Sondaggio, quasi due italiani su tre giustificano la diserzione in caso di guerra | DATI

Il nuovo sondaggio di Termometro Politico fotografa un’opinione pubblica molto prudente sull’ipotesi di mandare un giovane a combattere: il 64% ritiene legittima la diserzione almeno in alcune circostanze, mentre il 30,7% la esclude sempre

Il tema della guerra e del possibile coinvolgimento diretto dei cittadini italiani divide profondamente l’opinione pubblica, ma con un orientamento piuttosto netto su un punto: per una larga parte degli intervistati, un giovane italiano potrebbe essere giustificato se decidesse di disertare almeno in determinate circostanze. È quanto emerge dal nuovo sondaggio settimanale di Termometro Politico, realizzato con metodo CAWI su 2.300 interviste raccolte tra il 29 settembre e il 1° ottobre 2026. Alla domanda “Un giovane italiano in caso di guerra farebbe bene a disertare?”, il 64% degli intervistati sceglie una delle quattro risposte che ammettono la diserzione, anche se con motivazioni e condizioni molto differenti. Il dato non significa quindi che quasi due italiani su tre considerino sempre giusto disertare. Soltanto una parte del campione assume una posizione assoluta, mentre la maggioranza delle risposte favorevoli distingue tra guerra di aggressione, difesa del territorio nazionale, difesa di un Paese alleato e conflitti ritenuti estranei agli interessi italiani.

Diserzione in guerra, il 26,6% la ritiene legittima in ogni caso

La posizione più scelta è anche quella più netta. Il 26,6% degli intervistati risponde: “Sì, in ogni caso, non è mai umano costringere qualcuno a combattere”. È l’unica delle risposte favorevoli che non introduce alcuna distinzione sulla natura del conflitto. Per questa parte del campione, dunque, la scelta individuale di non prendere parte alla guerra prevale indipendentemente dalle ragioni che hanno determinato il conflitto. Si tratta della singola opzione che raccoglie la percentuale più alta tra tutte quelle proposte dal sondaggio.

Il 18,9% distingue tra guerra di aggressione e difesa dell’Italia

La seconda risposta più scelta introduce invece una distinzione sostanziale. Il 18,9% considera legittima la diserzione soltanto nel caso in cui l’Italia partecipasse a una guerra di aggressione, mentre ritiene che non sarebbe giusto disertare se il Paese fosse invaso o attaccato. La formulazione proposta nel sondaggio è: “Sì, ma solo nel caso l’Italia partecipasse a di una guerra di aggressione, se fossimo invasi o attaccati non penso sia legittimo disertare”. Questa quota del campione distingue quindi chiaramente tra partecipazione offensiva a un conflitto e difesa diretta del territorio nazionale.

Guerra e alleati, un altro 9,8% amplia il dovere di difesa

Una posizione simile, ma più estesa, raccoglie il 9,8%. Anche in questo caso la diserzione viene considerata possibile qualora l’Italia partecipasse a una guerra di aggressione, ma non sarebbe ritenuta legittima se ad essere attaccata fosse l’Italia oppure un Paese alleato. La risposta testuale è: “sì, ma solo nel caso l’Italia partecipasse a di una guerra di aggressione, se fossimo invasi o attaccati o lo fosse un Paese alleato non penso sia legittimo disertare”. La differenza rispetto al gruppo precedente riguarda dunque l’estensione del principio di difesa anche agli impegni derivanti dalle alleanze internazionali.

L’8,7% distingue tra guerre “nell’interesse degli italiani” e conflitti altrui

C’è poi un 8,7% che utilizza un altro criterio per valutare la legittimità della diserzione: l’interesse nazionale. La risposta proposta dal sondaggio recita: “sì, nel caso di guerre che fossero nell’interesse di altri, come Ucraina o Iran, mentre disertare non sarebbe legittimo nel caso di conflitti che fossero nell’interesse degli italiani”. Anche in questo caso, dunque, non viene espresso un rifiuto generale della partecipazione a un conflitto, ma una distinzione sulla base delle ragioni e degli interessi attribuiti alla guerra. Sommando queste tre posizioni condizionate al 26,6% favorevole alla diserzione in ogni circostanza, la quota degli intervistati che la considera giustificabile almeno in qualche caso arriva al 64%.

Il 30,7% esclude invece la diserzione

Sul fronte opposto, il 17,9% ritiene che non si possa disertare neppure quando si considera una guerra ingiusta. Questa parte del campione ammette però altre forme di opposizione politica e civile. La risposta è infatti: “no, è giusto protestare se si crede che la guerra sia ingiusta, si possono votare per partiti pacifisti sperando che fermino la guerra, ma non si può disertare”. Un ulteriore 12,8% assume una posizione ancora più rigida: “no, mai è un dovere combattere se c’è una guerra, le discussioni e le proteste si rimandano a quando è finita la guerra”. Complessivamente, dunque, il 30,7% degli intervistati sceglie una delle due risposte che escludono sempre la possibilità della diserzione.

Solo il 5,3% non prende posizione

La quota di chi non sa o preferisce non rispondere è relativamente contenuta. Il 5,3% sceglie infatti l’opzione “Non so/non intendo rispondere”. La grande maggioranza del campione prende quindi posizione su un tema particolarmente sensibile, anche se con sfumature molto diverse e senza una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari alla guerra.