“Cinquemila studenti al Granillo, il palco, le autorità, gli applausi, le dichiarazioni solenni sulla scuola, sui giovani e sul futuro, e il nuovo sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro che si presenta alla città con l’immagine di un’amministrazione finalmente vicina alle nuove generazioni; tutto molto bello, tutto molto istituzionale, tutto perfettamente spendibile sul piano della comunicazione politica, se non fosse che la scuola vera comincia esattamente quando il palco viene smontato, le telecamere si spengono e ciascuno torna al proprio posto, perché è allora che bisogna dimostrare se dietro le parole esiste una macchina amministrativa capace di garantire concretamente i servizi, soprattutto quelli destinati agli studenti più fragili”. Lo afferma in una nota il Segretario Nazionale del Movimento Italiano diversamente abili solidale (M.I.D.A.S.), Domenico Suraci.
“Ed è proprio qui che il nuovo corso della Città Metropolitana rischia di presentare immediatamente il conto della propria incoerenza, perché mentre il nuovo sindaco parla davanti a cinquemila studenti di corresponsabilità tra istituzioni, scuola, ragazzi e famiglie, nelle scuole superiori continua a esistere una realtà nella quale gli assistenti educativi devono ancora fare i conti con incertezze sulle ore, sui contratti, sui tempi di pagamento e sulla continuità del servizio, mentre le famiglie degli studenti con disabilità, che di proclami ne hanno probabilmente ascoltati abbastanza, continuano ad avere bisogno di una cosa molto più semplice: sapere che il servizio necessario ai propri figli sarà garantito. E allora la domanda diventa inevitabile e, questa volta, non può essere elusa dietro il linguaggio rassicurante delle cerimonie istituzionali: dov’è la discontinuità rispetto alla gestione Versace?”
“Perché il problema politico della nuova amministrazione di Cannizzaro non è quello di aver trovato una situazione perfetta e di averla improvvisamente complicata; il problema è esattamente l’opposto, perché Cannizzaro ha ereditato una macchina amministrativa che già da anni mostrava criticità e che proprio per questo avrebbe richiesto, fin dal primo momento, un intervento deciso, una revisione dei meccanismi e soprattutto una diversa capacità di programmare un servizio che non può essere trattato come una pratica qualsiasi, mentre quello che vediamo, almeno sul fronte degli assistenti educativi, rischia di essere la prosecuzione della stessa deleteria impostazione che ha caratterizzato la precedente gestione” prosegue Suraci.
“Cambiano il sindaco, gli assessori, i comunicati e le fotografie, ma se il sistema continua a produrre le medesime difficoltà, allora il tanto annunciato cambiamento rimane soprattutto una questione di immagine, anzi di filmato sempre più assomigliante a Zelig. E questo non lo diciamo per contestare la presenza del sindaco al Granillo, né per mettere in discussione l’utilità di una manifestazione che ha coinvolto migliaia di studenti, perché sarebbe una polemica sterile e persino ingenerosa; il problema è un altro, ed è molto più serio: se si sceglie di mettere la scuola al centro della propria comunicazione politica, allora bisogna avere il coraggio di occuparsi anche di quelle questioni che non riempiono uno stadio, non producono applausi e non consentono fotografie celebrative, ma che determinano concretamente la qualità della vita scolastica di chi è più fragile”.
“Perché l’assistenza educativa non è un dettaglio amministrativo, non è una voce di bilancio come tante, non è una procedura che può essere considerata conclusa nel momento in cui viene pubblicato un avviso o vengono trasferite delle risorse. È il servizio attraverso il quale un ragazzo con disabilità può vivere concretamente la propria esperienza scolastica. E quando questo servizio non è organizzato con la necessaria puntualità, il problema non rimane negli uffici della Città Metropolitana, non rimane sulla scrivania di un dirigente e non rimane dentro una determina ma arriva direttamente nelle aule, entra nella vita delle famiglie e finisce sulle spalle degli assistenti” continua ancora Suraci.
“Un ragazzo che aspetta l’assistenza non vede una procedura amministrativa, vede un servizio che c’è oppure non c’è. Una famiglia che deve organizzare la propria giornata non vede una determina, vede se il proprio figlio può frequentare la scuola nelle condizioni che gli sono state garantite. Un assistente educativo che aspetta il proprio compenso non vede un capitolo di bilancio, vede il proprio lavoro e la propria retribuzione”.
“Ed è qui che la politica dovrebbe smettere di guardare la questione dal punto di vista degli uffici e cominciare a guardarla dal punto di vista delle persone, perché negli ultimi anni le polemiche non sono mancate, gli operatori hanno denunciato più volte condizioni economiche e organizzative difficili e, secondo quanto riferito dagli stessi lavoratori, in alcuni casi il compenso netto può collocarsi intorno ai sei o sette euro l’ora, meno di quanto venga pagato qualcuno per stirare camicie o lavare scale, mentre contemporaneamente si pretende da queste persone professionalità, continuità, responsabilità e capacità di assistere studenti che spesso presentano bisogni complessi, e tralasciamo le spese necessarie e il tempo per potersi qualificare assistenti educativi. È una situazione che meriterebbe una riflessione seria, soprattutto da parte di un’amministrazione che vuole parlare di inclusione, perché non si può chiedere inclusione a chi lavora nell’incertezza e, contemporaneamente, pretendere dalle famiglie che accettino l’incertezza come una normalità amministrativa”.
“E soprattutto non si può pensare che il problema riguardi soltanto gli assistenti; il primo soggetto che paga il prezzo di un’organizzazione inefficiente è lo studente con disabilità. Poi viene la famiglia, che deve cercare risposte, organizzarsi, telefonare, sollecitare e spesso trasformarsi in un piccolo ufficio amministrativo pur di capire ciò che dovrebbe essere già chiaro, subito dopo viene la scuola, che si trova a dover gestire le conseguenze di procedure sulle quali non sempre ha il controllo e infine viene il lavoratore, che resta esposto alle incertezze di un sistema nel quale la sua professionalità viene richiesta con grande puntualità, mentre la certezza delle condizioni economiche e contrattuali sembra molto meno garantita. E allora, se Cannizzaro nuovo sindaco metropolitano vuole davvero dimostrare di rappresentare una discontinuità rispetto a Versace, è proprio da qui che dovrebbe cominciare, non dal palco ma dalla macchina amministrativa” prosegue Suraci.
“Perché chi governa un ente pubblico non può limitarsi a dire che un problema esiste da prima del proprio insediamento; deve dimostrare di avere la capacità di affrontarlo, perché altrimenti ogni nuova amministrazione potrebbe tranquillamente giustificare la propria inerzia sostenendo di aver ereditato problemi dalla precedente, e in questo modo la pubblica amministrazione finirebbe per diventare una staffetta nella quale nessuno arriva mai al traguardo, ma tutti possono spiegare perché il traguardo era difficile da raggiungere”.
“Ecco perché la questione degli assistenti educativi diventa anche un test politico per Cannizzaro. Se il nuovo sindaco vuole davvero parlare di nuovo corso, deve dimostrare che il vecchio modo di affrontare il problema è finito; se vuole parlare di corresponsabilità, deve assumersi la propria; se vuole parlare di inclusione, deve garantire gli strumenti dell’inclusione; se vuole parlare di attenzione alle famiglie, deve evitare che siano le famiglie a dover inseguire l’amministrazione e se vuole parlare di futuro, dovrebbe ricordare che il futuro di una comunità non si costruisce soltanto davanti a cinquemila studenti riuniti in uno stadio, ma anche dentro una classe nella quale c’è un ragazzo che ha bisogno di un assistente e una famiglia che vuole semplicemente sapere che domani quel servizio ci sarà”.
“Questa è la differenza tra comunicare la scuola e amministrare la scuola; la prima produce immagini, la seconda produce risultati. E oggi è sui risultati che la nuova amministrazione deve essere interrogata perché non basta dire che il servizio è stato programmato, che sono state avviate le procedure o che le risorse sono state individuate; bisogna sapere quanti studenti hanno ricevuto effettivamente l’assistenza, quante ore sono state assegnate rispetto a quelle richieste, quando sono stati formalizzati gli incarichi, quali sono i tempi effettivi dei pagamenti e quali strumenti sono stati predisposti per evitare che ogni nuovo anno scolastico riproponga la medesima situazione”.
“E soprattutto bisogna sapere che cosa intende fare concretamente la nuova amministrazione per rompere quella continuità con la gestione Versace che, almeno su questo fronte, sembra ancora evidente. Perché una cosa è ereditare un problema e un’altra è non risolverlo e una terza, ancora più grave, è continuare a comportarsi come se il problema non richiedesse una radicale revisione del sistema. A questo punto, dunque, non servono altre dichiarazioni generiche sulla centralità della scuola ma serve trasparenza, serve programmazione serve responsabilità e serve, soprattutto, la volontà di mettere nero su bianco ciò che l’amministrazione intende fare”.
“QUESTA È UNA RICHIESTA SEMPLICE, PUBBLICA E VERIFICABILE, per questo chiediamo al sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro e alla Città Metropolitana di Reggio Calabria di pubblicare entro quindici giorni un report ufficiale sul servizio di assistenza educativa nelle scuole superiori, indicando, istituto per istituto, il numero degli studenti per i quali è stata richiesta l’assistenza, le ore richieste, quelle autorizzate e quelle effettivamente garantite, il numero degli assistenti incaricati, le date di attivazione del servizio, le risorse stanziate e utilizzate, il compenso orario riconosciuto e i tempi medi di pagamento”.
“Ma non basta, chiediamo che, insieme a questi dati, venga pubblicato un cronoprogramma per il prossimo anno scolastico, con tempi, procedure e responsabilità chiaramente individuati, affinché l’assistenza possa essere garantita fin dal primo giorno e affinché operatori, scuole e famiglie non debbano ritrovarsi ogni settembre nella stessa condizione di incertezza. È una richiesta semplice e soprattutto verificabile perché non chiediamo al sindaco di organizzare un altro evento non chiediamo un altro palco non chiediamo un’altra dichiarazione sulla scuola. Chiediamo di vedere come funziona la macchina che dovrebbe garantire l’inclusione e se questa nuova amministrazione vuole davvero dimostrare di essere diversa dalla precedente, questa è l’occasione per farlo”.
“Perché tra un anno potremo verificare se le ore saranno state garantite, se i contratti saranno stati formalizzati nei tempi, se gli assistenti saranno stati pagati regolarmente e se le famiglie avranno dovuto ancora una volta chiedere ciò che dovrebbe essere già assicurato e a quel punto non serviranno comunicati e non serviranno interpretazioni; parleranno i fatti! E i fatti diranno anche se il nuovo corso della Città Metropolitana ha realmente cambiato qualcosa oppure se, dopo aver cambiato il sindaco, ha semplicemente lasciato intatta la macchina di Versace, limitandosi a metterle un nuovo autista. Perché davanti a cinquemila studenti si può parlare di futuro ma il futuro di una comunità si misura da come vengono trattati, oggi, quelli che hanno più bisogno delle istituzioni” conclude Suraci.


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