‘Ndrangheta, operazione ‘Affari di Famiglia’: ecco chi sono gli arrestati (foto)

I Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria in Reggio Calabria, Melito di Porto Salvo (RC) e Montebello Ionico (RC) hanno dato esecuzione ad un decreto di Fermo di Indiziato di Delitto nei confronti di 5 appartenenti alla ‘ndrangheta nelle sue articolazioni territoriali denominate cosca “FICARA-LATELLA” e “IAMONTE”, operanti nel “mandamento di Reggio” ed in particolare nei comuni di Reggio Calabria, Melito di Porto Salvo e Montebello Ionico, responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso e tentata estorsione aggravata dall’aver favorito un sodalizio mafioso.

Le investigazioni, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria (Dott. Giuseppe PIGNATONE, P.M. dott. Marco COLAMONICI e dott. Stefano MUSOLINO), hanno documentato l’infiltrazione pervasiva della ‘ndrangheta, nella sua espressione unitaria delle cosche operanti sul territorio, negli appalti per la realizzazione delle opere di ammodernamento e di messa in sicurezza della SS 106, nel tratto compreso tra Reggio Calabria e Melito di Porto Salvo, più nello specifico tra i KM 6+700 e 31+600.

I lavori in questione, svolti da una ditta siciliana, erano iniziati da appena un mese quando il capo cantiere, intorno alla fine del mese di maggio 2011 riceveva una prima “visita” da parte di GULLÌ Giovanni (uno dei soggetti fermati), organico alla cosca IAMONTE, che “suggeriva” al professionista di seguirlo, in quanto vi erano “alcune persone” che volevano parlargli. Il giovane veniva quindi condotto in una strada di campagna isolata, dove ad attenderlo vi erano altri due uomini di mezza età, successivamente identificati in FONTANA Filippo di Melito di Porto Salvo e MINNITI Salvatore di Montebello Ionico (entrambi organici alla cosca IAMONTE).

Come mai avete iniziato questi lavori senza le dovute presentazioni? Adesso dovete pagarci il disturbo!”. Queste erano state le parole che i due avevano rivolto al dipendente della ditta. I due, inoltre, “sconsigliavano” di rivolgersi ad altre ditte per la fornitura di servizi e di opere, verosimilmente perché poco malleabili o più semplicemente perché i subappalti dovevano essere affidate a ditte vicine alla cosca: “…le ditte a cui avete richiesto i preventivi… come quella di Bovalino…non vanno bene!”. Quando, infine, il responsabile del cantiere specificava che ancora erano in fieri dei semplici lavori di messa in sicurezza e che le opere di ammodernamento non erano ancora iniziate, i due lo congedavano con un eloquente “Ci rifaremo sentire noi”.

Trascorso poco più di un mese, quando i lavori di ammodernamento erano da poco iniziati, un uomo faceva irruzione all’interno del cantiere della SS 106 e dopo aver strappato con violenza gli attrezzi dalle mani degli operai ed averli scagliati in terra, li minacciava invitandoli a lasciare immediatamente il cantiere, dopodiché si allontanava, non prima però di lasciare un messaggio: “dite al vostro responsabile che prima di continuare i lavori si deve mettere a posto”.

La ditta però, che sin dal primo tentativo di estorsione aveva già sporto denuncia ai Carabinieri, non si faceva intimorire e proseguiva i lavori. Le cosche probabilmente speravano che dopo l’ultimo episodio sarebbe stata proprio la ditta a richiedere la loro “protezione” ma così non era stato. Ecco allora il secondo tentativo di avvicinamento: MUSOLINO Domenico, titolare di un’impresa che forniva mezzi d’opera a nolo alla ditta vittima del tentativo di estorsione, avvicinava il responsabile del cantiere e gli diceva che alcune persone avrebbero voluto incontrarlo per sistemare “quella faccenda”: “domani fatti trovare alle 16 al distributore dell’Agip”.

Il giorno successivo, il professionista, recatosi all’incontro, veniva nuovamente prelevato da GULLÌ. Questa volta, però, lo conduceva in località Pellaro del comune di Reggio Calabria. Ad attenderlo, trovava MUSOLINO Luigi (organico alla cosca FICARA-LATELLA) che, senza troppi giri di parole, arrivava subito al dunque dicendogli: “io sono referente di zona”.

Il professionista a quel punto, a fronte dell’ulteriore richiesta estorsiva rivoltagli da MUSOLINO Luigi, chiedeva a chi dovesse pagare il “pizzo” e MUSOLINO gli spiegava che “…allora dal KM 6+700 fino al semaforo di Pellaro è di competenza mia, dal semaforo di Pellaro fino al KM 22+000 la competenza è divisa a metà tra la mia “famiglia” ed un’altra “famiglia, dal KM 22+000 fino al KM 31+000 la competenza è delle persone che hai incontrato la scorsa volta… adesso andiamo da loro”. Il giovane professionista, infatti, veniva condotto in località Annà di Melito di Porto Salvo dove ad attenderlo c’era MINNITI: “…noi siamo i referenti della zona. Per il vostro quieto vivere dovete darci il 4% dell’intero importo dei lavori relativo alla posa delle barriere e del rifacimento del manto stradale. Un’impresa come la vostra non è che mo si perde per 60.000,00 euro”. Il geometra riferiva ai due interlocutori che avrebbe informato immediatamente i suoi datori di lavoro e i due si allontanavano.

Il giorno successivo, GULLÌ si presentava nuovamente in cantiere ma gli veniva detto che la ditta non intendeva pagare e che sarebbe stata presentata denuncia ai Carabinieri. A meno di 24 ore di distanza dal rifiuto, veniva fatta rinvenire vicino la ruota dell’auto in uso al responsabile del cantiere una bottiglia con all’interno della benzina.

Nel frattempo, le indagini avviate dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Carabinieri di Reggio Calabria consentivano di individuare gli odierni indagati, sottoposti a fermo con decreto del P.M. per scongiurare il pericolo di reiterazione del delitto.

Le investigazioni hanno consentito di dimostrare ancora una volta l’unitarietà della ‘ndrangheta, infatti le cosche che operano in quella parte del territorio del “mandamento di Reggio” hanno superato tutte le rivalità e si sono suddivise capillarmente gli ambiti di intervento, arrivando addirittura a federarsi tra loro, presentandosi ai responsabili della società appaltatrice come un unico interlocutore.

Contestualmente ai provvedimenti di fermo, i Carabinieri di Reggio Calabria hanno proceduto al sequestro preventivo di 9 società, 22 beni immobili tra appartamenti, fabbricati e terreni, 13 mezzi tra autovetture e mezzi d’opera, 25 tra conti correnti bancari, polizze assicurative ed altri prodotti finanziari, per un totale complessivo stimato in oltre 20 milioni di Euro.