È stato presentato oggi, lunedì 5 ottobre, alla Sala Monsignor Ferro di Palazzo Corrado Alvaro, il progetto della Porta della Speranza ideata da Ersilia Vaudo Scarpetta, astrofisica, per la sezione femminile della Casa Circondariale “Giuseppe Panzera” di Reggio Calabria. La città di Reggio Calabria accoglie così una nuova tappa di Porte della Speranza, il progetto internazionale che mette in relazione cultura, formazione, lavoro e realtà penitenziaria, trasformando il concetto di soglia in uno spazio di incontro e di possibilità. Una Porta già annunciata nei mesi scorsi e che entra ora nel vivo anche sul territorio reggino, attraverso un percorso che ha coinvolto direttamente la comunità carceraria femminile e che porterà alla realizzazione del progetto pensato da Ersilia Vaudo Scarpetta.
All’incontro di oggi sono intervenuti On. Francesco Cannizzaro, Sindaco di Reggio Calabria, Ersilia Vaudo Scarpetta, astrofisica e il Prof. Davide Rampello, curatore del progetto internazionale Porte della Speranza. A moderare la conferenza è stato Paolo Bilardi, Consigliere comunale delegato dal Sindaco per curare i rapporti tra le parti.
“Accogliere a Reggio Calabria una delle Porte della Speranza significa portare nella nostra città un messaggio forte di dignità. Per noi questa iniziativa rappresenta un’occasione anche per affermare una visione di città che non lascia indietro nessuno e che riconosce nella cultura e nella solidarietà strumenti fondamentali per costruire una comunità più consapevole e inclusiva, coniugando arte, solidarietà e responsabilità sociale. Vogliamo che il carcere non sia un luogo separato dalla comunità, ma parte di un percorso di dialogo, formazione e reinserimento. L’arte, in questo senso, può diventare un ponte concreto tra chi vive dentro e chi vive fuori, restituendo alla città uno sguardo nuovo sulla persona e sulla speranza”, afferma l’On. Francesco Cannizzaro.
“Ho desiderato dare forma a quest’opera attraverso tre elementi chiave: la scelta del rame, polvere di stelle venuta da lontano, che trattiene memoria del tempo e gioca con la luce; lo slancio di due lastre che si cercano nell’anelito di un abbraccio; e la trama leggera di un rosone inciso sulla sommità, un richiamo a guardare in alto. Ed è questa la porta, il margine da attraversare per cogliere nel cielo un’appartenenza più grande, oltre le vicende e quella vaga idea di mondo che ci offre l’esperienza umana”, spiega Ersilia Vaudo Scarpetta.
“La speranza è un tendere costante verso una meta, verso un sogno. La Porta unisce idealmente, attraverso un materiale straordinario come il rame, la comunità carceraria e la comunità esterna, in un gesto di accoglienza e di apertura. Questo abbraccio diventa così simbolo e memoria di un sentimento che tutti siamo chiamati a coltivare e condividere ogni giorno”, dichiara Davide Rampello.
Promosso dalla Fondazione Gravissimum Educationis, con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, in collaborazione con il Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e realizzato dal Comitato Giubileo Cultura Educazione e da Rampello & Partners, con il contributo di Fondazione Cariplo, Porte della Speranza pone al centro le persone detenute e il loro rapporto con la società, con particolare attenzione ai temi della dignità, del lavoro e del reinserimento.
La Porta della Speranza di Ersilia Vaudo Scarpetta
Per Reggio Calabria, Ersilia Vaudo Scarpetta ha immaginato Origami di spazio-tempo, una Porta che nasce dall’incontro tra la sua ricerca scientifica e una riflessione sulla speranza come possibilità di trasformazione. Nel percorso di ideazione dell’opera, Vaudo Scarpetta ha avviato un dialogo con le detenute della Casa Circondariale “Giuseppe Panzera” e con le diverse persone che quotidianamente vivono e operano all’interno dell’istituto – agenti di polizia penitenziaria, sacerdoti e personale medico – per raccogliere prospettive ed esperienze differenti e comprendere più profondamente quale significato possa assumere la speranza all’interno del carcere.
L’opera è pensata come una curva di spazio-tempo dentro cui scivolare, una struttura priva di angoli rigidi, composta da due elementi in rame che cercano il contatto fino a ricongiungersi idealmente in un abbraccio. Il rame, materia viva capace di piegarsi, riflettere la luce e conservare le tracce del tempo, sostituisce la carta dell’origami e diventa il materiale di una trasformazione.
Le due forme portano lo stesso disegno inciso nel rame e, sovrapponendosi, lo moltiplicano. Attraversando la Porta e guardando verso l’alto da un punto preciso, le due parti si ricongiungono: attraverso il disegno filtra la luce e appare il cielo. La soglia diventa così uno spazio di possibilità, in cui la speranza non coincide con l’attesa ma con uno slancio verso l’altro, con il desiderio di appartenenza e di essere accolti. Una proposta di speranza per le persone detenute e per la società Porte della Speranza si sviluppa su due direttrici complementari, interna ed esterna al carcere, con l’obiettivo di trasformare la speranza in azione concreta.
All’interno degli istituti penitenziari promuove attività educative, laboratoriali e pastorali, realizzate in collaborazione con educatori, cappellani e associazioni di volontariato. Un ruolo centrale è affidato alla formazione professionale, sviluppata insieme a realtà di eccellenza come l’Accademia di Belle Arti di Brera e ALMA – La Scuola Internazionale di Cucina Italiana, per offrire competenze utili al reinserimento.
A queste attività si affiancano borse lavoro, programmi professionalizzanti e strumenti di orientamento post-pena, pensati per mettere in relazione le competenze acquisite dalle persone detenute con le opportunità offerte dalle imprese e dalle realtà dei territori coinvolti. All’esterno, le Porte della Speranza diventano opere pubbliche capaci di portare il tema del carcere nello spazio della città, favorendo una maggiore conoscenza della realtà penitenziaria e del suo valore educativo e sociale. Arte, formazione e lavoro diventano così parti di uno stesso percorso, volto a creare occasioni concrete di inclusione e a rafforzare il legame tra le persone detenute e la società.
Una bottega artigiana diffusa
Accanto alla dimensione artistica e sociale, il progetto attribuisce un ruolo centrale al fare e alla trasmissione delle competenze. Porte della Speranza recupera lo spirito della bottega rinascimentale, facendo lavorare insieme artisti, progettisti, artigiani, tecnici e imprese nella realizzazione delle singole opere. L’idea dell’autore incontra così il sapere delle maestranze e le competenze produttive dei territori, in un processo nel quale progettazione e costruzione concorrono entrambe alla definizione dell’opera.
Alla realizzazione della Porta ideata da Ersilia Vaudo Scarpetta ha contribuito una rete di aziende e professionalità specializzate, che hanno messo le proprie competenze al servizio del progetto: KME, attiva nella produzione e lavorazione del rame; Albertani Corporates SpA per la fornitura del legno; Maurizio Milan per BUROMILAN per gli aspetti tecnici e le certificazioni; Bertone Design per la realizzazione delle targhe delle Porte della Speranza, con il contributo dello studio FM milano di Sergio Menichelli; e Deda Tecnica, specializzata nella lavorazione dei metalli. Un lavoro corale che ha permesso di tradurre l’idea progettuale in un’opera concreta, mettendo in dialogo materiali, competenze tecniche e saperi artigianali. Una collaborazione che non si limita alla realizzazione materiale delle opere, ma costruisce intorno a ciascuna Porta una rete di competenze e relazioni destinata a mettere in comunicazione istituti penitenziari e territorio.
Le Porte della Speranza: un progetto in movimento
Porte della Speranza ha preso avvio con la realizzazione di due residenze d’artista presso due carceri in Portogallo e prosegue per tutto il 2026 attraverso una serie di interventi in diversi istituti penitenziari italiani. La prima Porta della Speranza in Italia è stata firmata da Michele De Lucchi per la Casa Circondariale di Milano San Vittore “Francesco Di Cataldo”. A questa è seguita la Porta progettata da Stefano Boeri Architetti per la Casa Circondariale “Nerio Fischione” di Brescia, costruita intorno al tema “Una speranza che si chiama lavoro”. Il percorso è quindi proseguito a Lecco con il workshop della Porta progettata da Joseph Grima/Space Caviar per la Casa Circondariale di Lecco che sarà installata a fine ottobre 2026.
Dopo Reggio Calabria, il progetto continuerà coinvolgendo interpreti provenienti da ambiti diversi della cultura contemporanea: Gianni Dessì con Regina Coeli a Roma; Mario Martone con Santa Maria Maggiore alla Giudecca, a Venezia; Massimo Bottura con il Pagliarelli di Palermo. Architettura, arte, design, cinema, cultura del cibo e ricerca scientifica entrano così, attraverso linguaggi differenti, in relazione con la realtà degli istituti penitenziari. Ogni Porta assume una forma autonoma, legata al luogo, alle persone che lo abitano e alla visione dell’autore, all’interno di un percorso comune che attraversa il Paese. Porte della Speranza costruisce così, tappa dopo tappa, un progetto nel quale cultura, formazione e lavoro diventano strumenti concreti di partecipazione e reinserimento, aprendo nuove possibilità di relazione tra le persone detenute, gli istituti penitenziari e la società.
Il film
L’intero percorso, dagli incontri nei penitenziari alla realizzazione delle opere, sarà raccontato in un film diretto da Giuseppe Carrieri e in una pubblicazione collettiva che raccoglierà testimonianze artistiche, contributi degli autori, interventi dei detenuti e riflessioni sul tema della speranza.




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