrazie, crisi, incapacità politica. L’occupazione, che in parte c’è stata, non è riuscita ad essere talmente “forte” da frenare la grande mancanza di lavoro del territorio e, la crisi, in atto da anni, ha portato a numerosi licenziamenti o a casse integrazioni. Si aspetta, quindi, finalmente, un governo centrale che creda veramente nelle potenzialità di una struttura, attraverso dei finanziamenti mirati e una progettualità a lungo termine, che potrebbe sviluppare un intera regione martoriata da numerose problematiche.

Dieci punti da realizzare per dare valore aggiunto al porto di Gioia Tauro e contribuire a superare la crisi. Sono quelli su cui hanno concordato tutti i partecipanti agli Stati generali del porto organizzati dall’europarlamentare del Pd Pino Arlacchi, nel 2012, con la collaborazione dei Comuni di Gioia Tauro e San Ferdinando.

Al primo punto nell’elenco delle priorità  individuate nel corso della due giorni degli Stati generali, la creazione della zona Zes (Zona economica speciale) definita da Arlacchi come ”la bandiera di prospettiva di tutti gli attori del porto”.

Al secondo punto del decalogo per lo sviluppo dello scalo gioiese e’ stata indicata l’istituzione dello Sportello unico investitori per l’area retro portuale a burocrazia zero ed al terzo la promozione internazionale del porto e del retro-porto. ”Se Gioia Tauro – e’ stato il commento di Arlacchi – non entra nella contrattazione tra l’Italia e gli altri Paesi non si va da nessuna parte. La vera sfida dello sviluppo e’ lo sviluppo del retroporto e la sua crescita non e’ in concorrenza con gli altri scali del sud Italia”.

Tra le priorita’ da perseguire, c’e’ poi il riconoscimento del ferro-bonus e sistemi incentivanti per il transhipment e per altre attivita’, oltre alla revisione delle concessioni agli operatori area portuale.

Dagli Stati generali e’ stata sottolineata anche l’esigenza dell’eliminazione del vincolo ambientale sull’area industriale e la necessità della realizzazione del gateway ferroviario oltre alle infrastrutture portuali e ferroviarie previste dall’Apq Gioia Tauro.

Dalla due giorni di dibattiti e incontri sullo scalo è  emersa poi la necessita’ di realizzare tariffe ferroviare piu’ competitive da parte di Rfi e l’istituzione di un referente unico interministeriale presso la presidenza del Consiglio dei Ministri.

Infine, al decimo punto del decalogo per il rilancio dello scalo di Gioia Tauro, la richiesta di certificazione di sicurezza interna ed esterna del porto realizzata dall’Unicri.