Un corteo di circa mille persone nel cuore di Reggio Calabria, le voci degli studenti, le testimonianze di chi vive quotidianamente difficoltà e discriminazioni e un messaggio che va oltre la manifestazione: i giovani vogliono essere ascoltati e contribuire a costruire il presente della propria città. È il significato della giornata raccontata da Giuseppe Foti, educatore psichiatrico che ieri ha partecipato in prima persona alla mobilitazione partita da piazza De Nava e diretta a piazza Italia. Un’esperienza che lo ha profondamente colpito, spingendolo a condividere una lunga riflessione sul valore della partecipazione, sull’importanza dell’ascolto e sulla capacità delle nuove generazioni di restituire speranza anche agli adulti. Nel suo racconto trovano spazio le parole degli studenti, le richieste di una scuola accessibile, di un’assistenza sanitaria che non costringa a lasciare la Calabria e di opportunità per costruire il proprio futuro a Reggio. Ma soprattutto emerge il riconoscimento del coraggio di ragazzi che, anche a quattordici anni, hanno deciso di far sentire pubblicamente la propria voce.
Tra gli episodi che hanno maggiormente segnato Foti c’è la testimonianza di una studentessa che ha rivendicato il diritto dei giovani a essere considerati protagonisti del presente, anziché soltanto una promessa per il futuro. L’educatore ricorda anche l’intervento di una ragazza che ha raccontato le discriminazioni vissute in quanto figlia di immigrati, un momento di particolare intensità emotiva concluso con un abbraccio. Nel suo intervento emerge inoltre una riflessione sul rapporto tra giovani, istituzioni e mondo degli adulti, con l’invito a non confondere il silenzio con il benessere e a riconoscere nelle emozioni espresse dai ragazzi una richiesta di attenzione. Foti ha scelto di affidare queste considerazioni a un pensiero personale, scritto dopo aver lasciato trascorrere una notte e una mattina per elaborare quanto vissuto durante la manifestazione. Di seguito il suo racconto integrale.
Il racconto integrale di Giuseppe Foti dopo il corteo di Reggio Calabria
“Ci sono giornate che si capiscono solo dopo. Ieri, per me, è stata una di quelle. Ho avuto bisogno di una notte e di una mattina per provare a dare un nome a quello che ho vissuto, e ancora non ci riesco del tutto. Mi risuonano in testa le storie di vita di molti giovani reggini. Dentro di me c’è qualcosa che le parole fanno fatica a contenere. Un articolo non basta. Eppure sento il bisogno di provarci, perché quello che mi hanno dato non posso tenerlo per me: mi hanno ricordato che oggi sperare è ancora possibile, ed è un insegnamento che noi adulti avevamo bisogno di ricevere. Sono partiti da piazza De Nava, diretti a piazza Italia, in circa mille. Studenti, lavoratori del porto, collettivi nati da poco. Tra loro c’è chi riunisce ragazzi di quattordici anni che hanno deciso di non restare in silenzio. Io ero in piazza, e non da spettatore.
‘Ci dicono sempre che noi siamo il futuro, ma noi siamo qui in piazza per far vedere che prima siamo il presente’ – UNA STUDENTESSA AL CORTEO
Quella frase mi risuona dentro. C’è tutta la stanchezza di essere trattati come una promessa e mai come una presenza. Un’altra voce ha invitato i compagni a non rompere le vetrine, ma ad abbattere le barriere tra i giovani e le istituzioni. Una rappresentante degli studenti ha ricordato che l’istruzione non può essere un lusso. C’è stata poi una ragazza che ha parlato della discriminazione vissuta perché figlia di immigrati. Lo ha fatto con un’emozione così intensa che la piazza sembrava essersi fermata, con il tempo sospeso e pieno di vita vissuta. In quegli istanti non serviva aggiungere nulla. Alla fine l’ho abbracciata, per ringraziarla di aver affidato a tutti noi una parte di sé.
Chiedevano scuole accessibili e un futuro qui. Chiedevano di potersi curare senza dover partire, e non è una frase fatta: nel 2023 più di un ricovero su cinque dei calabresi è avvenuto in un’altra regione. Dietro quel numero ci sono viaggi, attese, spese, solitudini. Non parlo di ottimismo. L’ottimismo aspetta che le cose vadano meglio. Loro sono scesi in piazza prima che andassero meglio, ed è questo che io chiamo speranza. In quella giornata proprio loro sono stati cura per una città che rischia di non sentire più. Le loro grida arrivavano da una sorta di periferia dell’anima, quella dove finiscono le cose che nessuno ascolta.
Lavoro da più di vent’anni accanto alla fragilità degli altri, e so quanto pesa una voce che non trova ascolto. Noi adulti confondiamo spesso la calma con la salute e il silenzio con la pace. Le emozioni non sono un rumore di fondo da zittire. Sono ciò che dà senso alle giornate, ai gesti, alle scelte, e vale per ogni vita. Quando si spengono, o restano senza ascolto, una persona può ritrovarsi sola con l’indifferenza, con il dolore, con la rassegnazione. Per questo mi ha colpito che quei ragazzi le emozioni non le nascondessero. Le portavano in piazza, a voce alta. Gli abissi del cuore hanno bisogno di luce, e quel giorno la luce passava dalle loro parole.
Ragazzi, parlo a voi.
Mi avete raccontato storie, paure, rabbie e sogni, senza maschere e senza chiedere nulla in cambio. Ho sentito le vostre voci tremare e poi farsi forti. Ho sentito le parole farsi carne, diventare vita vissuta. Ho visto il coraggio di chi dice ad alta voce quello che molti si tengono dentro. Dentro di me si è mosso qualcosa che non so ancora nominare. Nei vostri occhi ho trovato ciò che noi adulti, io per primo, rischiamo di perdere strada facendo: la certezza che le cose possano cambiare e che il cambiamento possa cominciare adesso.
Mi avete fatto credere di nuovo in una società diversa, più giusta, più umana, dove nessuno resta indietro. Non so che cosa farete di questa speranza. So solo che non va lasciata sola, perché una città si misura anche da quello che sceglie di fare dopo aver ascoltato. Grazie per la fiducia, per la dignità, per il coraggio di esserci. Sono fiero di vivere in una città che vuole ricominciare dai suoi giovani”.


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