Da bambino soldato in Uganda a testimone di pace e rinascita. È la storia di John Onama, uno dei protagonisti della giornata dedicata all’integrazione e ai diritti umani del Festival GAIA – Futuro Prossimo | Mediterraneo Presente, che si è svolta a Reggio Calabria, nella cornice di Villa Zerbi. Una testimonianza intensa, quella dell’ex bambino soldato ugandese, che ha raccontato un passato segnato dalla guerra e dalla violenza, ma soprattutto la possibilità di ricostruire la propria vita dopo esperienze traumatiche.
La sua storia è stata al centro di uno degli appuntamenti della manifestazione, dedicato al dialogo tra i popoli, alle migrazioni e ai percorsi di riscatto personale e collettivo. Un’occasione per affrontare questioni drammatiche, ancora oggi attuali in numerose aree del mondo, attraverso le esperienze dirette di chi le ha vissute. I microfoni di StrettoWeb hanno raccolto le testimonianze di alcuni protagonisti dell’incontro, dando voce a riflessioni che spaziano dalla condizione dei bambini coinvolti nei conflitti armati alle difficoltà dell’integrazione in Italia, fino ai progetti di sostegno alle famiglie dei migranti dispersi nel Mediterraneo.
John Onama, dall’esperienza di bambino soldato alla testimonianza: “È una situazione da cui si può uscire”
Tra gli interventi più significativi della giornata, quello di John Onama, che ha ripercorso la propria esperienza di ex bambino soldato ugandese, spiegando come quel passato continui a influenzare le sue scelte e il suo impegno attuale. Una testimonianza che non si è limitata al racconto personale, ma ha allargato lo sguardo alla condizione dei minori coinvolti nelle guerre, sottolineando come il problema non riguardi soltanto i bambini costretti a combattere, ma anche tutti coloro che subiscono le conseguenze dei conflitti armati, dalla perdita della propria casa alla mancanza di cibo, medicinali e istruzione. Ai microfoni di StrettoWeb, Onama ha raccontato: “io oggi parlo della mia esperienza da ex bambino soldato, che fa parte di quello che sono oggi, mi spinge a fare cose che faccio oggi, a prendere le posizioni che prendo oggi, a testimoniare ancora che è una situazione da cui si può uscire. La realtà dei bambini-soldato in Africa è presente, è diminuita moltissimo, sì, però le guerre non sono diminuite. Non si parla soltanto ormai di bambini soldati, ma di bambini vittime di conflitti armati, compresi quelli che devono vivere da profughi a casa propria, quelli che muoiono perché non hanno accesso al cibo, al medicinale e soprattutto alla scolarizzazione”. Le sue parole hanno portato al centro del Festival GAIA una riflessione sulla condizione dell’infanzia nelle aree di guerra, ma anche sulla possibilità di trasformare una vicenda personale dolorosa in un’esperienza di testimonianza e sensibilizzazione.
Padre Sata Jean Noel: “L’integrazione è molto importante e sempre attuale”
Il tema dell’integrazione è stato affrontato anche da padre Sata Jean Noel, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di considerare il dialogo tra i popoli come una realtà ormai imprescindibile nella società contemporanea. Il sacerdote ha sottolineato il ruolo della Chiesa cattolica e il proprio impegno personale in un fenomeno che interessa comunità e Paesi di tutto il mondo. Un messaggio che si inserisce pienamente nello spirito della manifestazione reggina, costruita attorno all’idea del Mediterraneo come spazio di incontro e relazione tra culture differenti. “l’integrazione del popolo è molto importante e sempre attuale, perché oggi più che mai non possiamo sfuggire da questa integrazione. Io da Sacerdote nella Chiesa Cattolica mi impegno molto su questo tema, su questo fenomeno che ormai è dappertutto nel mondo”, ha spiegato padre Sata Jean Noel nell’intervista a StrettoWeb. Il suo intervento ha contribuito ad ampliare il confronto sulla necessità di costruire relazioni fondate sul riconoscimento reciproco, sulla partecipazione e sul dialogo, in una realtà sociale nella quale la convivenza tra persone di origini e tradizioni differenti rappresenta una questione sempre più centrale.
Sokaina Maktoum: “In Italia facciamo fatica a praticare l’integrazione”
Una riflessione particolarmente critica sulla situazione italiana è arrivata da Sokaina Maktoum, mediatrice culturale, che ha affrontato il tema dell’integrazione concentrandosi soprattutto sui pregiudizi nei confronti delle donne musulmane. Secondo Maktoum, negli ultimi anni il dibattito pubblico ha contribuito ad alimentare rappresentazioni stereotipate, nelle quali le donne di fede islamica vengono spesso descritte come un gruppo indistinto, privo di autonomia e bisognoso di essere liberato. Una visione che, secondo la mediatrice, rischia di ostacolare proprio quel processo di dialogo e inclusione al centro della giornata del Festival GAIA. “è un’integrazione che purtroppo da diverso tempo in Italia facciamo fatica a praticare, ad attuare, da diversi anni è sempre più dilagante una questione che riguarda in particolar modo l’islamofobia nello specifico verso le donne, donne musulmane che vengono dipinte spesso come vittime, come sottomesse, come un gruppo omogeneo di donne da liberare”, ha dichiarato ai microfoni di StrettoWeb. Le sue parole hanno introdotto nel confronto un ulteriore elemento di riflessione, quello della necessità di superare le generalizzazioni e riconoscere la pluralità delle esperienze individuali, soprattutto quando si affrontano questioni che coinvolgono identità culturali e religiose.
Le famiglie dei migranti dispersi nel Mediterraneo: il progetto di Sofia Donato
Tra i temi affrontati durante l’incontro anche il dramma dei migranti dispersi nel Mediterraneo e le conseguenze che queste tragedie producono sulle famiglie rimaste nei Paesi di origine. A portare questa prospettiva è stata Sofia Donato, volontaria dell’associazione Abarekà Nandree OdV, che ha presentato un progetto dedicato alle famiglie delle persone scomparse durante le traversate. L’iniziativa, intitolata “Dalla testimonianza al protagonismo”, è rivolta in particolare alle madri dei migranti dispersi del Mali e punta a favorire percorsi di autonomia economica, consapevolezza e partecipazione. Un’attività che mette al centro il ruolo delle donne, non soltanto come persone colpite da una perdita dolorosa, ma anche come protagoniste di percorsi di riscatto e denuncia. “riguarda le famiglie dei migranti dispersi nel Mediterraneo. Tratta di empowerment femminile, di riscatto, di denuncia”, ha spiegato Sofia Donato ai microfoni di StrettoWeb. Il progetto ha offerto così un’altra prospettiva sul tema delle migrazioni, spostando l’attenzione dalle traversate alle vite di chi resta, alle conseguenze delle scomparse e alla possibilità di costruire strumenti concreti di sostegno e autonomia.
Dorotea Cosio: “Raccontare storie di riscatto e di rinascita per guardare al futuro”
A spiegare il significato complessivo della giornata è stata Dorotea Cosio, organizzatrice dell’appuntamento, che ha sottolineato la volontà di affrontare temi difficili senza rinunciare a uno sguardo positivo sulle possibilità di cambiamento. Il filo conduttore dell’iniziativa, intitolata “Storie di dignità, oltre i confini”, è stato proprio il passaggio dalle esperienze dolorose alla costruzione di nuove prospettive, attraverso il confronto tra testimonianze individuali, impegno associativo e dialogo interculturale. “questo argomento più che mai è necessario e questa giornata è dedicata a portare uno sguardo positivo sul futuro, un futuro fatto di dialogo, dialogo senza frontiere come dice il nostro manifesto, per cercare di raccontare storie di riscatto, storie di rinascita e per cercare di misurare un po’ la distanza percorsa tra un passato doloroso, il presente e cercare di vedere qual è lo slancio verso il futuro”, ha dichiarato Cosio nell’intervista realizzata da StrettoWeb. Una riflessione che sintetizza il messaggio dell’intera giornata: partire dalle esperienze personali, anche dalle più drammatiche, per costruire occasioni di conoscenza reciproca e immaginare un futuro nel quale le differenze culturali non rappresentino necessariamente un ostacolo al dialogo.
La musica di Sandro Joyeux e il Mediterraneo come luogo di incontro
La giornata del Festival GAIA ha affiancato alle testimonianze e agli incontri anche la musica, con il concerto acustico di Sandro Joyeux, inserito nel programma serale di Villa Zerbi. L’artista, il cui percorso musicale è caratterizzato dall’incontro tra sonorità e tradizioni differenti, ha rappresentato un naturale collegamento con i temi affrontati nel corso del pomeriggio. La sua proposta artistica, attraversata da influenze africane ed europee, si inserisce infatti nell’idea di un Mediterraneo inteso non soltanto come spazio geografico, ma soprattutto come luogo di scambio culturale e di relazione tra i popoli. La musica ha così completato una giornata nella quale il Festival GAIA ha scelto di dare spazio alle storie di chi ha conosciuto la guerra, alle difficoltà dell’integrazione, alla condizione delle donne e alle conseguenze delle migrazioni. Temi differenti, ma uniti dalla volontà di raccontare il valore della dignità umana e la possibilità di costruire percorsi di rinascita anche a partire dalle esperienze più dolorose.
L’appuntamento ha rappresentato un nuovo momento del percorso del Festival GAIA – Futuro Prossimo | Mediterraneo Presente, che prosegue a Reggio Calabria fino a sabato 31 ottobre. La manifestazione, attraverso incontri, dibattiti, testimonianze e spettacoli, continua a proporre una riflessione sui grandi cambiamenti sociali, culturali e ambientali, mettendo in relazione esperienze locali e questioni internazionali. La storia di John Onama, le parole di padre Sata Jean Noel, le riflessioni di Sokaina Maktoum, il progetto illustrato da Sofia Donato e il messaggio di Dorotea Cosio hanno dato concretezza a un tema spesso affrontato soltanto in termini generali: quello dell’integrazione come processo fatto di persone, esperienze, difficoltà e possibilità. E proprio la testimonianza dell’ex bambino soldato ugandese ha restituito uno dei messaggi più significativi della giornata: anche da un passato segnato dalla guerra e dalla sofferenza può nascere un percorso di riscatto, capace di diventare testimonianza per gli altri.







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