Il presidente USA Donald Trump vuole Benjamin Netanyahu al governo di Israele, ma a condizioni ben precise. Dietro il sostegno elettorale del presidente degli Stati Uniti al premier israeliano si nasconderebbe un’intesa politica molto più articolata di un semplice endorsement. Un piano che potrebbe cambiare profondamente gli equilibri della politica israeliana, portando all’esclusione dei leader dell’estrema destra dal prossimo esecutivo, alla nascita di un governo di unità nazionale e, in una fase successiva, persino all’uscita di scena dello stesso Netanyahu.
È quanto emerge da un retroscena pubblicato dal sito israeliano Ynet, che cita fonti vicine al presidente americano. Secondo queste ricostruzioni, Trump avrebbe stabilito una condizione precisa per il futuro politico del suo alleato: Itamar Ben-Gvir non dovrà far parte del prossimo governo israeliano. Una richiesta che potrebbe estendersi anche a Bezalel Smotrich, altro esponente della destra radicale e attuale ministro delle Finanze.
La prospettiva assume particolare rilevanza alla luce dei risultati delle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026. Il Likud di Netanyahu si conferma il primo partito nelle proiezioni parziali e il blocco che sostiene il premier uscente è il più numeroso, ma nessuna coalizione dispone autonomamente dei 61 seggi necessari per governare. Una situazione che potrebbe offrire a Trump l’occasione per favorire una nuova maggioranza, capace di coinvolgere una parte dell’opposizione e di modificare la linea politica del prossimo esecutivo.
Il retroscena di Ynet: Trump vuole Netanyahu, ma senza Ben-Gvir e Smotrich
Secondo le fonti citate da Ynet, il presidente americano starebbe seguendo attentamente gli sviluppi dello scrutinio e le prospettive per la formazione del prossimo governo israeliano.
La priorità sarebbe ottenere “la garanzia” che Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit e ministro della Sicurezza nazionale, non venga confermato nella futura coalizione. La stessa esclusione potrebbe riguardare Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso, anche se dalle indiscrezioni emerge una posizione meno definitiva nei suoi confronti. La richiesta rappresenterebbe un cambiamento significativo rispetto alla composizione dell’attuale governo Netanyahu, nel quale le due formazioni della destra radicale hanno ricoperto un ruolo importante.
L’obiettivo di Trump non sarebbe semplicemente modificare la distribuzione dei ministeri, ma liberare il prossimo esecutivo israeliano dai vincoli politici rappresentati dai partiti più radicali, considerati un ostacolo alla realizzazione di alcuni dei principali progetti diplomatici dell’amministrazione americana.
Perché Trump si è preso il merito della rimonta elettorale di Netanyahu
Il retroscena offre anche una possibile chiave di lettura delle dichiarazioni con cui Trump ha rivendicato pubblicamente il proprio contributo alla rimonta di Netanyahu durante lo scrutinio delle elezioni israeliane. Dopo gli exit poll, che avevano inizialmente prospettato un vantaggio dell’opposizione guidata da Gadi Eisenkot, i primi risultati ufficiali hanno mostrato un recupero del blocco del premier uscente.
Trump ha immediatamente collegato questo cambiamento al proprio sostegno politico, sottolineando il peso dell’endorsement rivolto agli elettori israeliani prima del voto. Secondo Ynet, quella rivendicazione avrebbe avuto anche uno scopo preciso: ricordare a Netanyahu il prezzo politico del sostegno ricevuto.
Il ragionamento attribuito al presidente americano è sostanzialmente questo: Washington ha contribuito a rafforzare la posizione elettorale del premier israeliano e ora si aspetta che Netanyahu rispetti gli impegni assunti sulla futura composizione del governo.
In questa interpretazione, quindi, l’endorsement di Trump non sarebbe stato soltanto un gesto di amicizia politica o un sostegno alla leadership di Netanyahu, ma parte di una strategia diplomatica destinata a produrre conseguenze anche dopo le elezioni.
Il primo obiettivo è l’Iran: il piano per chiudere la guerra iniziata il 28 febbraio
Il progetto attribuito a Trump e Netanyahu sarebbe articolato in due fasi, corrispondenti agli ultimi due anni del mandato presidenziale americano. Secondo Ynet, il primo anno sarebbe dedicato soprattutto all’Iran, con l’obiettivo di arrivare a una conclusione definitiva della guerra iniziata il 28 febbraio 2026.
Il dossier iraniano rappresenta uno dei principali punti di convergenza tra Trump e Netanyahu, che condividono l’obiettivo di contrastare la minaccia rappresentata da Teheran. La prospettiva delineata dal sito israeliano prevede che i due leader concentrino inizialmente la loro collaborazione su questo fronte, cercando di ottenere un risultato strategico decisivo prima di affrontare una seconda fase politica e diplomatica.
È proprio questa scansione temporale a rendere particolarmente interessante il retroscena: Trump vorrebbe mantenere Netanyahu come interlocutore nella gestione del confronto con l’Iran, senza necessariamente garantirgli la permanenza alla guida del governo fino alla conclusione del mandato americano.
Il secondo obiettivo: gli Accordi di Abramo e la normalizzazione con l’Arabia Saudita
La seconda fase del piano sarebbe dedicata al rilancio degli Accordi di Abramo, il processo diplomatico attraverso il quale gli Stati Uniti hanno promosso la normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi. Per Donald Trump si tratta di un progetto centrale della propria politica estera, destinato ad assumere un peso importante anche nell’eredità internazionale della sua presidenza.
L’obiettivo più ambizioso sarebbe estendere gli accordi ad altri Paesi della regione, a cominciare dall’Arabia Saudita. Ed è proprio qui che emergerebbe il principale ostacolo politico alla permanenza dell’attuale coalizione israeliana.
Diversi Paesi arabi, tra cui proprio l’Arabia Saudita, avrebbero chiarito al presidente americano di non essere disponibili a perseguire la normalizzazione delle relazioni con Israele finchè Netanyahu rimarrà primo ministro.
La presenza nel governo di leader come Ben-Gvir e Smotrich renderebbe ulteriormente difficile qualsiasi apertura diplomatica, considerando le loro posizioni sulla questione palestinese e sugli equilibri territoriali e politici della regione.
Da questa prospettiva, l’esclusione dell’estrema destra rappresenterebbe per Trump un primo passaggio verso una coalizione israeliana più compatibile con i suoi obiettivi diplomatici. Ma potrebbe non bastare. Se il principale ostacolo alla normalizzazione fosse rappresentato dalla stessa permanenza di Netanyahu alla guida del governo, anche la posizione del premier dovrebbe essere riconsiderata.
Netanyahu potrebbe lasciare il governo prima della fine del mandato di Trump
Secondo la ricostruzione del sito israeliano, durante l’ultimo anno della presidenza Trump, Netanyahu potrebbe essere chiamato a lasciare la guida del governo, forse nell’ambito di un patteggiamento o di un’altra intesa politica o giudiziaria. Una possibilità che permetterebbe di affrontare il dossier iraniano nella prima fase, mantenendo Netanyahu come interlocutore, e di aprire successivamente una nuova stagione diplomatica con il mondo arabo.
La prospettiva rimane comunque ipotetica. Non risulta annunciato alcun accordo formale sulle dimissioni del premier israeliano, né sui tempi o sulle condizioni di una sua eventuale uscita di scena.
Il retroscena suggerisce tuttavia che Trump potrebbe considerare Netanyahu un partner utile per una parte della propria agenda internazionale, ma non necessariamente il leader più adatto a realizzarne tutti gli obiettivi.
Un governo di unità nazionale con Eisenkot: l’ipotesi della rotazione
Il quadro elettorale israeliano potrebbe favorire una soluzione completamente diversa da quella dell’attuale coalizione. Con nessuno dei due grandi schieramenti in grado di raggiungere autonomamente la maggioranza dei 61 seggi, un governo di unità nazionale tra Netanyahu e una parte dell’opposizione rappresenta una delle possibilità sul tavolo.
Il principale interlocutore potrebbe essere Gadi Eisenkot, leader del partito centrista Yashar, che ha guidato il fronte alternativo a Netanyahu durante la campagna elettorale. Una coalizione di questo tipo consentirebbe teoricamente di costruire una maggioranza parlamentare senza ricorrere necessariamente ai partiti della destra più radicale.
La formula potrebbe prevedere anche una rotazione alla carica di primo ministro, con Netanyahu alla guida dell’esecutivo in una prima fase e un successivo passaggio di consegne a un esponente dell’opposizione.
Una soluzione che permetterebbe a Trump di mantenere inizialmente il rapporto privilegiato con Netanyahu per affrontare il dossier iraniano, creando al tempo stesso le condizioni per un futuro cambiamento alla guida del governo israeliano.
Non sarebbe una novità assoluta nella storia politica del Paese. Israele ha già sperimentato governi di unità nazionale e accordi di rotazione, a cominciare dall’intesa del 1984 tra Shimon Peres e Yitzhak Shamir. Un precedente più recente riguarda proprio Netanyahu, che nel 2020 raggiunse un accordo di rotazione con Benny Gantz. In quell’occasione, tuttavia, l’intesa non arrivò a compimento e il governo cadde prima del previsto passaggio di consegne.




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