Cento anni e non sentirli. Imponente, maestoso, splendido al suo interno. Il palazzo della Banca d’Italia di Reggio Calabria compie 100 anni. Simbolo architettonico ed economico in pieno Corso Garibaldi, fondato nel 1926, punto di riferimento di servizi al cittadino nel tessuto urbano di tutta l’Area dello Stretto. Una facciata solenne, un salone monumentale, archi e volte del soffitto costringono gli occhi a sollevare il capo e la bocca ad aprirsi per lo stupore.
Nella serata odierna, è stato celebrato il centenario dell’edificio che custodisce la memoria storico-economica della città, con un evento che ha permesso di riscoprire la Filiale reggina come luogo di storia, arte e identità, oltre che come espressione concreta della presenza della Banca d’Italia al servizio del Paese e della comunità.
Dopo il saluto del Direttore della Filiale Riziero Bruno, al quale ha fatto seguito quello del sindaco Francesco Cannizzaro, il vice direttore generale e membro del Direttorio della Banca d’Italia, Gian Luca Trequattrini ha effettuato un appassionato intervento che ha ripercorso la storia del palazzo e la sua importanza nella storia della città. In chiusura un concerto di archi e pianoforte, con un buffet che ha allietato anche il palato dei presenti.
Cannizzaro: “palazzo Banca d’Italia è simbolo di Reggio Calabria”
Il sindaco Francesco Cannizzaro ha sottolineato come si festeggi il centenario di “un punto di riferimento come istituto bancario e istituto economico della città” e anche “un simbolo nella sua struttura architettonica stupenda straordinaria”. Il sindaco ha anche lanciato la proposta di una possibile apertura ai turisti “per apprezzarne quelle che sono le bellezze architettoniche”.
Bruno: “perla architettonica di Reggio Calabria”
Riziero Bruno, Direttore della Filiale di Reggio Calabria della Banca d’Italia, ha sottolineato l’importanza storica dell’edificio per Reggio Calabria definendolo, al contempo, “una perla architettonica” della città. E se i prossimi 100 anni saranno improntati su progresso e tecnologia, i palazzi resteranno memoria storica e artistica.
Il discorso del vice direttore generale Trequattrini
“Le origini della Filiale di Reggio Calabria risalgono alla costruzione dell’unità economica nazionale quando, nonostante una valuta unica (la lira) introdotta subito dopo l’unificazione politica, la circolazione monetaria era profondamente frammentata. L’emissione della moneta era distribuita fra sei banche: la Banca Nazionale nel Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Le classi dirigenti toscane e meridionali temevano che un’eventuale unificazione degli istituti di emissione, i quali garantivano crediti commerciali e finanziavano opere pubbliche, avrebbe sottratto risorse alle loro regioni. In effetti, l’unità del Paese si era rivelata fin da subito molto costosa: nel 1866, alla vigilia della terza guerra d’indipendenza, la Banca Nazionale nel Regno venne obbligata a concedere al Tesoro un mutuo di 250 milioni di lire al tasso agevolato dell’1,5%, in cambio del riconoscimento del corso forzoso dei suoi biglietti.
La Banca Nazionale nel Regno d’Italia non era dunque una banca come le altre: nata nel 1849 dalla fusione della Banca di Genova, fondata da Carlo Bombrini nel 1844, e della Banca di Torino, aveva il privilegio di stampare moneta a corso legale ed era soggetta a regolamentazione pubblica. La circolazione del biglietto bancario, strumento cardine per il consolidamento economico del nuovo Stato, richiedeva una presenza capillare sul territorio per generare fiducia nel sistema monetario. Una parte di amministratori e azionisti era ben consapevole del bisogno di un’estesa ramificazione territoriale per far conoscere e apprezzare il biglietto di banca, ma non tutti erano convinti che i benefici fossero maggiori dei rischi e delle spese connessi all’espansione.
Nel Mezzogiorno, l’accettazione del biglietto della Banca Nazionale doveva fare i conti con la diffidenza generata dall’imposizione di un diverso sistema monetario da parte dei “maledetti piemontesi” che, in quello come in altri settori, venivano a sconvolgere tradizioni e assetti sociali consolidati. Non sorprende quindi che uno degli obiettivi strategici della Banca diventasse proprio l’estensione della rete nelle province meridionali, dove la presenza bancaria era ancora limitata e le condizioni economiche e monetarie erano assai diverse rispetto alle aree settentrionali.
Nell’assemblea del 26 marzo 1861, il Direttore generale Carlo Bombrini ottenne l’assenso degli azionisti a sollecitare dal Governo l’autorizzazione ad aprire filiali nel Mezzogiorno, dichiarandosi fiducioso di poter presto annunciare che la “Banca del settentrione d’Italia ha posto radici nelle provincie meridionali”. Superati nuovi ostacoli – quali l’obbligo di tenere a disposizione del Governo una forte somma come pronta anticipazione e i timori sulla sicurezza delle regioni meridionali – nell’agosto dello stesso anno, con regio decreto, vennero stabilite l’apertura delle sedi di Napoli e Palermo e l’istituzione di altre otto filiali negli ex stati borbonici: L’Aquila, Bari, Catania, Catanzaro, Chieti, Foggia, Messina e Reggio Calabria.
La scelta della piazza reggina non fu casuale. Situata in un’area strategica per i collegamenti tra la penisola e la Sicilia, Reggio Calabria era un importante punto di riferimento commerciale e amministrativo del versante meridionale del Paese. La presenza della Banca contribuì a rafforzare l’infrastruttura creditizia locale, favorendo la circolazione monetaria e il progressivo consolidamento dei rapporti economici con il resto del Regno.
I primi decenni: funzioni e radicamento
Nei primi decenni, la Filiale svolse le funzioni tipiche degli
istituti di emissione dell’epoca: operazioni di sconto commerciale, anticipazioni garantite da titoli, servizi di pagamento e trasferimento fondi, distribuzione e conversione dei biglietti di banca. Tra il 1873 e il 1877 alla Filiale fu inoltre affidato il servizio di ricevitoria provinciale, con compiti di riscossione delle entrate erariali e versamento delle somme allo Stato, a testimonianza del progressivo ampliamento del ruolo pubblico esercitato dalla Banca sul territorio e del crescente affidamento che le istituzioni statali riponevano nella sua organizzazione periferica.
Nel 1893, la legge n. 449 dispose la fusione della Banca Nazionale nel Regno d’Italia con le due banche di emissione toscane, dando vita alla Banca d’Italia. Un istituto che nasce dalla fusione di enti preesistenti ne eredita inevitabilmente le storie, con una linea ideale di continuità che tocca le strutture, gli stili direzionali, i princìpi di governance. La neonata Banca d’Italia assunse quindi l’assetto di governo e organizzativo degli istituti progenitori, acquisendone anche la distribuzione territoriale. Nei primi anni successivi alla nascita della Banca d’Italia, gli uffici di Reggio operarono in diversi immobili situati nel centro storico, tra piazza Vittorio, via Pritaneo, via Spanò Bolani e vico Sacco.
Il terremoto e la rinascita: un atto di fiducia
Il 28 dicembre 1908 Reggio Calabria venne rasa al suolo in pochi secondi. Dopo quell’immane distruzione, per quasi vent’anni la Filiale continuò a operare in un padiglione di legno, una struttura provvisoria che il fuoco avrebbe poi distrutto nell’agosto del 1925. In quel momento, la scelta di costruire un palazzo in muratura, in stile neoclassico, sulle fondamenta antisismiche che la legge del 1909 aveva reso obbligatorie, non era solo una decisione tecnica. Era una dichiarazione: questa città rinasce e noi siamo qui.
L’attuale sede fu edificata tra il 1922 e il 1926 su un’area acquisita due anni prima. Cent’anni fa, in una città che stava ancora raccogliendo le macerie del terremoto più devastante della storia italiana, la Banca d’Italia inaugurava la sede di Corso Garibaldi. Non era un gesto ordinario; era un atto di fiducia.
L’edificio che oggi ci ospita è dunque, prima ancora che una sede istituzionale, un pezzo di storia urbana. Fu progettato dall’Ufficio Tecnico della Banca d’Italia mentre Reggio costruiva la sua nuova identità: la stazione ferroviaria, il Museo Nazionale, le scuole pubbliche, i palazzi lungo il Corso. Ogni istituzione che in quegli anni apriva una sede stabile nella città comunicava in realtà un messaggio importante: che la ricostruzione non era temporanea, che la città meritava strutture definitive, che il futuro valeva l’investimento.
Reggio Calabria nel 1926 era una città ancora in piena ricostruzione. Il terremoto aveva distrutto quasi ogni edificio in muratura. La città era stata riedificata su un nuovo impianto urbanistico, con strade più larghe, isolati regolari, norme antisismiche obbligatorie. Ma il cantiere non era chiuso: le banchine del porto, distrutte dal sisma e dallo tsunami, erano ancora in fase di completamento; la nuova sede della Camera di Commercio sarebbe stata avviata proprio nel 1926.
L’economia ruotava intorno al bergamotto – agrume esclusivo della fascia costiera dello Stretto, la cui essenza era richiesta dall’industria profumiera internazionale – e al commercio portuale. Il settore manifatturiero era limitato: lavorazione del legno, laterizi, calce. La grande industria era assente.
La trasformazione istituzionale
In quegli stessi anni, la Banca d’Italia stava diventando ciò che è oggi. Nel 1926 ottenne il monopolio dell’emissione monetaria con la fine del regime pluralistico ereditato dall’Unità, in cui la lira circolava stampata da istituti diversi. Nel 1928 adottò il nuovo Statuto, che introduceva la figura del Governatore al vertice del Direttorio. Stava nascendo, in senso pieno, una banca centrale moderna: custode della stabilità finanziaria del Paese, supervisore del credito, interlocutore del Governo e dei mercati internazionali.
La Filiale di Reggio Calabria si insediava nella sua sede
definitiva in questa stagione di trasformazione. Il perimetro della nuova banca centrale arrivava fin qui, fino a questo estremo del Paese. Il progetto di dotare l’Italia di un sistema monetario e finanziario moderno includeva, senza eccezioni, anche i territori che ne avevano più bisogno. Il Mezzogiorno di allora era un’area con credito scarso,
un risparmio disperso, un sistema bancario fragile e un’economia che produceva, ma faticava a trasformare la propria ricchezza in investimenti. L’economia agricola aveva retto all’urto del sisma, ma non aveva ancora trovato la via dell’ammodernamento: le aziende erano piccole, la terra frammentata, i mercati di sbocco lontani.
L’emigrazione transoceanica svuotava le campagne dei lavoratori più giovani e intraprendenti, mandando indietro rimesse che sostenevano i consumi, ma non si trasformavano in capitale produttivo. Era l’economia di una periferia che guardava altrove per sopravvivere, senza ancora gli strumenti per crescere da sé.
Quel flusso non si esaurì, ma col tempo cambiò direzione. Negli anni Cinquanta e Sessanta, il miracolo economico italiano risucchiò verso il triangolo industriale del Nord centinaia di migliaia di calabresi. Partivano in treno, portavano braccia alle fabbriche settentrionali e lasciavano indietro paesi che invecchiavano. La Cassa per il Mezzogiorno portò capitali e opere infrastrutturali, ma non riuscì a innescare uno sviluppo autonomo e duraturo: i grandi progetti industriali (emblematico il Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, rimasto sulla carta) si scontrarono con la fragilità del tessuto produttivo locale e con logiche di allocazione delle risorse che poco avevano a che fare con la razionalità economica.
Oggi quella migrazione ha cambiato volto, ma non si è fermata. Non sono più le braccia a partire, ma le lauree. I giovani calabresi che lasciano la Regione per studiare e lavorare altrove sono tra i più istruiti e capaci. È la cosiddetta fuga di cervelli: un fenomeno che non impoverisce solo la demografia, ma sottrae al territorio la risorsa più preziosa.
La Calabria resta tra le regioni italiane con il più alto tasso di
emigrazione giovanile qualificata. Ogni giovane che parte è un investimento in istruzione che produce i suoi frutti altrove; invertire questa tendenza è forse la sfida più difficile che il territorio ha davanti a sé. Eppure, qualcosa stava cambiando già allora e qualcosa continua a cambiare oggi. La ricostruzione post-sisma aveva portato a Reggio un’inedita concentrazione di istituzioni pubbliche: edifici, infrastrutture, amministrazioni. La città si era lentamente trasformata in un centro di servizi per l’intera area dello Stretto, un ruolo che ha mantenuto, con alterne fortune, per tutto il Novecento. Cent’anni e un territorio che cambia
In un secolo questa Filiale ha attraversato la Grande
Depressione e le ristrettezze valutarie del regime. Ha visto i bombardamenti del 1943 e la lenta ricostruzione postbellica. Ha accompagnato le speranze e le delusioni dei grandi progetti industriali e la nascita della Regione Calabria, assistito alla trasformazione del porto di Gioia Tauro in un importante hub container del Mediterraneo.
Nel frattempo, l’economia calabrese è cambiata, seppur più lentamente di quanto ci si sarebbe augurati. Il rapporto sull’economia regionale pubblicato dalla Banca d’Italia nel giugno 2026, frutto anche del lavoro analitico di questa Filiale, offre su questi temi dati puntuali e aggiornati. Il PIL della Calabria è cresciuto nel 2025 più della media nazionale e del Mezzogiorno. L’occupazione è aumentata del 3,8 per cento, un incremento superiore alla media del Mezzogiorno e a quella nazionale; il tasso di disoccupazione è sceso al 9,8 per cento. Sono progressi reali, che non devono tuttavia far dimenticare che il tasso di attività si ferma al 51,7 per cento, contro il 66,7 della media nazionale: 558.000 persone tra i 15 e i 64 anni restano inattive. Il reddito pro capite delle famiglie calabresi è pari a 16.800 euro, inferiore di oltre un quarto rispetto alla media italiana; circa un quarto delle famiglie vive in condizioni di povertà relativa.
Sul fronte degli investimenti pubblici, le risorse del PNRR assegnate alla Calabria ammontano a 5,7 miliardi di euro; i pagamenti hanno raggiunto il 40 per cento del totale. A queste si aggiungono 5,1 miliardi delle politiche di coesione 2021-2027. Questi dati si iscrivono in un quadro che ha visto fra il 2019 e il 2024 il Sud crescere più della media nazionale – in termini di PIL, esportazioni e occupazione – invertendo un lungo ciclo di divergenza. Parte di questa ripresa dipende però da fattori temporanei: il Superbonus, l’avvio del PNRR, il sostegno ai redditi. I segnali sono incoraggianti, ma non ancora prove di una convergenza strutturale.
Questa cautela vale anche per la Calabria: i numeri recenti sono reali, ma il divario con il resto del Paese rimane ampio su molte dimensioni e i giovani continuano a emigrare in misura superiore alla media. I recenti progressi segnalano tuttavia una rinnovata vitalità del tessuto produttivo meridionale, che occorre sostenere e consolidare. La prima priorità resta il miglioramento delle condizioni in cui operano le imprese, indispensabile sia per valorizzare le iniziative imprenditoriali locali sia per attrarre investimenti nazionali ed esteri: qualità dell’amministrazione, efficienza della giustizia civile e del
sistema scolastico, disponibilità di infrastrutture fisiche e
digitali.
Il Mezzogiorno può inoltre trarre maggiore beneficio dal proprio potenziale nel campo delle energie rinnovabili, la cui capacità installata ha ormai superato il 40 per cento del totale nazionale. La disponibilità di energia pulita, unita alla stabilità geopolitica che l’Italia è in grado di offrire, può rappresentare un importante fattore di attrazione per investimenti ad alta intensità energetica, come quelli nei data center.
Negli ultimi anni il Mezzogiorno ha anche accresciuto la propria capacità di attrarre flussi turistici, compresi quelli internazionali. Il suo straordinario patrimonio artistico e culturale resta tuttavia ancora lontano dall’essere pienamente valorizzato. La Calabria ne offre un esempio significativo: il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, custode dei Bronzi di Riace, è l’unico sito calabrese tra le prime cento attrazioni nazionali per numero di visitatori e rappresenta da solo oltre un quinto delle presenze nei siti statali dell’intera Regione: una risorsa straordinaria, ancora lontana dal suo pieno potenziale di valorizzazione.
Una continuità che vale la pena celebrare
Le vicende della Filiale di Reggio Calabria si intrecciano
con quelle della Banca d’Italia. Nata negli anni in cui si consolidava l’unità del Paese, ha accompagnato le principali trasformazioni economiche e istituzionali dell’Italia contemporanea, assicurando nel tempo la presenza dell’Istituto sul territorio e contribuendo a rafforzarne il legame con la comunità locale.
L’ampio ventaglio di funzioni che la Filiale ha svolto storicamente (dal servizio di tesoreria statale alla vigilanza sul sistema bancario locale) è ormai un ricordo del passato. Già nel 2009, con la prima riforma della rete territoriale della Banca, la Filiale si è specializzata nei servizi ai cittadini e ha assunto un assetto mono-divisionale, per rispondere con flessibilità al nuovo assetto funzionale.
Con la successiva riforma del 2015, la Filiale ha ampliato il proprio ruolo, riacquisendo le attività di trattamento del contante per l’utenza professionale. Questa scelta ha consentito di rafforzare il presidio della Banca sul territorio, in particolare nell’area meridionale della Regione, assicurato una maggiore prossimità ai soggetti che operano nel settore
del contante e consolidato il ruolo della Filiale quale punto di riferimento per la funzione di circolazione monetaria.
Il nuovo piano di modernizzazione della rete delle filiali ha
riaffermato il valore della presenza territoriale della Banca per la funzione di circolazione. In un contesto caratterizzato dalla digitalizzazione dei servizi e dall’evoluzione degli strumenti di pagamento, le filiali continuano a rappresentare un’infrastruttura essenziale per garantire prossimità, affidabilità e continuità operativa della gestione del contante. Grazie alla presenza capillare nei territori in cui si manifesta la domanda, le filiali assicurano elevati standard di qualità del circolante e capacità di risposta anche in situazioni straordinarie o di emergenza.
La Filiale di Reggio Calabria ha interpretato al meglio anche il proprio ruolo al servizio dei cittadini. Accanto alla funzione di circolazione, ha scelto di fornire un contributo significativo anche nell’ambito dei servizi al pubblico, considerato che da quasi dieci anni partecipa con le proprie risorse alle attività del Numero Verde, fornendo ai cittadini risposte alle richieste di informazioni sui servizi più strettamente connessi con l’attività della rete (ABF, esposti, CR e CAI, banconote).
Come tutte le filiali provinciali, anche quella di Reggio Calabria è coinvolta nel rafforzamento delle attività di analisi economica territoriale e, per questa via, potrà svolgere un ruolo significativo nella diffusione di servizi di educazione finanziaria sul territorio, a cui la Banca annette crescente importanza. Cento anni di questa presenza meritano di essere celebrati. Non con retorica, ma con la consapevolezza di quello che rappresentano: la continuità di un’istituzione che ha scelto di restare in un territorio complesso e che, forte della sua tradizione, delle competenze delle sue persone e
del ruolo che esercita al servizio del territorio, è chiamata ad affrontare con fiducia le sfide future, confermando e rinnovando continuamente il proprio contributo al servizio dei cittadini e delle istituzioni sul territorio“.




















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