Una nuova forza politica potrebbe essere chiamata a raccogliere da 6.000 a 7.000 firme per ogni collegio plurinominale, contro le 1.500 previste attualmente come soglia minima, mentre contemporaneamente aumenterebbe da un terzo alla metà delle circoscrizioni il territorio nel quale una lista dovrebbe obbligatoriamente presentare candidature. È il punto della riforma elettorale sul quale interviene Massimo Mastruzzo, componente del Direttivo nazionale del MET, Movimento Equità Territoriale, che richiama l’attenzione sulle conseguenze che le nuove disposizioni potrebbero avere soprattutto per i soggetti politici appena costituiti e per le forze a carattere territoriale. Il testo non è ancora definitivamente approvato: dopo le modifiche introdotte dal Senato è tornato alla Camera, dove si trova in terza lettura. Secondo Mastruzzo, tuttavia, proprio questa fase renderebbe necessario aprire immediatamente un confronto pubblico sulle nuove soglie previste per la presentazione delle liste.
“Da 1.500 a 6.000 firme minime per ogni collegio. Quattro volte tanto. E contemporaneamente l’obbligo di presentarsi in almeno metà delle circoscrizioni. Prima ancora di ricevere un solo voto. Forse dovremmo cominciare da qui. Dai numeri. Perché quando i numeri sono sufficientemente eloquenti non hanno bisogno di essere accompagnati da molti aggettivi. La riforma elettorale non è ancora legge. Ma il testo modificato dal Senato e tornato alla Camera contiene una norma che meriterebbe un dibattito pubblico assai più grande di quello che sta ricevendo: per una nuova forza politica il numero minimo delle sottoscrizioni necessarie passa da 1.500 a 6.000 per ogni collegio plurinominale, con un massimo di 7.000. Non basta. La stessa riforma porta da un terzo alla metà delle circoscrizioni il territorio minimo nel quale una lista deve presentare candidature”, afferma Mastruzzo.
La simulazione: fino a 525mila sottoscrizioni con gli attuali collegi
Il rappresentante del MET definisce il nuovo meccanismo una sorta di doppio ostacolo, perché all’aumento delle firme si sommerebbe l’ampliamento dell’area geografica minima nella quale una forza politica dovrebbe concorrere. “È questa la doppia mandata. Da una parte si quadruplica il numero minimo delle firme. Dall’altra si allarga contemporaneamente il territorio nel quale una nuova forza deve necessariamente essere presente per ottenere il diritto di partecipare alla competizione elettorale”. Mastruzzo traduce quindi le modifiche in numeri, prendendo come riferimento l’attuale geografia elettorale italiana, che conta 49 collegi plurinominali alla Camera e 26 al Senato, per un totale di 75. “Proviamo allora a tradurre la norma in qualcosa di comprensibile fuori dalle aule parlamentari. Oggi la geografia elettorale italiana conta 49 collegi plurinominali alla Camera e 26 al Senato: 75 complessivamente. Se applicassimo la nuova soglia minima dei 6.000 sottoscrittori agli attuali collegi, una forza politica nuova che volesse presentarsi in tutti i 49 collegi della Camera dovrebbe raccogliere almeno 294.000 firme. Se volesse presentarsi in tutti gli attuali collegi plurinominali di Camera e Senato, il conto salirebbe a 450.000. Al limite superiore di 7.000 firme per collegio, sulla stessa geografia attuale, sarebbero rispettivamente 343.000 e 525.000 sottoscrizioni”.
Mastruzzo precisa però che questi calcoli non rappresentano il numero definitivo di sottoscrizioni che sarà eventualmente richiesto alle prossime elezioni. La riforma prevede infatti una delega al Governo per la rideterminazione dei collegi plurinominali entro sessanta giorni, stabilendo che ciascun collegio assegni, di norma, da tre a otto seggi. “Questi numeri devono essere letti per quello che sono: una simulazione costruita sulla geografia elettorale vigente, non la previsione del numero definitivo di firme che sarà necessario alle prossime elezioni. La stessa riforma delega infatti il Governo a rideterminare entro sessanta giorni i collegi plurinominali, stabilendo che ciascuno assegni, di norma, da tre a otto seggi. Soltanto quando quella nuova mappa esisterà potremo conoscere il conto definitivo. Ma oggi la fotografia disponibile è questa. E non esiste alcun elemento che permetta di affermare in anticipo che la futura rideterminazione renderà necessariamente più leggero l’onere per una nuova forza politica”.
Nel comunicato viene inoltre ricordata la riduzione delle firme prevista nel caso di scioglimento anticipato delle Camere. “C’è inoltre una precisazione doverosa: in caso di scioglimento anticipato delle Camere opera la riduzione del 50 per cento delle sottoscrizioni. È una circostanza importante e va detta. Non cambia però la struttura della norma: il requisito ordinario passa comunque da 1.500 a 6.000 firme minime per collegio e contemporaneamente aumenta la copertura territoriale richiesta. E tutto questo non per ottenere un seggio, ricevere denaro pubblico o conquistare un privilegio. Per avere il diritto di comparire sulla scheda e chiedere agli italiani un voto. È questo il punto che rischia di scomparire dietro le formule tecniche di una legge elettorale”. Secondo Mastruzzo, il nodo centrale riguarda quindi il momento che precede il voto vero e proprio, cioè l’accesso alla competizione elettorale: “Le sottoscrizioni vengono prima del consenso. Prima delle urne. Prima che un cittadino possa decidere se quella forza politica meriti lo zero virgola qualcosa, il tre per cento, il dieci per cento oppure la maggioranza assoluta. Prima ancora che la democrazia possa misurarla attraverso il voto”.
La differenza tra nuove forze e soggetti già rappresentati in Parlamento
Uno degli aspetti maggiormente contestati dal Movimento Equità Territoriale riguarda la diversa soglia che continuerebbe ad applicarsi alle forze politiche in possesso di determinati requisiti parlamentari. “Eppure quella porta non pesa allo stesso modo per tutti. Il testo stabilisce infatti che l’aumento a 6.000-7.000 firme non si applichi ai partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare o componente politica di gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere alla data prevista dalla norma: per questi soggetti rimane l’intervallo fra 1.500 e 2.000 sottoscrizioni. Restano inoltre ferme le ulteriori esenzioni previste dalla legge. Per una nuova forza, dunque, il minimo ordinario diventa 6.000 firme per collegio. Per determinate forze che possiedono già i requisiti parlamentari indicati dalla legge rimane 1.500. Quattro volte meno”. Da qui la richiesta di chiarire le ragioni di una differenza così marcata: “Non occorre attribuire intenzioni a nessuno. È sufficiente chiedere quale sia la giustificazione di una differenza tanto grande nelle condizioni poste per accedere alla medesima competizione democratica”.
Mastruzzo prende in considerazione anche le motivazioni avanzate da chi sostiene l’innalzamento delle sottoscrizioni, ossia la volontà di limitare la proliferazione di liste prive di un radicamento reale. “I sostenitori dell’innalzamento delle sottoscrizioni hanno spiegato che una soglia più alta servirebbe a evitare la proliferazione di liste prive di un effettivo radicamento e a chiedere a chi vuole partecipare alle elezioni la dimostrazione preventiva di possedere un consenso reale. È un argomento che deve essere ascoltato. Ma merita una risposta anche la domanda che ne consegue: per impedire una lista civetta è necessario chiedere fino a 7.000 firme per collegio a qualsiasi forza politica nuova? E soprattutto, perché il radicamento di chi sta fuori deve essere dimostrato attraverso un requisito minimo quattro volte superiore a quello mantenuto per determinate forze già presenti in Parlamento?”. Per il componente del Direttivo MET, dunque, lo strumento delle firme è legittimo, ma rischierebbe di assumere una funzione diversa qualora il requisito diventasse eccessivamente gravoso. “Una firma è uno strumento democratico perfettamente legittimo quando serve a dimostrare che dietro un simbolo esiste qualcosa di reale. Ma un filtro può trasformarsi in una barriera. E quando contemporaneamente si quadruplica il requisito minimo e si obbliga una nuova forza ad allargare la propria presenza ad almeno metà delle circoscrizioni, il problema non riguarda più soltanto le cosiddette liste civetta. Può riguardare qualsiasi nuovo soggetto politico che tenti di nascere dal basso”.
Il nodo delle forze territoriali e della raccolta digitale
Il problema, secondo Mastruzzo, avrebbe un impatto particolarmente rilevante sui movimenti territoriali, chiamati a estendere la propria presenza ben oltre l’area nella quale sono eventualmente nati e radicati. “Riguarda in modo particolare le forze territoriali. Qui emerge un paradosso: un movimento nato per rappresentare uno o più territori deve raggiungere una presenza territoriale molto più ampia prima ancora che gli elettori possano stabilire se vogliono affidargli la propria rappresentanza. Neppure il territorio, peraltro, è una variabile neutra. Raccogliere migliaia di sottoscrizioni in un’area densamente popolata non comporta lo stesso sforzo logistico necessario in territori caratterizzati da centinaia di comuni, grandi distanze e bassa densità abitativa. Una soglia numericamente identica può produrre oneri organizzativi profondamente differenti”. Una possibile soluzione, almeno sul piano organizzativo, sarebbe secondo il MET la possibilità di ricorrere maggiormente alla raccolta digitale delle firme. “Ci sarebbe almeno uno strumento capace di ridurre parte di questo problema: la raccolta digitale delle sottoscrizioni”.
Nel corso dell’esame parlamentare, ricorda Mastruzzo, era stata avanzata anche una proposta in questa direzione. “Nel corso dell’esame parlamentare è stata proposta. Alla Camera è stato depositato anche un emendamento che chiedeva di cancellare l’aumento a 6.000-7.000 e, contemporaneamente, consentire agli elettori di sottoscrivere digitalmente attraverso la piattaforma pubblica. Quella proposta non è entrata nel testo che si avvia al passaggio decisivo. E allora la domanda diventa ancora più difficile da evitare: se l’obiettivo è verificare che una forza politica possieda un consenso reale, perché rendere tanto oneroso raccogliere quel consenso preventivo senza rendere contemporaneamente più semplice, sicuro e verificabile esprimerlo attraverso gli strumenti digitali?”. Il MET rivolge quindi direttamente il proprio interrogativo al Parlamento: “Non chiediamo a nessun parlamentare un atto di fede. Chiediamo una risposta”.
La nota prosegue con una serie di interrogativi sulla proporzionalità delle nuove condizioni. “È ragionevole quadruplicare il numero minimo delle sottoscrizioni richieste a una forza politica nuova prima ancora che possa misurare il proprio consenso nelle urne? È ragionevole mantenere contemporaneamente condizioni molto meno onerose per determinate forze già rappresentate? È ragionevole aggiungere al quadruplicamento delle firme l’obbligo di presentarsi in almeno metà delle circoscrizioni? Se la risposta è sì, qualcuno spieghi pubblicamente perché. Spieghi perché le 1.500 firme che continuano a essere sufficienti per determinate forze già presenti in Parlamento non lo siano più per chi tenta di entrarvi. Perché 3.000 non basterebbero, perché 4.000 non basterebbero e perché sia necessario arrivare almeno a 6.000. E soprattutto spieghi quale problema della nostra democrazia sia diventato così grave da rendere necessario quadruplicare il requisito minimo di accesso. Perché il Parlamento non sta discutendo soltanto una formula per trasformare i voti in seggi. Sta decidendo qualcosa che viene prima: chi avrà la possibilità di chiedere quei voti”.
Il testo è alla Camera per la terza lettura
La riforma, sottolinea infine Mastruzzo, non è ancora definitivamente approvata. La Camera sta esaminando il testo modificato dal Senato e, trattandosi della terza lettura, può intervenire esclusivamente sulle modifiche introdotte da Palazzo Madama e sugli emendamenti ad esse conseguenti. In Commissione, viene ricordato, nessuna delle proposte emendative ritenute ricevibili è stata approvata. “Ed è precisamente per questo che bisogna parlarne adesso. Non quando le nuove regole saranno eventualmente diventate legge. Non quando sarà stata disegnata la nuova mappa dei collegi. Non quando una nuova forza politica scoprirà concretamente quante firme dovrà raccogliere per conquistare il diritto di comparire sulla scheda. Adesso. Perché una democrazia non si misura soltanto dalla libertà con cui possiamo scegliere tra i simboli che troviamo sulla scheda. Si misura anche dalle condizioni attraverso le quali qualcuno di nuovo può riuscire ad arrivare su quella scheda”.
Per Mastruzzo, dunque, il nodo politico riguarda le condizioni di partenza poste ai nuovi soggetti che intendano partecipare alle elezioni. “La porta rimane formalmente aperta. Ma da una parte si quadruplica il requisito minimo delle firme, dall’altra si estende il territorio nel quale è obbligatorio presentarsi, mentre determinate forze che possiedono già i requisiti parlamentari previsti dalla legge continuano a partire da condizioni differenti. Due mandate. Prima del voto definitivo ogni parlamentare avrà la possibilità di valutare le conseguenze della norma. E fino a quel momento l’opinione pubblica ha il diritto di sapere che cosa il Parlamento sta discutendo. Perché ci sono momenti nei quali il problema più grande non è il rumore prodotto da una discussione democratica. È il silenzio nel quale una decisione viene lasciata passare. Francisco Goya lo scrisse più di due secoli fa: “Il sonno della ragione genera mostri”. Prima che la chiave giri definitivamente, sarebbe bene tenere gli occhi aperti”.


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