Una nuova e violenta offensiva americana contro l’Iran potrebbe cominciare già mercoledì 4 novembre, appena ventiquattro ore dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. È lo scenario delineato dalle ultime indiscrezioni provenienti dal Medio Oriente, secondo cui il presidente americano Donald Trump starebbe pianificando una nuova fase di bombardamenti contro Teheran, dopo mesi di guerra e negoziati diplomatici che non hanno ancora prodotto una soluzione definitiva.
A rilanciare l’ipotesi è l’emittente americana MS NOW, che cita tre alti funzionari arabi del Golfo, intervenuti in forma anonima per discutere informazioni particolarmente sensibili. Secondo queste fonti, l’amministrazione Trump avrebbe già informato diversi alleati regionali della necessità di prepararsi a una campagna militare breve ma particolarmente intensa, che potrebbe prendere il via immediatamente dopo il voto americano del 3 novembre.
Attacco all’Iran dopo le Midterm: il possibile piano di Trump
Il calendario politico americano potrebbe avere un peso determinante nelle valutazioni della Casa Bianca. L’ipotesi di un’offensiva successiva alle elezioni Midterm viene collegata anche alla prospettiva di una nuova fase della presidenza Trump, “quando il suo peso politico interno è destinato a ridursi negli ultimi due anni del mandato e la sua attenzione potrebbe spostarsi maggiormente sulla politica estera”, secondo la ricostruzione riportata da MS NOW.
La possibilità di nuovi attacchi era già emersa nelle indiscrezioni del Wall Street Journal, secondo cui Washington avrebbe avvertito diversi Paesi del Golfo di prepararsi a una nuova operazione militare contro l’Iran. L’obiettivo americano sarebbe quello di intensificare la pressione su Teheran, colpendo le sue capacità strategiche e cercando di ottenere concessioni al tavolo negoziale.
Il 4 novembre rappresenterebbe dunque la prima data possibile per una nuova escalation, non una scadenza ufficialmente annunciata. Gli Stati Uniti starebbero predisponendo diverse opzioni militari, mentre resta aperta la possibilità di una soluzione diplomatica.
Gli alleati del Golfo temono le ritorsioni dell’Iran: a rischio le basi americane
Le indiscrezioni sui preparativi statunitensi stanno alimentando una crescente preoccupazione tra gli alleati arabi di Washington. I governi della regione temono infatti che una nuova ondata di bombardamenti americani possa provocare una risposta militare iraniana contro le infrastrutture strategiche, gli impianti energetici e le installazioni militari presenti nei rispettivi territori.
Proprio per questo, diversi Paesi del Golfo starebbero cercando di favorire una de-escalation del conflitto, incoraggiando la prosecuzione dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Uno dei funzionari citati da MS NOW ha sostenuto che “non sarebbe sorprendente” se alcuni Stati della regione si opponessero all’utilizzo delle basi militari sul proprio territorio per condurre nuovi bombardamenti americani.
Una posizione che evidenzia le difficoltà diplomatiche che Washington potrebbe incontrare nel caso decidesse di riprendere operazioni militari su larga scala. Le monarchie del Golfo, pur mantenendo importanti rapporti strategici con gli Stati Uniti, hanno infatti interesse a evitare una nuova destabilizzazione regionale, soprattutto per le possibili conseguenze sui mercati petroliferi e sulla sicurezza delle rotte commerciali.
Trump conferma i colloqui con l’Iran: “vogliono parlare”
Nel frattempo, il presidente americano continua a lasciare aperta la strada del dialogo. Interpellato nello Studio Ovale della Casa Bianca sull’andamento dei contatti diplomatici con Teheran, Trump ha confermato che le interlocuzioni proseguono, pur sottolineando la difficile situazione economica e militare della Repubblica islamica.
“Ci sono… sì, ci sono dei colloqui. Vogliono parlare. Continuano a parlare”. Trump ha quindi aggiunto una valutazione sulle condizioni dell’Iran e sui costi sostenuti dagli Stati Uniti nel conflitto: “ma guardi, non stanno pagando i loro soldati, non stanno pagando le loro forze di polizia. Si trovano, sa, in una situazione molto difficile. E, francamente, abbiamo tempo. È una guerra, ma non una guerra di tipo tradizionale. Siamo lì da sette mesi e, tutto sommato, stiamo spendendo davvero poco”.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?