Lungi da noi sminuire minimamente l’opera di Cannizzaro, a cui va anzi il nostro plauso più convinto, ma il ponte che si è adesso inaugurato sul Calopinace, e che consideriamo opera meritoria, non è l’opera di alta ingegneria con cui la salutano, quasi con le lacrime agli occhi, i cittadini reggini. È anzi opera piuttosto banale, che richiedeva appunto, per essere compiuta, appena due mesi. Se i reggini sono ormai abituati a confondere il banale con lo straordinario è solo a causa dell’incapacità e dell’incompetenza della precedente amministrazione che, nel caso specifico, dopo il susseguirsi di anni (di anni!) e di tentativi abbandonò infine tutto e dichiarò la resa tra spernacchiamenti e sberleffi vari. E si trattava solo di un ponticello di pochi metri sul greto di una fiumara inaridita.
I reggini risero di quegli ingegneri raccattati chissà in quale oscura università che si grattavano la testa di fronte a quel greto senza capirci niente; ma risero con dentro un senso di rabbia e di impotenza. E purtroppo non fu solo quella l’eredità di una amministrazione che per oltre un decennio si è adagiata nelle sale di Palazzo San Giorgio, ed i risultati li stiamo vedendo con tutta una serie di incompiute, a partire dal campo di atletica che adesso è un campo di patate e per cui bisogna trovare in fretta una soluzione o i giovani potranno continuare ad allenarsi sui marciapiedi, a opere varie che avrebbero dovuto essere già consegnate ed è già qualcosa se i lavori non saranno lasciati a metà strada. Da questo punto di vista anche un ponte di pochi metri ci dà la misura dello stato di sonnolenza che la città ha vissuto per anni mentre tutto attorno il mondo continuava la sua corsa. Uno stato di torpore che ha avvolto una giunta distratta da otia letterari e alate questioni, troppo alate per accorgersi di quello che accadeva appena un po’ al livello della vita reale.
Ogni tanto il volto leonino di Falcomatà compare sui social a commentare le vicende cittadine
Sordo agli spernacchiamenti e alle voci di sollievo che hanno accompagnato la sua decisione di lasciare lo scranno, ogni tanto il volto leonino di Falcomatà compare sui social a commentare le vicende cittadine, e allora siamo colti da un sentimento di tenerezza. Perché, se sotto quella chioma fluente intravedessimo almeno il volto di un criminale, o di un furbastro, allora ci saremmo rassegnati e ce ne saremmo fatti una ragione. Ma non è così: l’onestà, almeno quella, non gli può essere contestata. Qui ci sembra solo di vedere il volto candido di un uomo che stava seduto in mezzo a una città che gli crollava accanto e lui non sembrava accorgersene neanche. E quando qualcuno gli fece notare che un trofeo come sindaco lo aveva ottenuto, non quello di capitale della cultura, che gli era sfuggito miseramente, ma quello molto più sostanzioso di città dove si vive peggio in tutta la nazione, se ne stupì (sinceramente) e con espressione smagata ribatteva: “Noi ultimi? Ma cosa dite? A me sembra che qui vada tutto bene.”
Un po’ come quei dirigenti della Reggina messi lì criminalmente dalla sua giunta a stravincere ogni cosa ma che se gli facevi notare che in tre anni non avevano odorato neanche per una volta il primo posto restavano (sinceramente) sorpresi: “Il nostro un progetto fallimentare? Ma cosa dite! Siamo bravissimi! A noi sembra che qui vada tutto bene.” Ecco, il problema della giunta precedente non è di avere lasciato la città in ginocchio, ma di non essere riuscita neanche ad accorgersene. E tu li vorresti anche attaccare, ma non ci provi neanche gusto, perché quando vai lì accigliato poi li guardi e improvvisamente ti fanno tenerezza. Perché per risolvere un problema devi prima capire di averlo.
Ed adesso Cannizzaro è riuscito in due mesi nell’impresa che a Falcomatà era sembrata titanica di unire le due sponde di una fiumara. Ma se anche per tutto il suo mandato volesse (non sia mai) stare seduto a non fare più niente potrebbe sempre dire: “beh, alla fine non avrei comunque fatto peggio di Falcomatà”.


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