Ci sono due fantasmi che si aggirano nei corridoi della Casa Bianca alla vigilia delle elezioni Midterm del 3 novembre 2026. Il primo ha il volto di Barack Obama, che nel 2010 vide il Partito democratico perdere 63 seggi alla Camera dei rappresentanti. Il secondo è quello di George W. Bush, travolto nel 2006 da una sconfitta che consegnò ai democratici il controllo del Congresso. Due presidenti diversissimi, due amministrazioni appartenenti a schieramenti opposti, ma un destino comune: scoprire quanto possa essere difficile conservare il consenso degli americani quando il proprio nome non compare sulla scheda elettorale.
Adesso tocca nuovamente a Donald Trump, che conosce già le conseguenze politiche di una sconfitta alle Midterm. Nel 2018, durante il suo primo mandato, i repubblicani persero il controllo della Camera dopo una netta avanzata democratica. Otto anni dopo, il presidente si ritrova davanti allo stesso appuntamento, con nuovi problemi politici ed economici, un Congresso da difendere e una storia elettorale che raramente concede soddisfazioni al partito al potere.
Lo stesso Trump sembra perfettamente consapevole della difficoltà. Parlando delle elezioni di metà mandato, il presidente ha ammesso: “Il presidente perde sempre le elezioni di midterm, qualsiasi sia la ragione. Chiunque sia, repubblicano, democratico, grande o pessimo che sia, per qualche ragione”. Una considerazione che fotografa una tendenza ben documentata, anche se non priva di eccezioni. Nella storia recente degli Stati Uniti, infatti, la popolarità personale del presidente, la forza della sua maggioranza e persino i successi ottenuti nei primi due anni di governo non sono sempre bastati a evitare pesanti sconfitte parlamentari.
La maledizione delle Midterm: in 18 elezioni su 20 il partito del presidente ha perso seggi
I numeri spiegano perché le elezioni Midterm americane siano diventate uno degli appuntamenti più temuti da ogni amministrazione. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, prendendo in esame le 20 elezioni di metà mandato svoltesi tra il 1946 e il 2022, il partito del presidente in carica ha perso seggi alla Camera dei rappresentanti in 18 occasioni. Soltanto due volte, nel 1998 e nel 2002, lo schieramento della Casa Bianca è riuscito ad aumentare la propria rappresentanza.
Allargando l’orizzonte al periodo compreso tra il 1934 e il 2022, le eccezioni diventano appena tre su 23 elezioni. Oltre al successo dei democratici di Bill Clinton nel 1998 e dei repubblicani di George W. Bush nel 2002, bisogna risalire al 1934, quando il Partito democratico di Franklin Delano Roosevelt guadagnò nove seggi alla Camera durante la Grande Depressione.
La spiegazione di questo fenomeno non si esaurisce nella semplice impopolarità di chi governa. Le Midterm si svolgono quando l’entusiasmo generato dalle elezioni presidenziali può essersi attenuato, mentre i problemi economici e le promesse non ancora realizzate diventano più visibili. Inoltre, l’elettorato che partecipa alle elezioni di metà mandato non coincide necessariamente con quello delle presidenziali: l’affluenza è generalmente inferiore e la capacità dei partiti di mobilitare i propri sostenitori può fare una differenza decisiva nei singoli distretti.
Le opposizioni trovano così un’occasione per contestare la politica del presidente, mentre il partito al governo deve difendere contemporaneamente i risultati ottenuti, le decisioni controverse e le aspettative create nella precedente campagna elettorale. È un meccanismo che ha colpito, in epoche e circostanze differenti, presidenti democratici e repubblicani.
Trump e la promessa dei 5.000 dollari: la corsa per mobilitare gli elettori repubblicani
Consapevole dei rischi, Donald Trump ha intensificato i richiami alla partecipazione in vista del voto del 3 novembre, chiedendo ai propri sostenitori di comportarsi come se fosse lui stesso il candidato. È un passaggio importante, perché il presidente non sarà sulla scheda, ma il risultato elettorale determinerà la composizione del Congresso con il quale dovrà confrontarsi fino alla conclusione del mandato.
Tra le iniziative più discusse figura la promessa di un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto qualora i repubblicani mantengano il controllo sia della Camera sia del Senato. L’annuncio, formulato durante la convention repubblicana di Dallas nel settembre 2026, prevede secondo Trump una sorta di dividendo economico destinato alla popolazione, con la condizione che il denaro venga speso all’interno degli Stati Uniti.
Il progetto presenta tuttavia interrogativi economici e istituzionali rilevanti. Con una popolazione adulta di cittadini americani stimata intorno ai 240-245 milioni, l’operazione avrebbe un costo superiore a 1.200 miliardi di dollari. Non è stato presentato un piano di finanziamento dettagliato e l’erogazione dei pagamenti richiederebbe verosimilmente un intervento legislativo, dal momento che il Congresso controlla l’autorizzazione della spesa federale.
La proposta testimonia la centralità attribuita dalla Casa Bianca alla partecipazione degli elettori repubblicani. Ma per comprendere quanto sia difficile superare l’ostacolo delle Midterm bisogna ripercorrere la storia americana, dalle prime elezioni di metà mandato fino alle grandi sconfitte dei presidenti contemporanei.

Da George Washington al 1858: quando nacquero le elezioni di metà mandato
Le Midterm Elections affondano le proprie radici nella nascita stessa degli Stati Uniti. Le prime si svolsero tra il 1790 e il 1791, durante il primo mandato di George Washington, quando la giovane repubblica americana stava ancora costruendo le proprie istituzioni e non esisteva il sistema bipartitico che oggi caratterizza la politica statunitense.
Il Congresso era diviso soprattutto tra i sostenitori dell’amministrazione Washington e i suoi oppositori. Le forze favorevoli al presidente riuscirono a conservare il controllo delle due Camere, in una fase nella quale i moderni partiti democratico e repubblicano non si erano ancora formati.
Una tappa fondamentale arrivò nel 1858, durante la presidenza del democratico James Buchanan. Il Partito repubblicano, fondato appena quattro anni prima, ottenne un numero di seggi superiore a quello dei democratici, pur senza raggiungere autonomamente la maggioranza assoluta alla Camera. Fu uno dei passaggi che accompagnarono la trasformazione della politica americana negli anni precedenti alla Guerra civile.
Anche i simboli politici erano differenti da quelli attuali. L’elefante repubblicano sarebbe diventato popolare soltanto più tardi, soprattutto grazie alle vignette del disegnatore Thomas Nast, che nel 1874 lo utilizzò per rappresentare il voto repubblicano. Nell’Ottocento i partiti facevano ricorso anche ad altri simboli nazionali, tra cui l’aquila.
Da allora, le elezioni di metà mandato hanno accompagnato tutte le grandi trasformazioni della storia americana, diventando progressivamente un appuntamento centrale per misurare gli equilibri tra la Casa Bianca e il Congresso.
Da Truman a George H.W. Bush: le prime grandi batoste dei presidenti americani
Nel secondo dopoguerra, uno dei primi presidenti a sperimentare la durezza delle Midterm fu Harry Truman. Nel 1946, mentre gli Stati Uniti affrontavano le difficoltà della riconversione economica dopo la Seconda guerra mondiale, tra scioperi, carenze di prodotti e tensioni sociali, il Partito democratico subì una pesante sconfitta.
Secondo la serie storica dell’American Presidency Project, i democratici persero 56 seggi alla Camera e 12 al Senato, consegnando ai repubblicani il controllo di entrambi i rami del Congresso. La sconfitta complicò l’attuazione dell’agenda interna di Truman, che tuttavia sarebbe riuscito due anni dopo a ottenere un’inaspettata riconferma alle presidenziali del 1948.
Un’altra significativa battuta d’arresto arrivò nel 1966, sotto la presidenza di Lyndon B. Johnson. Soltanto due anni prima, Johnson aveva ottenuto una schiacciante vittoria alle elezioni presidenziali. Ma il crescente malcontento per la guerra in Vietnam, insieme alle tensioni sociali ed economiche, accompagnò una forte avanzata repubblicana: i democratici persero 47 seggi alla Camera e quattro al Senato.
Il fenomeno interessò anche i presidenti repubblicani. Nel 1990, il Partito repubblicano di George H.W. Bush perse otto seggi alla Camera e uno al Senato, in un contesto segnato dal rallentamento economico e dalle crescenti preoccupazioni per il bilancio federale.
La storia mostrava ormai un dato ricorrente: anche un presidente reduce da una vittoria convincente poteva ritrovarsi, nel giro di due anni, davanti a un Congresso meno favorevole e a un’opposizione politicamente rafforzata.
Bill Clinton e la rivoluzione repubblicana del 1994: una sconfitta che cambiò Washington
Uno dei casi più significativi della storia contemporanea riguarda Bill Clinton. Eletto presidente nel 1992, Clinton arrivò alle Midterm del 1994 dopo due anni caratterizzati da un’intensa attività politica e da importanti difficoltà nell’attuazione del proprio programma, soprattutto sul fronte della riforma sanitaria.
Il risultato fu una sconfitta di dimensioni eccezionali. I democratici persero 54 seggi alla Camera e otto al Senato, mentre i repubblicani conquistarono il controllo di entrambi i rami del Congresso. Alla Camera si interruppe un dominio democratico che durava da quarant’anni.
Quella stagione passò alla storia come “rivoluzione repubblicana”, guidata da Newt Gingrich e dal programma politico Contract with America, attraverso il quale il Partito repubblicano propose un insieme di riforme legislative e fiscali. La mobilitazione dell’elettorato conservatore, insieme alle difficoltà incontrate dall’amministrazione Clinton, contribuì a modificare profondamente gli equilibri di Washington.
Clinton fu costretto a confrontarsi con un Congresso controllato dall’opposizione e a rivedere la propria strategia politica, alternando negoziati e scontri istituzionali. Il presidente democratico, tuttavia, dimostrò negli anni successivi che una sconfitta alle Midterm non compromette necessariamente la possibilità di essere rieletto.
Clinton nel 1998 e Bush nel 2002: le rare volte in cui i presidenti hanno battuto la maledizione
Quattro anni dopo la disfatta del 1994, Bill Clinton divenne protagonista di uno dei risultati più insoliti nella storia delle elezioni di metà mandato. Nel 1998, nonostante lo scandalo Monica Lewinsky e il duro confronto con i repubblicani sulla procedura di impeachment, il Partito democratico riuscì a guadagnare quattro seggi alla Camera, senza perdere terreno al Senato.
Il risultato fu accompagnato dalla solidità dell’economia americana e dal clima politico creato dall’offensiva repubblicana contro Clinton, che una parte dell’elettorato giudicava eccessiva. I democratici non riconquistarono la maggioranza della Camera, ma evitarono la consueta perdita di seggi del partito presidenziale.
Un’altra eccezione arrivò nel 2002, con George W. Bush. Gli Stati Uniti erano ancora profondamente segnati dagli attentati dell’11 settembre 2001 e il presidente godeva di un consenso elevato nel clima di mobilitazione nazionale successivo agli attacchi terroristici.
In quelle Midterm, i repubblicani guadagnarono otto seggi alla Camera e due al Senato, riconquistando il controllo della Camera alta. Fu l’ultima occasione, prima del voto del 2026, in cui il partito del presidente riuscì a ottenere un guadagno netto di seggi in entrambe le Camere durante le elezioni di metà mandato.
Due eccezioni importanti, dunque, che dimostrano come il rapporto tra la presidenza e l’elettorato non segua una legge immutabile. Ma anche due precedenti isolati, destinati a essere seguiti da nuove e pesanti sconfitte.
George W. Bush, dalla vittoria del 2002 alla batosta del 2006: la guerra in Iraq cambia tutto
Il destino politico di George W. Bush offre uno degli esempi più emblematici della volatilità del consenso presidenziale. Dopo il successo delle Midterm del 2002 e la rielezione alla Casa Bianca nel 2004, il presidente repubblicano arrivò all’appuntamento del 2006 in una situazione radicalmente diversa.
La crescente opposizione alla guerra in Iraq, le critiche alla gestione dell’uragano Katrina e una serie di scandali politici avevano contribuito a indebolire il sostegno all’amministrazione. Il voto di novembre produsse una netta avanzata dei democratici, che conquistarono la maggioranza sia alla Camera sia al Senato.
I repubblicani persero 30 seggi alla Camera e sei al Senato, subendo una delle sconfitte politiche più rilevanti del periodo. Lo stesso Bush riconobbe la portata del risultato utilizzando il termine inglese “thumping”, una “bella batosta”, diventata una delle espressioni più ricordate nella storia delle elezioni americane.
Il passaggio dal successo del 2002 alla sconfitta del 2006 dimostrò quanto rapidamente possano cambiare gli orientamenti politici degli elettori. Il presidente che aveva beneficiato di una mobilitazione nazionale straordinaria si ritrovò quattro anni dopo a dover affrontare un Congresso controllato dai suoi avversari.

Obama e la disfatta del 2010: 63 seggi persi e la legnata del Tea Party
Se Bush rappresenta uno dei fantasmi che accompagnano Trump alla vigilia delle Midterm 2026, l’altro è certamente Barack Obama. Nel 2010, appena due anni dopo la storica elezione che lo aveva portato alla Casa Bianca come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, Obama subì una delle sconfitte parlamentari più pesanti del dopoguerra.
Il Paese stava ancora affrontando le conseguenze economiche della Grande Recessione, mentre la riforma sanitaria fortemente voluta dal presidente, l’Obamacare, aveva provocato una forte mobilitazione dell’opposizione conservatrice, alimentata anche dal movimento del Tea Party.
Il responso delle urne fu particolarmente severo: i democratici persero 63 seggi alla Camera e sei al Senato. I repubblicani conquistarono il controllo della Camera dei rappresentanti, interrompendo la maggioranza democratica che aveva accompagnato i primi due anni della presidenza Obama.
Il presidente riconobbe pubblicamente la durezza della sconfitta utilizzando il termine “shellacking”, traducibile come “legnata”. La parola divenne il simbolo politico di quelle elezioni e dell’impatto che il risultato ebbe sull’amministrazione.
Da quel momento Obama dovette affrontare una Camera a maggioranza repubblicana, con frequenti scontri sulla politica fiscale, sul bilancio e sui poteri del governo federale. Anche in questo caso, tuttavia, la sconfitta delle Midterm non impedì al presidente di ottenere la rielezione nel 2012.
La seconda sconfitta di Obama nel 2014 e la crisi del sesto anno
Per Barack Obama le difficoltà non terminarono nel 2010. Quattro anni dopo, durante il secondo mandato, arrivò un’altra battuta d’arresto. Alle Midterm del 2014, il Partito democratico perse 13 seggi alla Camera e nove al Senato, permettendo ai repubblicani di conquistare anche la maggioranza nella Camera alta.
Il risultato viene spesso collegato al fenomeno che gli studiosi della politica americana definiscono six-year itch, letteralmente “crisi del sesto anno”. Si tratta della tendenza storica che vede il partito del presidente affrontare particolari difficoltà nelle elezioni di metà del secondo mandato, quando l’amministrazione è al potere da sei anni.
Non è una regola automatica, ma una dinamica ricorrente. Dopo anni di governo possono accumularsi insoddisfazioni e contrasti, mentre gli elettori dell’opposizione trovano nelle Midterm un’occasione per rafforzare la propria rappresentanza parlamentare.
Obama concluse così la presidenza con entrambe le Camere controllate dai repubblicani, una situazione che rese particolarmente complessa l’approvazione di nuove iniziative legislative negli ultimi due anni del suo mandato.

Trump nel 2018, la Camera passa ai democratici: il presidente rivendica comunque un enorme successo
La stessa esperienza vissuta da Bush e Obama toccò a Donald Trump nel 2018, durante il suo primo mandato. In quell’occasione le elezioni di metà mandato furono caratterizzate da una forte partecipazione e da un’intensa mobilitazione dell’elettorato contrario al presidente repubblicano.
Il Partito democratico ottenne un guadagno netto di 41 seggi alla Camera dei rappresentanti, riconquistando la maggioranza. Il risultato fu favorito anche dal sostegno raccolto dai democratici in numerosi distretti suburbani, dove una parte degli elettori manifestò una crescente distanza dalle politiche della Casa Bianca.
Al Senato, però, lo scenario fu differente. I repubblicani riuscirono a guadagnare due seggi, beneficiando di una distribuzione delle competizioni elettorali particolarmente favorevole al loro schieramento.
Trump scelse di sottolineare proprio questo secondo risultato e, anziché riconoscere una sconfitta complessiva, parlò di un “enorme successo”. Il presidente rivendicò il rafforzamento della maggioranza senatoriale nonostante la perdita della Camera, che consegnò ai democratici nuovi strumenti di controllo sull’operato della sua amministrazione.
La notte del 2018 resta quindi un precedente particolarmente importante per comprendere il voto del 2026. Il risultato delle Midterm non deve necessariamente essere uniforme tra Camera e Senato: i due rami del Congresso possono esprimere equilibri differenti, rendendo più articolata la valutazione politica della consultazione.
Joe Biden nel 2022 e l’onda rossa che non arrivò
L’ultimo precedente prima delle Midterm 2026 è quello di Joe Biden. Nel novembre 2022, il presidente democratico affrontò le elezioni di metà mandato in un contesto caratterizzato da inflazione elevata, preoccupazioni economiche e indici di gradimento contenuti.
Una parte del dibattito politico americano si concentrava sulla possibilità di una forte avanzata repubblicana, ma i risultati furono più equilibrati di quanto molti osservatori si aspettassero. I democratici persero soltanto nove seggi alla Camera, cedendone il controllo ai repubblicani, ma guadagnarono un seggio al Senato, rafforzando la propria maggioranza.
Tra i fattori che contribuirono a determinare il risultato figurano la mobilitazione dell’elettorato dopo la decisione della Corte Suprema del giugno 2022, che aveva cancellato la tutela costituzionale federale del diritto all’aborto, e le preoccupazioni di una parte degli elettori nei confronti dei candidati repubblicani che contestavano la legittimità delle elezioni presidenziali del 2020.
Il caso Biden rappresenta un’altra dimostrazione della complessità delle Midterm. Il partito della Casa Bianca subì la consueta perdita di seggi alla Camera, ma riuscì a limitarne l’ampiezza e a ottenere un risultato positivo al Senato. Un precedente che invita a distinguere sempre tra la tendenza storica nazionale e i risultati delle singole competizioni.

Da Truman a Johnson, il peso della Casa Bianca e le parole dei presidenti sconfitti
La difficoltà di governare e mantenere il consenso elettorale è stata raccontata anche attraverso immagini e metafore rimaste nella memoria politica americana. A Harry Truman viene attribuita una delle più efficaci rappresentazioni della presidenza come una responsabilità dalla quale non è possibile sottrarsi.
La metafora della tigre è documentata anche negli archivi dedicati al presidente, mentre una ricostruzione giornalistica la ripropone, collegandola alle Midterm, in questa formulazione più ampia: “Fare il presidente è come cavalcare una tigre. Devi continuare a cavalcarla o finisci divorato. E nelle midterm, il pubblico sembra sempre pronto a dare una bastonata al cavaliere”.
La prima parte esprime il peso delle responsabilità presidenziali; la seconda, riportata dalla ricostruzione giornalistica, viene utilizzata per descrivere la durezza del giudizio degli elettori a metà mandato. Non è stata tuttavia accertata una fonte primaria per l’intera formulazione riferita alle Midterm.
La stessa ricostruzione attribuisce a Lyndon B. Johnson, in riferimento alla sconfitta del 1966, un’altra riflessione particolarmente incisiva: “Un giorno ti portano in trionfo sulle spalle, e il giorno dopo ti usano come bersaglio per il tiro al bersaglio. Nelle midterm, la gente non vota per quello che hai fatto ieri, ma per la rabbia che prova oggi”.
Anche per questa citazione non emerge una conferma documentale indipendente della formulazione testuale. Al di là delle attribuzioni, entrambe le immagini richiamano un tema centrale della storia americana: la distanza che può crearsi tra il consenso ottenuto al momento delle presidenziali e il giudizio espresso dagli elettori due anni più tardi.
Perché le Midterm sono l’incubo dei presidenti: il meccanismo politico che può cambiare tutto
Dietro la successione di sconfitte parlamentari esiste una caratteristica fondamentale del sistema istituzionale americano. Negli Stati Uniti il presidente viene eletto separatamente dal Congresso e rimane in carica per quattro anni, indipendentemente dal fatto che il suo partito conservi o perda la maggioranza parlamentare.
Le elezioni Midterm, dunque, non determinano direttamente la permanenza del presidente alla Casa Bianca, ma possono modificare profondamente la sua capacità di governare. Quando il partito di opposizione conquista la Camera, il Senato o entrambi, diventa più difficile approvare nuove leggi, ottenere finanziamenti e realizzare le priorità legislative dell’amministrazione.
Il presidente conserva i propri poteri costituzionali, compreso il diritto di veto, ma deve confrontarsi con un Parlamento che può respingere le sue proposte, aprire inchieste e condizionare il percorso dei provvedimenti. Se l’opposizione conquista il Senato, inoltre, può incidere direttamente sulla conferma dei giudici federali e di numerose nomine governative.
È questo il motivo per cui i risultati delle Midterm possono rappresentare uno spartiacque. Non perché interrompano il mandato presidenziale, ma perché cambiano gli equilibri politici e possono costringere la Casa Bianca a rivedere la propria strategia per i due anni successivi.
Midterm 2026, Trump davanti alla storia: Obama e Bush ricordano cosa c’è in gioco
Martedì 3 novembre 2026 gli americani torneranno alle urne per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Per Donald Trump sarà un passaggio fondamentale del secondo mandato, perché definirà i rapporti di forza a Washington fino alle elezioni presidenziali del 2028.
La storia offre numerosi precedenti da osservare. Clinton nel 1994, Bush nel 2006, Obama nel 2010 e nel 2014, Trump stesso nel 2018: presidenti diversi hanno sperimentato il prezzo politico delle elezioni di metà mandato, anche dopo vittorie presidenziali importanti.
Esistono però anche le eccezioni. Roosevelt nel 1934, Clinton nel 1998 e Bush nel 2002 dimostrano che il partito della Casa Bianca può guadagnare seggi quando particolari condizioni politiche e sociali modificano la normale dinamica elettorale. E l’esperienza di Biden nel 2022 ricorda che una perdita alla Camera può essere accompagnata da un risultato migliore al Senato.
Per questo i precedenti non consentono di stabilire in anticipo quale sarà l’esito delle Midterm USA 2026. Permettono però di comprendere perché ogni presidente guardi a questo appuntamento con particolare attenzione. Le elezioni di metà mandato non sono una semplice parentesi tra due presidenziali, ma un momento nel quale gli elettori possono ridefinire il rapporto di forza tra chi governa e chi si oppone.
Obama e Bush rappresentano così due precedenti storici particolarmente significativi per Donald Trump: il primo perse 63 seggi alla Camera nel 2010, il secondo 30 nel 2006. Due risultati che modificarono la politica americana e condizionarono la parte restante dei rispettivi mandati. Il 3 novembre gli americani decideranno se il nuovo Congresso continuerà a sostenere il programma di Trump oppure se il presidente dovrà affrontare una fase di maggiore confronto con l’opposizione. Una scelta che definirà gli equilibri della politica statunitense nei prossimi due anni.



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