Porto Reggio Calabria, Futuro Nazionale 594 punge Cannizzaro: “spieghi cosa è cambiato dal 2018 sull’AdSP dello Stretto”

Domenico Monteleone, Referente Comitato 594 Reggio Calabria di Futuro Nazionale, ricostruisce la nascita dell’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto e chiede un confronto pubblico sui protagonisti e sulle scelte che hanno portato all’attuale assetto

“C’è qualcosa di profondamente curioso, e politicamente assai istruttivo, nel modo in cui a Reggio Calabria alcune battaglie cambiano natura con il passare degli anni, perché ciò che quando doveva essere deciso veniva considerato discutibile, rischioso o addirittura contrario agli interessi del territorio, quando invece è diventato realtà finisce quasi magicamente per trasformarsi in una scelta lungimirante, strategica e, soprattutto, apparentemente condivisa da tutti, come se il tempo avesse avuto non soltanto la capacità di modificare le opinioni, ma anche quella, assai più singolare, di cancellare le posizioni che quelle opinioni rappresentavano.

È un fenomeno che la politica conosce bene: quando un’idea è ancora da realizzare, i suoi sostenitori devono spiegare perché dovrebbe essere fatta, devono superare diffidenze, resistenze e interessi consolidati e spesso devono anche sopportare il rischio di essere considerati visionari; quando invece quell’idea diventa una realtà istituzionale, acquista risorse, produce risultati e comincia a essere riconosciuta come strategica, improvvisamente il numero di coloro che ne avevano compreso la portata sembra aumentare in maniera considerevole. Ed è proprio per questo che, prima di celebrare il futuro del porto di Reggio Calabria, sarebbe opportuno tornare, senza particolari enfasi e senza inutili polemiche, a come sono andate realmente le cose.

Non per distribuire medaglie, non per riaprire vecchie guerre politiche e nemmeno per stabilire chi abbia avuto ragione e chi abbia avuto torto, ma perché una comunità seria dovrebbe riuscire a riconoscere il percorso attraverso il quale una scelta è diventata realtà, distinguendo chi l’ha proposta, chi l’ha sostenuta, chi l’ha trasformata in iniziativa istituzionale e chi, invece, in quel momento sosteneva una soluzione diversa“. È quanto si legge in un comunicato stampa a firma di Domenico Monteleone, Referente Comitato 594 Reggio Calabria di Futuro Nazionale.

“L’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto, che oggi viene indicata come uno degli strumenti attraverso i quali Reggio Calabria può rafforzare la propria funzione nel Mediterraneo, non è nata ieri e non è comparsa improvvisamente insieme alle nuove prospettive sulla crocieristica. – si legge ancora nella nota – Prima di diventare un’istituzione, infatti, è stata un’idea; prima di avere una struttura amministrativa, un presidente, un bilancio e una capacità di programmazione, è stata una proposta che qualcuno ha dovuto immaginare, sostenere e portare avanti quando ancora non esistevano né le certezze né le fotografie celebrative che oggi accompagnano il suo racconto.

Secondo la documentazione pubblicamente disponibile e la ricostruzione resa negli anni da Vincenzo Rogolino, quella proposta prese forma nel 2017, nell’ambito di un percorso che coinvolse il mondo sindacale e interlocutori delle due sponde dello Stretto e che portò alla formalizzazione dell’ipotesi di una XVI Autorità dello Stretto, una proposta che negli anni successivi sarebbe stata ripresa, discussa e trasformata in iniziativa politica e istituzionale.

Ed è proprio qui che sarebbe opportuno evitare una seconda semplificazione, altrettanto sbagliata della prima, perché non si tratta di sostenere che l’Autorità sia stata “creata” da una sola persona: una proposta può nascere da un territorio, essere sostenuta da soggetti diversi, entrare successivamente nel dibattito parlamentare, essere fatta propria da un Governo e diventare infine una norma dello Stato, ed è esattamente questo il percorso che bisogna avere l’onestà di ricostruire se si vuole parlare seriamente dell’Autorità dello Stretto“.

Il referente di Futuro Nazionale insiste: “nel settembre 2018 il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti annunciò ufficialmente la nascita della XVI Autorità di Sistema Portuale dello Stretto, specificando che l’iniziativa era stata assunta dal Governo “su impulso del Ministro Danilo Toninelli”, e fu quindi attraverso il successivo procedimento legislativo che quella proposta, ormai entrata nella dimensione della politica nazionale, arrivò alla sua trasformazione in legge.

Fin qui, nulla di straordinario: le istituzioni fanno il proprio lavoro, i Governi assumono decisioni, il Parlamento approva le leggi e le amministrazioni le applicano.

Il punto interessante arriva quando si guarda a ciò che accadde contemporaneamente sul piano politico, perché nel 2018 l’Autorità dello Stretto non venne accolta da tutti come quella grande opportunità che oggi, a distanza di anni, sembra essere diventata.

L’allora sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà manifestò pubblicamente la propria contrarietà alla nuova configurazione e, nel dicembre dello stesso anno, arrivò a parlare esplicitamente di “opposizione a questa decisione”, mentre nel Parlamento nazionale prendevano forma posizioni critiche nei confronti dell’impostazione scelta dal Governo e si sosteneva, da parte di esponenti della politica calabrese, una diversa organizzazione del sistema portuale regionale.

E tra quei parlamentari c’era anche Francesco Cannizzaro, oggi figura centrale del centrodestra reggino e protagonista delle dinamiche politiche del territorio. Non è un dettaglio, perché quando si parla delle grandi scelte strategiche di Reggio Calabria, e soprattutto quando chi quelle scelte le rappresenta oggi ne sottolinea il valore, è inevitabile chiedersi che cosa sia accaduto nel frattempo e quali siano state le ragioni che hanno prodotto un eventuale cambiamento di posizione.

Nel 2018 Cannizzaro, insieme ad altri parlamentari calabresi di Forza Italia, sostenne infatti una diversa impostazione della portualità calabrese, contestando l’assetto che il Governo stava costruendo e guardando con particolare attenzione alla necessità di una strategia differente per i porti calabresi, nella quale anche il rapporto tra Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Gioia Tauro assumeva un significato politico e territoriale diverso.

Sono posizioni che appartengono a quella stagione e che possono essere ricostruite attraverso gli atti e le cronache dell’epoca. Ed è proprio per questo che la domanda, oggi, può essere posta senza alcuna aggressività e senza trasformarla in una resa dei conti personale: che cosa è cambiato da allora?

Perché non c’è nulla di scandaloso nel cambiare idea, e sarebbe persino sbagliato pretendere che un uomo politico rimanga per sempre prigioniero di una posizione assunta anni prima, quando sono cambiate le condizioni, sono cambiati i governi, sono cambiati gli scenari economici e, soprattutto, sono arrivati elementi nuovi che consentono di valutare diversamente una scelta.

Ma proprio perché cambiare posizione è legittimo, sarebbe altrettanto legittimo spiegare alla città perché quella posizione sia cambiata, quali fatti abbiano determinato il cambiamento e quali elementi abbiano portato a considerare strategica, oggi, una struttura che nel momento in cui veniva istituita era oggetto di una valutazione politica differente.

La domanda vale tanto più per chi oggi occupa una posizione di responsabilità e può incidere concretamente sul futuro del territorio, perché quando si parla di porto, di Autorità dello Stretto, di crocieristica e di sviluppo del sistema portuale reggino non si sta discutendo di una questione marginale, ma di una delle poche partite capaci di modificare realmente la posizione economica e strategica della città“.

“La vicenda assunse, del resto, una dimensione istituzionale ancora più significativa quando la Regione Calabria decise di impugnare davanti alla Corte costituzionale la norma istitutiva dell’Autorità dello Stretto, contestando le modalità attraverso le quali era stata costituita e lamentando, tra le altre cose, la mancata partecipazione regionale al procedimento, fino ad arrivare alla sentenza n. 208 del 2020, con la quale la Corte dichiarò non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Regione. – prosegue Monteleone – Sono fatti che raccontano una fase politica nella quale quella scelta non era affatto considerata scontata e che, proprio per questo, rendono ancora più interessante il modo in cui oggi la stessa infrastruttura viene presentata.

Perché le idee, quando sono ancora soltanto idee, hanno bisogno di qualcuno che le difenda; quando diventano istituzioni, invece, acquistano improvvisamente molti più sostenitori. È uno dei paradossi più antichi della politica: le idee hanno pochi padri quando devono essere fatte nascere e molti padri quando sono ormai cresciute.

Oggi, infatti, si torna a parlare del porto di Reggio Calabria come di una grande infrastruttura strategica, si parla di crociere, di nuova banchina, di Museo del Mare, di waterfront e di una nuova stagione nella quale il porto dovrebbe tornare a essere una delle principali porte attraverso le quali la città si affaccia sul Mediterraneo.

E nessuno può che augurarsi che tutto questo accada. Anzi, proprio perché Reggio Calabria ha perso troppo tempo, proprio perché il suo rapporto con il mare è stato per decenni più evocato che utilizzato come autentico fattore di sviluppo e proprio perché la posizione geografica della città continua a rappresentare un patrimonio straordinario troppo spesso sottoutilizzato, ogni investimento serio sul porto deve essere sostenuto e seguito con attenzione.

Ma sostenere un progetto non significa rinunciare alla capacità di verificarlo, significa, al contrario, distinguere ciò che è finanziato da ciò che è programmato, ciò che è progettato da ciò che è cantierizzato, ciò che è in corso da ciò che è ancora soltanto annunciato, perché soltanto attraverso questa distinzione sarà possibile evitare che anche il futuro venga raccontato attraverso fotografie prima ancora che attraverso risultati”.

“La città non ha bisogno di nuovi rappresentazioni grafiche da applaudire, ma di opere da utilizzare; non ha bisogno soltanto di annunci sulle crociere, ma di navi che arrivino, passeggeri che scendano, servizi che funzionino e ricadute economiche che possano essere misurate; non ha bisogno soltanto di parlare del Museo del Mare, ma di sapere quali siano tempi, risorse e modalità attraverso le quali quella grande infrastruttura potrà diventare realmente parte del sistema economico e turistico della città. E soprattutto Reggio Calabria non ha bisogno di una nuova narrazione del proprio porto costruita a posteriori, ha bisogno dei fatti. Per questo sarebbe utile un confronto pubblico, serio e documentato, dal titolo: Chi ha voluto il porto dello Stretto?

Non un processo e nemmeno una celebrazione, ma un’occasione nella quale riportare al centro i documenti e mettere ciascuno davanti alle proprie parole, senza rancore ma anche senza quella particolare indulgenza che spesso accompagna la politica quando il risultato finale rende più conveniente dimenticare le differenze di partenza.

Sarebbe utile ascoltare Vincenzo Rogolino e ricostruire la proposta del 2017, sarebbe utile ascoltare chi allora sostenne posizioni diverse, sarebbe utile ascoltare chi trasformò quella proposta in iniziativa parlamentare e governativa e sarebbe soprattutto utile chiedere agli attuali protagonisti della politica reggina, compreso Francesco Cannizzaro, quale sia oggi la loro valutazione di quella scelta e che cosa, nel frattempo, li abbia portati a considerarla strategica.

Perché non c’è nulla di più politico, e contemporaneamente di più democratico, che mettere a confronto le posizioni di ieri con le responsabilità di oggi, e forse proprio questo dovrebbe essere il senso del convegno: non decidere chi abbia diritto a una medaglia, ma restituire a ciascuno ciò che gli appartiene, senza aggiungere meriti e senza cancellare responsabilità.

Perché una classe dirigente diventa realmente autorevole quando non ha paura di ricordare ciò che sosteneva quando ancora non sapeva come sarebbe finita la partita e quando riesce a riconoscere, senza imbarazzo, che nella politica possono esistere anche errori, ripensamenti e cambiamenti di posizione.

Alla fine, infatti, non sarà importante stabilire chi oggi si trovi nella fotografia migliore, ma sarà importante sapere chi, quando quella fotografia ancora non esisteva, ebbe il coraggio di lavorare perché potesse essere scattata.

Perché cambiare idea è legittimo, correggere una posizione è persino doveroso quando la realtà dimostra che quella posizione non era più sostenibile, ma pretendere che insieme alla propria posizione cambi anche ciò che è accaduto è un’altra cosa.

E allora, prima delle celebrazioni, prima dei nastri, prima delle fotografie e prima delle inevitabili dichiarazioni nelle quali tutti scopriranno di avere sempre creduto nella strategicità del porto dello Stretto, sarebbe sufficiente fare una cosa molto più semplice: aprire gli archivi e rileggere gli atti. Lì dentro non ci sono convenienze, ci sono date, firme, dichiarazioni e decisioni e ci sono anche le contraddizioni della politica, che non sono una vergogna, purché si abbia il coraggio di riconoscerle.

Perché il porto può avere molti protagonisti, può avere molti sostenitori e, con il passare degli anni, può persino trovare nuovi estimatori; ciò che non può avere, però, è una storia diversa per ogni stagione politica. Le amministrazioni cambiano, i governi cambiano, le maggioranze cambiano e perfino le opinioni cambiano ma gli atti restano!

Ed è forse proprio questo il motivo per cui, prima di raccontare chi oggi sta costruendo il porto del futuro, sarebbe giusto ricordare chi ieri ebbe il coraggio di immaginarlo quando ancora non c’era nulla da celebrare e chi lo osteggiava senza remore.

Perché il merito di un’idea non appartiene a chi arriva quando è già diventata realtà, ma a chi ha avuto la forza di sostenerla quando ancora poteva essere sconfitta. E allora, prima di chiudere, un grazie è doveroso: grazie a due sindacalisti lungimiranti, Vincenzo Rogolino, da Reggio Calabria, e Nino Di Mento, da Messina, che seppero guardare allo Stretto quando ancora molti ne vedevano soltanto le due sponde e che ebbero la lungimiranza di immaginare ciò che oggi, finalmente, è diventato realtà“, conclude il referente di Futuro Nazionale.