Il Venezuela ha vissuto una notte di grandi emozioni, con migliaia di persone scese in strada per accogliere il ritorno di María Corina Machado. Domenica 25 ottobre, la leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la Pace 2025 è rientrata nel suo Paese dopo quasi un anno trascorso all’estero, accompagnata da un’ondata di entusiasmo popolare che ha attraversato città, piazze e autostrade fino a Caracas. Bandiere nazionali, telefoni illuminati, cori e grida di “Libertà!” hanno scandito il viaggio della donna che per anni ha rappresentato una delle principali figure della resistenza politica al potere di Nicolás Maduro.
Il suo ritorno apre un nuovo capitolo nella complicata transizione venezuelana, nove mesi dopo la cattura di Maduro durante un’operazione militare statunitense e l’insediamento della sua ex vicepresidente, Delcy Rodríguez, alla guida del governo ad interim con il sostegno di Washington. Ma le immagini delle manifestazioni raccontano anche un’altra storia: quella di un Paese segnato da repressione politica, contestazioni elettorali, crisi economica e un esodo di quasi otto milioni di persone. Una vicenda che riporta al centro dell’attenzione internazionale anche le posizioni assunte negli anni da esponenti della sinistra occidentale nei confronti del chavismo.
María Corina Machado torna in Venezuela: migliaia di persone in strada per accoglierla
Maglietta bianca, jeans blu e il sorriso rivolto ai sostenitori. María Corina Machado, 59 anni, è riapparsa domenica nella città di Barquisimeto, presso la chiesa di Santa Rosa, prima di intraprendere un lungo viaggio verso Caracas. La conferma del suo ritorno è arrivata attraverso un breve messaggio pubblicato su X: “Sono qui. Con voi”.
Da quel momento, il percorso della leader dell’opposizione si è trasformato in una grande manifestazione popolare. Secondo quanto documentato dall’agenzia AFP, migliaia di venezuelani hanno affollato autostrade, piazze e caselli per salutarla. A Guacara, Machado è stata vista sopra un’automobile mentre cantava l’inno nazionale, circondata da una folla che sventolava bandiere e chiedeva libertà. Il corteo ha poi raggiunto Caracas, accompagnato da auto e motociclette.
Per molti sostenitori, il ritorno di Machado rappresenta anche la speranza di rivedere i propri familiari costretti a lasciare il Paese. Durante le manifestazioni, una donna ha rivolto alla leader un appello riportato dall’AFP: “María, se tu torni, anche mia figlia deve tornare!”. Una frase che sintetizza il dramma di milioni di famiglie venezuelane divise dall’emigrazione.
Secondo due esuli citati dall’AFP, Machado sarebbe entrata in Venezuela via terra dalla Colombia, ma le autorità colombiane non avevano inizialmente confermato questa ricostruzione. Fonti del suo partito, Vente Venezuela, riferiscono che la dirigente aveva già tentato almeno sette volte di rientrare, senza successo.
Le elezioni del 2024, l’esclusione di Machado e la vittoria rivendicata dall’opposizione
Per comprendere il significato politico di queste immagini bisogna tornare alle elezioni presidenziali venezuelane del 28 luglio 2024. María Corina Machado, vincitrice delle primarie dell’opposizione, non poté partecipare alla competizione a causa dell’interdizione imposta dalle autorità. Dopo ulteriori difficoltà nella registrazione delle candidature, lo schieramento contrario a Maduro individuò in Edmundo González Urrutia il proprio candidato alla presidenza.
Le autorità elettorali venezuelane proclamarono Nicolás Maduro vincitore, senza tuttavia pubblicare i risultati dettagliati per singolo seggio necessari a consentire una verifica indipendente del conteggio. L’opposizione presentò invece una raccolta di verbali elettorali dalla quale emergeva una netta affermazione di González Urrutia.
Non si trattò soltanto di una contestazione politica interna. Il Carter Center, organizzazione internazionale che aveva seguito il processo elettorale, dichiarò che le presidenziali venezuelane del 2024 non avevano rispettato gli standard internazionali di integrità elettorale e non potevano essere considerate democratiche. L’organizzazione sottolineò inoltre l’impossibilità di verificare i risultati proclamati dalle autorità, proprio a causa della mancata pubblicazione dei dati disaggregati.
Anche il Parlamento europeo, con una risoluzione approvata nel settembre 2024, riconobbe Edmundo González Urrutia come presidente legittimamente eletto e denunciò le irregolarità del processo elettorale. Le conclusioni di queste istituzioni rappresentano elementi documentati che danno consistenza alle contestazioni rivolte al voto, distinguendole da una semplice contrapposizione tra governo e opposizione.
Arresti, oppositori perseguitati e quasi otto milioni di venezuelani all’estero
Alle elezioni contestate seguì una nuova fase di repressione nei confronti dell’opposizione. Secondo i dati riportati dall’AFP, le violenze successive al voto provocarono 28 morti e oltre 2.400 arresti, coinvolgendo anche numerosi collaboratori di Machado. La leader di Vente Venezuela trascorse quasi un anno nascosta prima di lasciare il Paese nel dicembre 2025 per ricevere il Nobel per la Pace.
Il dramma venezuelano, tuttavia, va ben oltre la vicenda della sua principale oppositrice politica. Il Paese ha attraversato anni di gravissima crisi economica e sociale, tra carenze alimentari, difficoltà di accesso ai medicinali, impoverimento della popolazione e deterioramento dei servizi essenziali.
Le dimensioni dell’esodo sono documentate dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR): secondo i dati aggiornati alla fine del 2025, quasi 7,9 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese alla ricerca di protezione e migliori condizioni di vita. Oltre 6,9 milioni si trovano in altri Paesi dell’America Latina e dei Caraibi.
La sinistra occidentale e il Venezuela: dalle parole di Corbyn al ruolo di Zapatero
Il ritorno di Machado riapre inevitabilmente anche il dibattito sul rapporto tra una parte della sinistra occidentale e il chavismo. Per anni il Venezuela di Hugo Chávez è stato considerato da diversi movimenti progressisti e socialisti internazionali un esperimento politico alternativo alle politiche economiche liberiste. Con il passare del tempo, però, il progressivo deterioramento delle garanzie democratiche e la crisi del Paese hanno reso quelle valutazioni sempre più controverse.
Un caso documentato è quello di Jeremy Corbyn, già leader del Partito Laburista britannico. Nel 2013, dopo la morte di Hugo Chávez, Corbyn lo descrisse pubblicamente come una fonte d’ispirazione per coloro che in Europa combattevano contro l’austerità e le politiche economiche neoliberiste.
Nel 2017, mentre il Venezuela attraversava una nuova fase di violenze e manifestazioni, Corbyn fu criticato per non aver condannato esplicitamente Maduro nei termini richiesti dai suoi oppositori politici. L’esponente britannico condannò la violenza da qualunque parte provenisse, una posizione che suscitò ulteriori contestazioni sul suo precedente sostegno al progetto chavista.
Un’altra figura al centro del dibattito è José Luis Rodríguez Zapatero, ex presidente del governo spagnolo, che negli anni ha svolto attività di mediazione e interlocuzione politica con il Venezuela di Maduro. Il suo ruolo è stato interpretato in modi differenti: dai sostenitori come un tentativo di mantenere aperti canali diplomatici, dai critici come un’attività che rischiava di contribuire alla legittimazione internazionale del governo venezuelano.
Queste vicende pongono una questione politica precisa: fino a che punto il sostegno a un progetto ideologico può resistere di fronte alle denunce di repressione, alla riduzione degli spazi democratici e alle condizioni di vita della popolazione?
Lula, Sánchez e le contestazioni sul voto venezuelano
Particolarmente delicato è anche il capitolo dei rapporti tra il Venezuela e i governi progressisti dell’America Latina e dell’Europa, a cominciare dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e dal premier spagnolo Pedro Sánchez.
Dopo il voto del 2024, Lula non riconobbe ufficialmente la vittoria di Maduro. Il presidente brasiliano chiese la pubblicazione dei verbali elettorali e, nell’agosto di quell’anno, ribadì di non riconoscere né l’affermazione proclamata del presidente uscente né quella rivendicata da González Urrutia in assenza di ulteriori verifiche. Se da un lato Lula non riconobbe Maduro, dall’altra andò contro l’opposizione venezuelana che chiedeva di proclamare Gonzalez presidente.
Anche in Spagna il voto venezuelano provocò uno scontro politico. Nel settembre 2024, il Congresso dei Deputati spagnolo approvò una proposta che chiedeva al governo di riconoscere González Urrutia come vincitore delle elezioni e presidente legittimo. Il voto parlamentare non equivalse però a un automatico riconoscimento formale da parte dell’esecutivo guidato da Sánchez.
La cattura di Maduro
La situazione venezuelana è cambiata radicalmente nel gennaio 2026, quando Nicolás Maduro è stato catturato durante un’operazione militare degli Stati Uniti e trasferito in territorio americano. La sua uscita dal potere non ha tuttavia comportato l’immediato insediamento dell’opposizione che rivendicava la vittoria alle elezioni del 2024.
Alla guida del Paese è infatti arrivata Delcy Rodríguez, già vicepresidente di Maduro, che ha assunto la presidenza ad interim con il sostegno dell’amministrazione statunitense. Una scelta che ha aperto una fase di negoziati politici, ma ha anche suscitato interrogativi sulla natura e sulle prospettive della transizione.
Washington ha sostenuto il confronto tra il governo provvisorio e una parte dell’opposizione, mentre Rodríguez ha avviato accordi legati anche al settore petrolifero. María Corina Machado, nonostante il suo ruolo nell’opposizione, è rimasta finora sostanzialmente ai margini di questi colloqui.
Il ritorno della leader venezuelana modifica ora il quadro politico. Lunedì 26 ottobre, attraverso la portavoce Claudia Macero, Machado ha fatto sapere di essere disponibile a incontrare anche Delcy Rodríguez, purché il confronto si svolga con trasparenza e sulla base di un’agenda precisa.
La disponibilità al dialogo non cancella le differenze politiche. Vente Venezuela continua a chiedere nuove elezioni presidenziali e la possibilità per Machado di candidarsi, mentre non è stata ancora fissata una data per il voto. La transizione rimane così sospesa tra negoziati istituzionali, interessi internazionali, richieste di riforma e mobilitazione popolare.
Il futuro del Venezuela tra libertà politiche, elezioni e ritorno degli esuli
Le immagini di Caracas e Guacara mostrano l’entusiasmo di migliaia di cittadini per il ritorno di María Corina Machado. Non costituiscono da sole la prova di un cambiamento istituzionale compiuto, ma testimoniano la forza di una mobilitazione che chiede di essere rappresentata nel futuro del Paese.
Restano da affrontare questioni decisive: la garanzia di elezioni libere e verificabili, la tutela degli oppositori, la situazione dei detenuti politici, l’indipendenza delle istituzioni e il recupero economico. A queste si aggiunge la prospettiva del ritorno dei milioni di venezuelani che vivono all’estero, per i quali la possibilità di ricostruire una vita nel proprio Paese dipenderà anche dalla sicurezza, dal lavoro e dalle condizioni materiali.
Il confronto internazionale sul chavismo, sulle responsabilità del governo Maduro e sulle posizioni assunte dagli alleati stranieri rimane parte di questa storia. Ma il nodo centrale della nuova fase venezuelana riguarda soprattutto la possibilità di trasformare le richieste di libertà e partecipazione in istituzioni democratiche, diritti effettivi e una competizione elettorale credibile.
La notte del 25 ottobre 2026 ha riportato María Corina Machado tra i suoi sostenitori. Il passaggio successivo sarà capire quale ruolo potrà assumere nella transizione e se le attese espresse nelle piazze troveranno una risposta politica concreta.


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