Il futuro delle spiagge calabresi e delle concessioni balneari torna al centro del dibattito. Dopo la presentazione delle nuove linee guida regionali per la gestione delle concessioni demaniali marittime, Legambiente Calabria interviene chiedendo alla Regione di mettere al primo posto la tutela ambientale, limitare l’occupazione degli arenili e garantire una maggiore disponibilità di spiagge liberamente accessibili ai cittadini.
La richiesta principale è quella di innalzare dall’attuale 30% ad almeno il 50% la quota minima regionale di spiagge libere, evitando che nuove concessioni possano determinare un’ulteriore privatizzazione del demanio marittimo. Una posizione che si inserisce nel complesso percorso di applicazione della direttiva Bolkestein e nella necessità di conciliare attività economiche, accessibilità delle coste e salvaguardia degli ecosistemi.
Concessioni balneari, le nuove linee guida della Regione Calabria
La Regione Calabria ha presentato pochi giorni fa le Linee guida di indirizzo per la valutazione della sussistenza della scarsità della risorsa spiaggia e dell’interesse transfrontaliero certo, uno strumento operativo destinato a supportare i Comuni costieri nella gestione delle procedure relative alle concessioni demaniali marittime.
L’iniziativa si inserisce nell’applicazione della cosiddetta direttiva Bolkestein, che prevede la riassegnazione delle concessioni per l’utilizzo delle spiagge attraverso gare pubbliche, con l’obiettivo di superare posizioni dominanti e rendite che, in alcuni casi, si sono protratte anche per 90 anni a beneficio degli attuali concessionari.
La questione è stata oggetto di una lunga controversia, anche giudiziaria, caratterizzata da numerose pronunce del Consiglio di Stato, che hanno sancito l’obbligo di affidare le concessioni balneari attraverso procedure comparative da avviare da parte degli enti competenti.
Le scadenze per i Comuni: niente nuove proroghe e gare entro il 2027
Un passaggio fondamentale è rappresentato dalla recente sentenza n. 6539/2026 del Consiglio di Stato, che ha ribadito un orientamento ormai consolidato nella giurisprudenza amministrativa: le concessioni già interessate da molteplici proroghe devono considerarsi cessate al 31 dicembre 2023, mentre il 30 settembre 2027 rappresenta, nel nuovo quadro normativo, il termine massimo per completare il passaggio al sistema concorrenziale.
Secondo il quadro richiamato da Legambiente, non sono quindi ammesse ulteriori proroghe, indennizzi automatici o diritti acquisiti che consentano ai concessionari uscenti di continuare a occupare le spiagge.
Per quanto riguarda le tempistiche, i Comuni dovranno pubblicare i bandi almeno sei mesi prima della scadenza delle concessioni e, nella fase di prima applicazione, dovranno comunque attivarsi entro il 30 giugno 2027.
Il comparto comprende oltre 12 mila concessioni a livello nazionale. Per decenni, gli introiti percepiti dallo Stato sono stati molto modesti rispetto al valore economico delle attività esercitate sulle spiagge.
È in questo contesto che si collocano le nuove linee guida calabresi, finalizzate a verificare la presenza dei requisiti della scarsità delle risorse naturali e dell’interesse transfrontaliero, condizioni che determinano l’applicabilità della direttiva Bolkestein alle concessioni balneari.
Le criticità ambientali: erosione costiera e rischio di eventi meteomarini
L’analisi della scheda che i Comuni saranno chiamati a compilare per la mappatura delle spiagge presenta, secondo Legambiente, sia elementi positivi sia aspetti critici.
Tra gli elementi apprezzati figura il riferimento alla percentuale di spiaggia libera e accessibile rispetto al totale della spiaggia fruibile. Le principali perplessità riguardano invece il peso attribuito alla fragilità ambientale e la mancata considerazione di fenomeni che stanno già modificando profondamente il litorale calabrese.
In particolare, la fragilità ambientale legata agli eventi meteomarini avversi incide sulla valutazione soltanto per il 10%, una percentuale giudicata del tutto insufficiente dall’associazione.
Un’ulteriore criticità è rappresentata dall’assenza, nella scheda, di una valutazione specifica dell’erosione costiera, fenomeno già in corso e destinato ad aggravarsi nel tempo, che sta progressivamente modificando il profilo delle coste regionali.
Spiagge libere in Calabria, la quota minima è del 30%: la richiesta di portarla al 50%
La questione riguarda anche l’equilibrio tra gli spazi concessi agli operatori privati e quelli che devono rimanere a disposizione della collettività. L’articolo 1, comma 254, della legge n. 296/2006 affida alle Regioni, nell’ambito della predisposizione dei piani di utilizzazione del demanio, il compito di individuare “un corretto equilibrio tra le aree concesse a soggetti privati e gli arenili liberamente fruibili”.
La Calabria è stata la prima regione italiana a sostenere, nel corso del tempo, l’assenza di scarsità della risorsa spiaggia ai fini della non applicazione della direttiva Bolkestein. Questa impostazione ha portato anche a ipotizzare la possibilità che gli attuali concessionari continuino a operare, mentre ulteriori porzioni delle spiagge libere calabresi vengano messe a bando.
Un’ipotesi che, secondo Legambiente, deve essere valutata alla luce della normativa regionale. In Calabria la quota minima di spiagge libere prevista dalla legge è infatti pari al 30%, mentre altre regioni italiane, come la Puglia, prevedono una soglia del 60%.
Da qui la proposta avanzata da Legambiente, Mare Libero e WWF, che indicano come obiettivo una quota minima del 50% di spiagge libere per ogni ambito omogeneo comunale.
Questi arenili dovrebbero essere dotati dei servizi essenziali, tra cui servizi igienici, docce e punti di ristoro, gestiti direttamente dai Comuni o da enti senza scopo di lucro. Dovrebbe inoltre essere garantita l’accessibilità alle persone con disabilità motoria.
Le associazioni considerano inammissibile che la quota di spiagge libere venga concentrata in tratti marginali, difficilmente raggiungibili oppure non sottoposti ai campionamenti delle ARPA, le Agenzie regionali per la protezione ambientale.
Il Rapporto Spiagge 2026: oltre il 26% della costa bassa calabrese è interessato dall’erosione
A rafforzare le preoccupazioni delle associazioni ambientaliste sono i dati contenuti nel Rapporto Spiagge 2026 di Legambiente, secondo il quale la Calabria figura tra le regioni italiane maggiormente a rischio.
La ricerca prende in esame diversi indicatori, tra cui il rischio di inondazioni, la presenza di spiagge inaccessibili a causa dell’inquinamento del mare e il fenomeno dell’abusivismo edilizio, restituendo un quadro di particolare fragilità per i territori costieri calabresi.
Uno degli elementi più preoccupanti riguarda l’erosione, che sta determinando la progressiva perdita di porzioni di spiaggia e che rischia di intensificarsi ulteriormente per effetto dei cambiamenti climatici.
Secondo i dati riportati nel rapporto, oltre il 26% della costa bassa regionale è interessato dall’erosione costiera, una condizione che Legambiente ritiene indispensabile considerare nelle valutazioni sulla reale disponibilità della risorsa spiaggia.
Anna Parretta: “La priorità deve essere la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi costieri e marini”
A intervenire sulle nuove linee guida è Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria, che richiama l’attenzione sulla necessità di adottare criteri rigorosi nella mappatura degli arenili e nella valutazione della loro effettiva disponibilità.
“Si tratta di elementi essenziali da considerare, anche in prospettiva, per effettuare una valutazione realistica e ponderata dell’effettiva ‘scarsità’ della risorsa spiaggia ai fini dell’applicazione della direttiva Bolkestein”, commenta Parretta.
La presidente sottolinea quindi il rischio di una valutazione basata esclusivamente sull’estensione complessiva della costa, senza distinguere tra aree realmente utilizzabili e tratti non adatti alla balneazione.
“È importante che la Regione Calabria non incorra nell’errore fondamentale di basarsi sul semplice computo totale dei chilometri di costa, utilizzando criteri meramente quantitativi e includendo anche aree non balneabili o non facilmente fruibili. La mappatura deve rispettare criteri rigorosi e la valutazione deve considerare l’effettivo interesse e pregio delle aree richieste”, prosegue Parretta.
Il punto centrale della posizione di Legambiente resta la necessità di evitare che la nuova disciplina delle concessioni possa tradursi in un’ulteriore riduzione degli spazi liberamente accessibili.
“Soprattutto, la priorità deve essere la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi costieri e marini, e non il mero interesse economico: occorre evitare una sostanziale ulteriore privatizzazione del demanio marittimo. Al contrario, Legambiente chiede che in Calabria venga limitata l’occupazione delle spiagge, innalzando la relativa quota minima regionale almeno al 50%, seguendo l’esempio di altre regioni italiane”, conclude Parretta.
Gare per le concessioni balneari, Legambiente chiede più controlli e investimenti sostenibili
Per l’associazione ambientalista, l’applicazione della direttiva Bolkestein può rappresentare anche un’occasione per introdurre finalmente un rigoroso controllo ambientale sulle concessioni balneari.
Il riferimento è a concessioni che, in molti casi, si protraggono da decenni, con il pagamento di canoni particolarmente bassi e con stabilimenti balneari che talvolta occupano stabilmente porzioni del demanio marittimo.
Secondo Legambiente, i futuri bandi dovrebbero essere costruiti attorno a un modello fondato su investimenti, sostenibilità e qualità, capace di coniugare la protezione dell’ambiente con la creazione di nuove opportunità occupazionali.
Gli stabilimenti balneari e gli imprenditori che operano con attenzione alla qualità dei servizi e alla tutela del territorio, secondo l’associazione, non dovrebbero temere le gare europee. Al contrario, il rispetto dell’ambiente e della legalità viene indicato come uno dei principali strumenti per sostenere e valorizzare l’economia della Calabria.


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