Vajont, 63 anni fa la strage che sconvolse l’Italia: 1.917 morti in pochi minuti, una tragedia che non dobbiamo dimenticare

Il 9 ottobre 1963, alle 22:39, una gigantesca frana si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino artificiale del Vajont, generando un'onda devastante che cancellò Longarone e colpì numerosi altri centri tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia

Ci sono date che rimangono impresse per sempre nella memoria collettiva di un Paese. Il 9 ottobre 1963 è una di queste. Alle 22:39, in una tranquilla serata autunnale, un’intera montagna precipitò all’interno del lago artificiale del Vajont, provocando una catastrofe che in pochi minuti distrusse intere comunità, cancellò abitazioni, strade e luoghi di vita quotidiana e causò la morte di 1.917 persone. Oggi, venerdì 9 ottobre 2026, ricorrono esattamente 63 anni dalla tragedia del Vajont, uno dei disastri più drammatici della storia repubblicana italiana, diventato nel tempo anche uno dei più importanti casi di studio sul rapporto tra intervento umano, conoscenza scientifica, gestione del territorio e prevenzione dei rischi naturali.
Il Vajont non fu soltanto una catastrofe idrogeologica. Fu il risultato di una vicenda nella quale un grande progetto ingegneristico venne realizzato in un ambiente geologicamente complesso, senza che i pericoli legati all’instabilità dei versanti fossero adeguatamente affrontati. Quella notte morirono uomini, donne, anziani e bambini. Intere famiglie scomparvero, spesso senza lasciare superstiti. Circa 400 vittime non furono mai ritrovate, secondo i dati del Dipartimento della Protezione Civile. La storia del Vajont, ancora oggi, non è soltanto una vicenda del passato. È una lezione di straordinaria attualità per un Paese come l’Italia, caratterizzato da una grande complessità geologica e da numerosi territori esposti a frane, alluvioni e altri fenomeni naturali.

La notte del 9 ottobre 1963: quando una montagna precipitò nel lago

Per comprendere la portata della tragedia bisogna tornare a quella sera di ottobre, nella valle del torrente Vajont, al confine tra le attuali regioni del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia. Il bacino artificiale era stato realizzato sbarrando una stretta valle montana attraverso un’imponente diga in calcestruzzo, una delle maggiori opere ingegneristiche dell’epoca. Sopra il lago si innalzavano le pendici del Monte Toc, un massiccio montuoso che da tempo manifestava segnali di instabilità. Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 il versante settentrionale della montagna cedette improvvisamente. Una massa gigantesca di roccia e terreno, stimata dal Dipartimento della Protezione Civile in circa 270 milioni di metri cubi, si mise in movimento e precipitò nel bacino. Il fenomeno fu di dimensioni impressionanti. Non si trattò di una semplice caduta di massi o di un piccolo smottamento, ma dello scivolamento di un’intera porzione di montagna, con boschi, vegetazione e terreni superficiali trascinati verso il lago.

L’ingresso di una quantità così enorme di materiale all’interno del bacino provocò un rapidissimo spostamento dell’acqua. La massa rocciosa occupò in pochi istanti una parte consistente dello spazio precedentemente occupato dal lago, generando onde capaci di propagarsi violentemente lungo la valle e di superare lo sbarramento artificiale. La rapidità del movimento e la particolare conformazione geografica della zona contribuirono a trasformare la frana in una catastrofe di proporzioni eccezionali.

La gigantesca onda del Vajont: come venne distrutta Longarone

L’ingresso della frana nel lago produsse uno spostamento d’acqua di dimensioni straordinarie. Secondo la ricostruzione della Protezione Civile, il movimento generò un’onda che coinvolse circa 50 milioni di metri cubi d’acqua. Una parte della massa d’acqua si propagò verso monte, colpendo le località affacciate sul bacino e causando distruzioni nel territorio di Erto e Casso. Un’altra parte si sollevò e superò la diga, precipitando nella stretta valle sottostante e raggiungendo il fondovalle del Piave. L’energia sprigionata fu devastante. L’acqua, trascinando con sé detriti, fango, tronchi e materiali di ogni genere, investì gli abitati situati a valle. Il centro maggiormente colpito fu Longarone, in provincia di Belluno, che venne quasi completamente cancellato.

Furono colpiti anche Pirago, Maè, Villanova, Rivalta e altre località del territorio. Più a monte, nel versante friulano, la tragedia interessò diverse frazioni di Erto e Casso, distruggendo abitazioni e provocando numerose vittime. La violenza dell’onda fu tale da lasciare pochissimo tempo agli abitanti per comprendere cosa stesse accadendo. Nelle case, molte persone stavano trascorrendo una normale serata. Altre erano già a letto. Non esisteva alcuna possibilità concreta di fronteggiare un fenomeno di quella intensità una volta iniziato il collasso della montagna. In pochissimi minuti, il paesaggio della valle venne trasformato radicalmente.

Il particolare più sconvolgente: la diga del Vajont non crollò

Uno degli aspetti meno intuitivi della tragedia, ma fondamentali per comprenderne la dinamica, è che la diga del Vajont non cedette. Nonostante la violenza dell’evento, lo sbarramento in calcestruzzo rimase sostanzialmente integro. La struttura, alta circa 262 metri, era stata progettata per resistere alle enormi pressioni esercitate dall’acqua contenuta nel bacino. Quando la montagna franò nel lago, l’onda superò la sommità della diga, ma la struttura principale resistette.

La catastrofe non fu dunque causata dalla rottura di uno sbarramento, come avviene in altri disastri idraulici, bensì dalla rapidissima immissione di una massa rocciosa nel serbatoio e dalla conseguente fuoriuscita violenta dell’acqua. Questo particolare costituisce una delle lezioni più importanti del Vajont. Un’opera ingegneristica può essere strutturalmente resistente e, allo stesso tempo, risultare inserita in un contesto naturale non sufficientemente sicuro. La stabilità di una diga, infatti, non dipende esclusivamente dalla robustezza del muro di contenimento. È necessario considerare l’intero sistema geologico e idrologico nel quale l’opera viene collocata: le montagne circostanti, la stabilità dei versanti, le caratteristiche delle rocce, la presenza di fratture e il comportamento delle acque sotterranee. Nel Vajont la diga resistette, ma il sistema naturale che avrebbe dovuto ospitare il bacino non era stabile.

I segnali ignorati: la montagna si muoveva già da anni

La tragedia del Vajont viene spesso definita una catastrofe annunciata. Non perché fosse possibile conoscere con assoluta precisione il momento del distacco, ma perché diversi fenomeni avevano già evidenziato la pericolosità del versante. La costruzione della diga era stata completata nel 1959, nell’ambito di un vasto progetto di sfruttamento delle risorse idroelettriche alpine promosso dalla SADE, Società Adriatica di Elettricità. Già durante le indagini geologiche emersero elementi che avrebbero dovuto indurre a una maggiore prudenza. Nel giugno del 1960, i geologi Edoardo Semenza e Franco Giudici individuarono sul versante settentrionale del Monte Toc i segni di una grande frana antica, risalente a un periodo precedente alla costruzione della diga. Questo elemento era di straordinaria importanza scientifica: significava che la montagna non era costituita semplicemente da rocce compatte e stabilmente ancorate al versante, ma ospitava una massa che aveva già subito movimenti franosi e che avrebbe potuto riattivarsi. Nello stesso periodo comparve una grande frattura sulla montagna, lunga oltre due chilometri, che disegnava una caratteristica forma a M.

Il 4 novembre 1960 si verificò un episodio ancora più evidente: una frana di circa 700mila metri cubi precipitò nel bacino, generando un’onda di circa dieci metri. La montagna aveva dunque già mostrato concretamente il proprio potenziale di instabilità. Nonostante questi segnali, le attività relative al bacino continuarono e negli anni successivi furono effettuate ulteriori prove di riempimento.

Tina Merlin, la giornalista che denunciò i pericoli prima del Vajont

Tra le figure più importanti della storia del Vajont occupa un posto particolare Tina Merlin, la giornalista che negli anni precedenti alla tragedia si occupò dei timori e delle denunce degli abitanti della valle. Attraverso articoli e inchieste, Merlin portò all’attenzione pubblica le preoccupazioni delle comunità locali, raccogliendo testimonianze e documentando le trasformazioni del territorio. Le sue denunce non furono accolte con la necessaria attenzione. Nel 1959, la giornalista venne denunciata per le notizie pubblicate sui rischi connessi alla costruzione e all’esercizio dell’impianto. Nel 1960 fu assolta.

A distanza di anni, il suo lavoro è considerato una testimonianza importante del valore del giornalismo d’inchiesta, soprattutto quando si occupa di sicurezza pubblica, ambiente e responsabilità delle istituzioni. La storia di Tina Merlin insegna che la prevenzione non dipende soltanto dagli strumenti scientifici e tecnologici. Richiede anche la possibilità di esprimere dubbi, raccogliere segnalazioni e sottoporre le decisioni a un controllo pubblico libero e rigoroso.

I soccorsi dopo la strage: il dramma dei superstiti

Quando arrivò la mattina del 10 ottobre 1963, il paesaggio della valle era irriconoscibile. Dove prima esistevano quartieri, abitazioni, strade e attività produttive, si estendevano distese di detriti e macerie. I superstiti si trovarono davanti a una devastazione difficilmente immaginabile. Molti avevano perso contemporaneamente familiari, amici, vicini di casa e ogni riferimento materiale della propria esistenza. Le prime operazioni di ricerca furono condotte anche dagli abitanti sopravvissuti, ai quali si aggiunsero rapidamente Vigili del Fuoco, militari, forze dell’ordine, volontari e soccorritori provenienti da numerose località italiane.

Il lavoro si svolse in condizioni estremamente difficili. I soccorritori dovettero cercare persone tra enormi quantità di fango, legname, rocce e resti degli edifici, in una situazione nella quale la violenza dell’onda aveva disperso corpi e materiali anche a grande distanza dai luoghi originari. Il disastro rappresentò uno dei momenti più drammatici della storia dei soccorsi italiani, ma anche un’importante esperienza di mobilitazione e solidarietà nazionale. Proprio la risposta al Vajont viene ricordata tra gli eventi che contribuirono, nei decenni successivi, alla maturazione di una maggiore consapevolezza sulla necessità di organizzare un moderno sistema nazionale di Protezione Civile.

Longarone dopo il Vajont: la ricostruzione e la memoria delle vittime

Dopo la tragedia, la ricostruzione rappresentò una sfida immensa. Non si trattava soltanto di ricostruire edifici, strade e infrastrutture, ma anche di ricomporre il tessuto sociale di comunità sconvolte dalla perdita di una parte consistente dei propri abitanti. Longarone, quasi completamente distrutta dall’onda, venne ricostruita negli anni successivi. Il processo di ricostruzione riguardò anche i territori colpiti nella valle del Vajont, con interventi urbanistici e nuove sistemazioni per le persone che avevano perduto la propria casa. Tuttavia nessuna ricostruzione materiale poteva restituire le vite perdute o cancellare il trauma di chi era sopravvissuto. Ancora oggi la memoria del disastro è custodita attraverso luoghi commemorativi, documenti, testimonianze e iniziative dedicate alle vittime.

Il cimitero monumentale di Fortogna, nel territorio di Longarone, è uno dei luoghi simbolo di questa memoria, un punto di riferimento per ricordare le persone che persero la vita nella tragedia. Il ricordo del Vajont riguarda anche le generazioni successive: coloro che non vissero direttamente la catastrofe, ma che ne hanno ereditato la storia e il dovere di conservarne la memoria.