Si complica la formazione del nuovo governo di Israele dopo le elezioni legislative del 27 ottobre, concluse senza una maggioranza parlamentare definita. A frenare il tentativo di costruire un esecutivo alternativo a quello di Benjamin Netanyahu è Avigdor Lieberman, leader del partito nazionalista Yisrael Beytenu, che non ha garantito il proprio sostegno alla candidatura di Gadi Eisenkot come prossimo primo ministro. Il confronto tra i due esponenti politici ha fatto emergere profonde divergenze sulla strategia da seguire, mentre si avvicinano le consultazioni con il presidente israeliano Isaac Herzog, previste per mercoledì 4 novembre.
Israele, Lieberman frena sulla candidatura di Eisenkot a primo ministro
Secondo quanto riportato dal Times of Israel, sulla base delle ricostruzioni dell’emittente pubblica Kan e del portale Ynet, il colloquio tra Lieberman ed Eisenkot non ha prodotto l’intesa sperata. Il leader di Yisrael Beytenu si è rifiutato di assumere un impegno sulla possibilità di raccomandare al presidente Isaac Herzog il nome dell’ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane per la guida del prossimo governo.
Il partito centrista Yashar, guidato da Eisenkot, ha conquistato 21 seggi, diventando la principale forza del fronte contrario a Netanyahu. Un risultato che non basta, tuttavia, a garantire una maggioranza parlamentare senza il coinvolgimento di altre formazioni politiche.
Lieberman, che dispone di 7 deputati alla Knesset, avrebbe espresso forti critiche nei confronti della campagna elettorale di Eisenkot. Secondo le fonti citate da Ynet, il leader nazionalista ritiene che l’apertura alla possibilità di un governo di minoranza sostenuto esternamente dai partiti arabi abbia contribuito a indebolire il fronte anti-Netanyahu durante le elezioni.
Il confronto tra i due leader si inserisce in una serie di contatti politici che coinvolgono anche Yair Lapid, esponente della lista B’Yachad guidata dall’ex premier Naftali Bennett, con il quale Lieberman ha avuto un ulteriore colloquio.
Il nodo dei partiti arabi e i numeri della nuova Knesset
Il principale ostacolo alla nascita di una nuova maggioranza riguarda i rapporti con le formazioni politiche arabe israeliane. Lieberman ha ribadito la propria indisponibilità a partecipare a una coalizione che includa questi partiti, mantenendo contemporaneamente il rifiuto di entrare in un governo guidato da Benjamin Netanyahu.
La situazione parlamentare è particolarmente complessa. Il blocco che sostiene Netanyahu dispone di 53 seggi, mentre le quattro formazioni del fronte anti-Netanyahu ne contano complessivamente 48. I partiti arabi hanno ottenuto 19 seggi, determinanti per qualsiasi tentativo di costruire una maggioranza alternativa. Per governare con una maggioranza assoluta servono almeno 61 deputati sui 120 della Knesset.
In questo quadro, ogni possibile accordo deve fare i conti con i veti incrociati e con le differenze politiche tra le formazioni che intendono sostituire Netanyahu. La disponibilità di alcuni partiti a garantire un sostegno parlamentare esterno non si traduce automaticamente nella possibilità di costituire una coalizione condivisa.
Intanto Naftali Bennett, la cui lista B’Yachad ha ottenuto 12 seggi, ha annunciato il sostegno alla candidatura di Eisenkot. Anche i Democratici di Yair Golan, che dispongono di 8 parlamentari, risultano orientati a indicare il leader di Yashar durante le consultazioni presidenziali.
Scontro sulla presidenza della Knesset: Lieberman vuole Oded Forer
Le tensioni riguardano anche la guida del Parlamento israeliano. Lieberman punta a ottenere la presidenza della Knesset per Oded Forer, deputato del suo partito, sostenendo che gli esponenti di Yashar non possiedano un’esperienza parlamentare sufficiente per ricoprire l’incarico.
La candidatura di Forer rischia però di incontrare l’opposizione dei partiti arabi, rendendo ancora più difficile raggiungere un accordo. Il fronte di Eisenkot considera la sostituzione dell’attuale presidente della Knesset, Amir Ohana, esponente del Likud, uno dei primi passaggi politici da affrontare dopo le elezioni.
Il cambio alla guida dell’assemblea consentirebbe di portare avanti alcune iniziative parlamentari considerate prioritarie. Tra queste figura l’istituzione di una commissione d’inchiesta sui fallimenti legati all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, oltre alla scelta del nuovo Revisore dei Conti dello Stato, dopo l’annullamento da parte dell’Alta Corte di Giustizia della nomina di Michael Rabello, avvocato personale di Netanyahu.
La partita sulla presidenza della Knesset assume quindi un significato politico che va oltre la distribuzione degli incarichi istituzionali, coinvolgendo direttamente i rapporti di forza tra il governo uscente e le opposizioni.
Netanyahu avverte Eisenkot: niente governo di unità nazionale se viene sostituito Ohana
Sulla questione è intervenuto anche l’entourage del premier uscente Benjamin Netanyahu. Secondo quanto riferito dall’emittente Kan, i consiglieri del leader del Likud avrebbero comunicato a Eisenkot che non verranno avviate trattative per un eventuale governo di unità nazionale qualora Amir Ohana venga rimosso dalla presidenza della Knesset o siano intraprese iniziative parlamentari per sostituirlo.
Una posizione che introduce un’ulteriore condizione nei negoziati già complicati tra i diversi schieramenti. Dal fronte vicino a Eisenkot sarebbe arrivata una risposta netta: il percorso per cambiare la guida del Parlamento andrà avanti e resta esclusa la partecipazione a una coalizione presieduta da Netanyahu.
A rendere ancora più difficile un possibile compromesso è intervenuto Ofir Katz, capogruppo della maggioranza uscente del Likud, che ha respinto l’ipotesi di un accordo fondato sulla rotazione dell’incarico di primo ministro.
Consultazioni con Herzog il 4 novembre: Israele cerca una via d’uscita dallo stallo
L’attenzione si concentra adesso su mercoledì 4 novembre, quando il presidente Isaac Herzog avvierà le consultazioni con i rappresentanti dei partiti eletti alla Knesset. Sarà un passaggio determinante per comprendere quale candidato potrà ottenere l’incarico di provare a formare il prossimo governo israeliano.
Il sostegno di Bennett rafforza la posizione di Eisenkot, ma il mancato impegno di Lieberman continua a rappresentare un ostacolo significativo. Sul versante opposto, Netanyahu cerca di mantenere aperta la possibilità di costruire una maggioranza alternativa, pur senza disporre attualmente dei numeri necessari.
La crisi politica israeliana rimane dunque senza una soluzione immediata. Tra veti sui partiti arabi, contrasti sulla presidenza della Knesset e divergenze sull’ipotesi di un governo di unità nazionale, il nuovo Parlamento si prepara a una fase di negoziati particolarmente delicata. L’obiettivo è individuare una maggioranza capace di sostenere un esecutivo ed evitare che l’impasse conduca Israele verso un’altra tornata elettorale.


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