Dalle celebrazioni al panico in meno di ventiquattr’ore. La reazione di Wall Street alle elezioni di Midterm negli Stati Uniti si è trasformata in un autentico terremoto finanziario. Dopo aver accolto con un forte rialzo la conquista di Camera e Senato da parte dei Democratici, i mercati americani hanno improvvisamente invertito la rotta, registrando una delle peggiori sedute degli ultimi mesi. Il dato più impressionante riguarda l’S&P 500, che nelle prime fasi della giornata di giovedì 5 novembre ha visto evaporare circa 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in appena 40 minuti. Le perdite complessive del mercato azionario americano hanno successivamente superato i 2.300 miliardi, mentre le vendite si sono concentrate soprattutto sulle società tecnologiche e sui protagonisti della corsa all’intelligenza artificiale.
Wall Street, dalle stelle alle stalle: mercoledì il boom, giovedì il crollo
Il contrasto tra le due giornate è sorprendente. Mercoledì 4 novembre, all’indomani delle Midterm 2026, gli investitori avevano festeggiato la vittoria democratica con un poderoso rialzo.
Il Dow Jones aveva guadagnato 1.569 punti, pari al 3,03%, registrando la migliore performance nella seduta successiva alle elezioni di metà mandato dal 1982. Anche l’S&P 500 aveva chiuso in rialzo dell’1,6%, mentre il Nasdaq aveva guadagnato l’1,4%.
Il mercato sembrava apprezzare la prospettiva di un Congresso in grado di limitare alcune decisioni dell’amministrazione Donald Trump, soprattutto sul fronte della guerra in Iran, della politica commerciale e della spesa pubblica.
Ma giovedì è arrivata la brusca inversione. L’S&P 500, inizialmente in calo del 2,8%, ha successivamente sfiorato il -4%. Il Nasdaq Composite è arrivato a perdere oltre il 5%, mentre il Dow Jones ha registrato ribassi superiori ai 1.600 punti nelle fasi più difficili delle contrattazioni.
Il Nasdaq si è così avvicinato alla conferma di una correzione tecnica, definita come una perdita di almeno il 10% rispetto ai massimi precedenti. Un segnale di crescente nervosismo che ha colpito proprio il settore protagonista dei maggiori rialzi degli ultimi anni.
Perché la vittoria dei Democratici spaventa i colossi dell’intelligenza artificiale
Al centro del crollo c’è una delle grandi scommesse dell’economia americana: lo sviluppo delle infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale.
La vittoria dei Democratici non ha modificato soltanto gli equilibri del Congresso. Il partito ha conquistato anche importanti governatorati, rafforzando la propria influenza in Stati dove sono previsti giganteschi investimenti nella costruzione di data center, impianti energetici e infrastrutture digitali.
Una parte dei nuovi amministratori democratici ha manifestato l’intenzione di introdurre regole più severe sulla realizzazione di questi complessi, soprattutto per limitarne l’impatto sui consumi elettrici, sui costi dell’energia e sulle comunità locali.
Per aziende che hanno programmato investimenti da decine o centinaia di miliardi di dollari, anche un rallentamento delle autorizzazioni potrebbe comportare conseguenze economiche rilevanti.
Gli investitori temono quindi che le nuove maggioranze politiche possano rendere più costosa e lenta la costruzione dei data center per l’IA, mettendo sotto pressione i piani di crescita delle società tecnologiche.
Il timore si aggiunge ai dubbi già esistenti sulla redditività di investimenti così elevati: il settore deve ancora dimostrare di poter generare profitti sufficienti a giustificare le valutazioni raggiunte in Borsa.
Nvidia, AMD, Tesla e SpaceX travolte dalle vendite: i titoli più colpiti
Il terremoto finanziario ha interessato soprattutto i produttori di semiconduttori e le società legate all’espansione dell’intelligenza artificiale.
AMD è arrivata a perdere circa il 12%, mentre Nvidia, Broadcom e Oracle hanno inizialmente registrato ribassi intorno al 6%. Successivamente Nvidia ha sfiorato il 9% di perdita, mentre l’indice dei semiconduttori di Philadelphia è precipitato di oltre il 10%.
Pesantissime anche le vendite sulle società specializzate nelle infrastrutture digitali: CoreWeave, Nebius e IREN hanno accusato flessioni a doppia cifra, segno della crescente preoccupazione per la sostenibilità degli investimenti nella capacità di calcolo destinata ai sistemi di IA.
Particolarmente difficile la giornata per le aziende di Elon Musk. Tesla ha perso inizialmente circa il 9%, arrivando successivamente a un ribasso vicino al 12%, mentre SpaceX ha registrato una flessione intorno all’8%.
Le difficoltà delle società legate a Musk assumono anche un significato politico, considerando il sostegno economico dell’imprenditore ai candidati repubblicani durante la campagna elettorale. Le prospettive di una maggiore vigilanza parlamentare e di nuove restrizioni sulle infrastrutture tecnologiche stanno alimentando l’incertezza.
A contribuire alle vendite è stato inoltre il caso Qualcomm, penalizzata da risultati deludenti nelle vendite dei chip per smartphone nonostante alcuni indicatori economici superiori alle previsioni. Il titolo ha perso circa il 10%, aggiungendo ulteriore pressione all’intero comparto tecnologico.
Petrolio in risalita dopo il tonfo: i mercati guardano alla guerra in Iran
Non è soltanto la Borsa a risentire dei risultati delle elezioni americane. Le Midterm stanno influenzando anche le aspettative sul futuro della guerra in Iran, con conseguenze immediate sui mercati energetici.
Mercoledì il petrolio aveva registrato un forte calo, alimentato dalla prospettiva che il nuovo Congresso democratico potesse esercitare maggiore pressione su Trump per favorire una soluzione del conflitto.
Giovedì, tuttavia, le quotazioni sono tornate a salire. Il West Texas Intermediate ha recuperato oltre il 2%, tornando sopra i 90 dollari al barile durante la seduta, mentre il Brent ha registrato un rialzo ancora più consistente, avvicinandosi ai 100 dollari.
Le oscillazioni riflettono l’incertezza sulla durata delle operazioni militari e sulle conseguenze per il trasporto internazionale di petrolio, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz.
La vittoria democratica potrebbe aumentare la pressione politica sull’amministrazione americana, ma non garantisce automaticamente la fine della guerra né un rapido ritorno alla normalità delle forniture energetiche.
Oro e argento in rialzo: gli investitori cercano protezione
Mentre le azioni tecnologiche precipitano, una parte degli investitori si orienta verso i metalli preziosi, tradizionalmente considerati strumenti di protezione nei momenti di forte incertezza finanziaria.
I futures sull’oro con scadenza dicembre hanno raggiunto durante la seduta un massimo di 4.155,80 dollari l’oncia, il livello più elevato dal 22 ottobre. Anche l’argento ha registrato un forte recupero, toccando i 53,49 dollari l’oncia, il massimo dal 29 ottobre.
A sostenere i metalli preziosi hanno contribuito il calo dei rendimenti dei titoli di Stato americani e, in alcune fasi delle contrattazioni, l’indebolimento del dollaro.
Il movimento ha favorito anche diversi titoli minerari. Le società specializzate nell’estrazione di oro, tra cui Harmony Gold, IAMGOLD ed Equinox Gold, hanno beneficiato del recupero delle quotazioni del metallo prezioso, mostrando una tendenza opposta rispetto a quella dei grandi gruppi tecnologici.
Nel frattempo il VIX, l’indice della volatilità di Wall Street, ha raggiunto quota 22,59, segnalando un aumento della domanda di protezione contro ulteriori oscillazioni dei mercati.
Mercato del lavoro USA, sorpresa positiva: le richieste di sussidio scendono a 189mila
In mezzo alle turbolenze finanziarie è arrivato però un dato incoraggiante per l’economia statunitense. Secondo il Dipartimento del Lavoro americano, nella settimana terminata il 31 ottobre le nuove richieste di sussidio di disoccupazione sono diminuite di 6.000 unità, scendendo a 189.000, contro le 197.000 previste dagli economisti.
Il dato si colloca tra i livelli più bassi degli ultimi 57 anni e suggerisce che, nonostante la guerra, le tensioni sui prezzi e l’incertezza economica, le imprese americane continuino a contenere i licenziamenti.
Le richieste continuative di sussidio sono invece aumentate di 23.000 unità, raggiungendo circa 1,72 milioni, indicando che per una parte dei disoccupati trovare una nuova occupazione rimane difficile.
Il quadro economico appare dunque contrastato: da un lato un mercato del lavoro ancora resistente, dall’altro le crescenti preoccupazioni degli investitori per le prospettive della tecnologia, dell’inflazione e dei tassi d’interesse.


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