Dodici misure cautelari, sette persone in carcere e cinque agli arresti domiciliari, nell’ambito di un’inchiesta che punta a ricostruire assetti, ruoli e attività attribuite alla cosca Costa-Filippone di Melicucco, nella Piana di Gioia Tauro. È il risultato dell’operazione eseguita nella mattinata di giovedì 1° ottobre dai Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria.
Le accuse contestate, a vario titolo, sono pesantissime: associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, violenza privata aggravata, detenzione illegale di armi e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Si tratta di contestazioni formulate nell’ambito della fase cautelare e che dovranno essere vagliate nel prosieguo del procedimento nel rispetto del principio di presunzione di innocenza. L’operazione riporta al centro dell’attenzione investigativa il territorio di Melicucco, comune della Piana reggina, e soprattutto la ricostruzione degli equilibri interni che, secondo l’impostazione della Procura antimafia, avrebbero caratterizzato negli anni il locale di ’ndrangheta operante nell’area.
’Ndrangheta a Melicucco, sette persone condotte in carcere
Secondo quanto emerso dall’operazione, sono sette gli indagati destinatari della misura cautelare in carcere. Si tratta di Salvatore Ammagatti, Pasquale Costa, Rosario Costa detto “Angelo”, Salvatore Costa, Salvatore Magiaruga, Dario Varamo e Carmelo Costa. Per altri cinque indagati è stata invece disposta la misura degli arresti domiciliari: Domenico Antonio Napoli, Gabriele Bruzzese, Domenico Giuseppe Galatà, Giuseppe Politanò e Giorgio Varone.
Le misure rappresentano uno dei passaggi più rilevanti della nuova attività investigativa che interessa la realtà criminale della Piana di Gioia Tauro, territorio da decenni al centro di numerose indagini della Direzione distrettuale antimafia e delle forze dell’ordine sui rapporti, gli equilibri e le articolazioni territoriali della ’ndrangheta. La nuova inchiesta concentra l’attenzione sulla presunta operatività della cosca Costa-Filippone, con particolare riferimento all’assetto che gli investigatori ritengono essersi consolidato a Melicucco.
Cosca Costa-Filippone, le accuse contestate nell’inchiesta
Il quadro accusatorio comprende diversi ambiti. Oltre alla contestazione più grave, quella di associazione per delinquere di tipo mafioso, vengono infatti ipotizzati, a vario titolo, episodi di estorsione aggravata, violenza privata aggravata, detenzione illegale di armi e detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. Un insieme di contestazioni che, secondo gli inquirenti, sarebbe significativo per delineare non soltanto la presunta struttura organizzativa del gruppo, ma anche le modalità attraverso le quali gli indagati avrebbero esercitato la propria influenza sul territorio.
La presenza di contestazioni relative alle estorsioni e alla violenza privata rappresenta uno dei punti centrali del fascicolo investigativo, così come il capitolo relativo alle armi e agli stupefacenti. Sarà tuttavia il successivo percorso giudiziario a stabilire la fondatezza delle singole accuse e le eventuali responsabilità personali degli indagati.
Rosario “Angelo” Costa indicato dall’accusa come presunto capo promotore
Uno degli aspetti più rilevanti dell’indagine riguarda il ruolo attribuito dagli investigatori a Rosario Costa, detto “Angelo”. Secondo l’impostazione accusatoria, sarebbe lui il capo promotore dell’associazione mafiosa finita al centro dell’inchiesta. La ricostruzione degli inquirenti affonda le proprie radici nella seconda metà degli anni Novanta, un periodo che secondo l’accusa avrebbe segnato un passaggio importante negli equilibri criminali di Melicucco.
Nel provvedimento richiamato dagli investigatori, Rosario “Angelo” Costa avrebbe assunto un ruolo di primo piano “a seguito di contrasti con la fazione mafiosa diretta da Rocco Santo Filippone (condannato all’ergastolo)”. È in quel contesto, secondo la tesi accusatoria, che Costa avrebbe acquisito il controllo del “locale” di Melicucco, agendo insieme al fratello Carmelo Costa. Un passaggio che assume particolare importanza nell’impianto dell’inchiesta perché punta a ricostruire non soltanto singoli episodi contestati, ma la stessa evoluzione dei rapporti di forza che avrebbero caratterizzato la struttura mafiosa del territorio.
Il controllo del “locale” di Melicucco e i contrasti degli anni Novanta
Secondo quanto ricostruito dalla Procura antimafia, il passaggio di potere sarebbe maturato in seguito ai contrasti con la fazione facente capo a Rocco Santo Filippone, figura già al centro di importanti vicende giudiziarie legate alla criminalità organizzata calabrese. Gli investigatori collocano quindi nella seconda metà degli anni Novanta un momento determinante per la configurazione degli equilibri che avrebbero successivamente caratterizzato il locale di Melicucco.
Rosario “Angelo” Costa, secondo l’accusa, avrebbe assunto il controllo del locale insieme al fratello Carmelo. Non si sarebbe trattato, nella ricostruzione investigativa, soltanto di una leadership maturata sul territorio: l’impianto accusatorio sostiene infatti che il nuovo assetto sarebbe stato accompagnato anche da una vera e propria investitura formale proveniente da un esponente di rilievo della criminalità organizzata della vicina Rosarno.
L’investitura e il collegamento con la cosca di Rosarno
Secondo l’impostazione accusatoria riportata negli atti dell’inchiesta, il nuovo equilibrio del locale di Melicucco sarebbe stato “sancito anche con l’investitura formale” da parte di un esponente della cosca Bellocco di Rosarno. Il riferimento è particolarmente significativo dal punto di vista investigativo perché inserisce la ricostruzione degli assetti di Melicucco in un quadro territoriale più ampio, che interessa l’intera Piana di Gioia Tauro. La vicinanza geografica tra i diversi centri della Piana e la storia giudiziaria delle organizzazioni mafiose operanti nell’area hanno fatto sì che numerose indagini condotte negli anni abbiano approfondito non soltanto le singole realtà comunali, ma anche i rapporti tra le diverse articolazioni territoriali della ’ndrangheta. L’attuale procedimento dovrà ora chiarire in sede giudiziaria la consistenza degli elementi raccolti dagli investigatori e il ruolo effettivamente ricoperto da ciascuno degli indagati.
Dalla Procura antimafia di Reggio Calabria una nuova offensiva contro le cosche della Piana
L’inchiesta è coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria, da anni impegnata insieme ai reparti investigativi delle forze dell’ordine nel contrasto alle organizzazioni mafiose presenti sul territorio provinciale. L’esecuzione delle misure cautelari è stata affidata ai Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, che nella mattinata del 1° ottobre hanno dato attuazione ai provvedimenti nei confronti dei dodici destinatari.
Il dato numerico racconta la portata dell’operazione: 12 misure cautelari, di cui 7 in carcere e 5 ai domiciliari, con un ventaglio di contestazioni che va dall’associazione mafiosa alle estorsioni, dalla violenza privata alle armi fino allo spaccio di sostanze stupefacenti. Ma il dato probabilmente più rilevante dal punto di vista investigativo riguarda la volontà degli inquirenti di ricostruire la presunta catena di comando della consorteria e la sua evoluzione nel corso di un arco temporale molto lungo.
Un’inchiesta che guarda agli equilibri della ’ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro
Melicucco si trova nel cuore della Piana di Gioia Tauro, un’area che per la sua storia criminale è stata ripetutamente oggetto di indagini, processi e operazioni antimafia. La nuova inchiesta si inserisce dunque in un contesto giudiziario più ampio, nel quale l’attenzione degli investigatori non si limita alla verifica di singoli reati ma punta a comprendere le dinamiche interne delle cosche, i rapporti di forza, le gerarchie e gli eventuali collegamenti con altri gruppi.
Nel caso della cosca Costa-Filippone, la ricostruzione proposta dall’accusa parte dalla frattura che si sarebbe verificata nella seconda metà degli anni Novanta e dal successivo consolidamento della posizione di Rosario “Angelo” Costa e del fratello Carmelo. Il riferimento al controllo del “locale” di Melicucco costituisce quindi uno degli elementi centrali dell’impianto investigativo. Nella terminologia utilizzata nelle numerose indagini giudiziarie sulla ’ndrangheta, il “locale” viene generalmente indicato come una struttura territoriale attraverso la quale l’organizzazione esercita la propria presenza su una determinata area. Nel procedimento appena avviato sul piano cautelare, spetterà però ai giudici verificare se e in quale misura la ricostruzione della Procura trovi conferma nelle prove acquisite.
Estorsioni, armi e droga: i diversi filoni investigativi
Accanto alla contestazione associativa, l’inchiesta comprende una serie di ulteriori ipotesi di reato che allargano il perimetro dell’attività investigativa. Tra queste c’è l’estorsione aggravata, una delle fattispecie storicamente più rilevanti nelle attività di contrasto alla criminalità organizzata, perché direttamente collegata alla capacità di un gruppo di esercitare pressione sul territorio. Viene inoltre contestata, sempre a vario titolo, la violenza privata aggravata. A ciò si aggiungono le accuse relative alla detenzione illegale di armi e alla detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Non tutti i reati vengono necessariamente attribuiti a tutti gli indagati: le singole posizioni dovranno essere valutate individualmente nel corso del procedimento, sulla base delle condotte contestate e degli elementi raccolti dagli investigatori. Proprio questa distinzione è essenziale in una vicenda giudiziaria ancora in corso: le misure cautelari adottate non equivalgono infatti a una condanna definitiva.
Il peso della ricostruzione storica nell’indagine sulla cosca di Melicucco
A rendere particolarmente interessante il nuovo procedimento è anche la profondità temporale della ricostruzione proposta dall’accusa. Gli inquirenti, infatti, individuano nella seconda metà degli anni Novanta il momento in cui sarebbero mutati gli equilibri del locale di Melicucco. È un passaggio che colloca le dinamiche oggetto di indagine all’interno di una storia criminale che si estenderebbe per decenni. Il riferimento ai contrasti con la fazione guidata da Rocco Santo Filippone e alla successiva ascesa di Rosario “Angelo” Costa e del fratello Carmelo rappresenta uno degli snodi attraverso i quali gli investigatori cercano di spiegare l’evoluzione della presunta organizzazione. La tesi accusatoria dovrà naturalmente confrontarsi con le difese e con il vaglio dei giudici nelle successive fasi del procedimento.
I dodici indagati e il prosieguo dell’inchiesta
Per Salvatore Ammagatti, Pasquale Costa, Rosario Costa detto Angelo, Salvatore Costa, Salvatore Magiaruga, Dario Varamo e Carmelo Costa è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per Domenico Antonio Napoli, Gabriele Bruzzese, Domenico Giuseppe Galatà, Giuseppe Politanò e Giorgio Varone sono stati invece disposti gli arresti domiciliari. La differenza tra le misure applicate dipende dalle singole valutazioni effettuate dall’autorità giudiziaria sulle rispettive posizioni processuali e sulle esigenze cautelari ravvisate. Da questo momento il procedimento entrerà nelle successive fasi previste dall’ordinamento. Gli indagati avranno la possibilità di far valere le proprie ragioni difensive e di contestare gli elementi posti a fondamento delle misure.
Melicucco di nuovo al centro delle indagini antimafia
Il blitz del 1° ottobre 2026 riporta quindi Melicucco al centro dell’attività giudiziaria antimafia nella provincia di Reggio Calabria. ’operazione assume particolare rilievo non soltanto per il numero delle persone raggiunte dalle misure cautelari, ma soprattutto per il quadro che la Procura intende ricostruire: una presunta struttura mafiosa con ruoli definiti, un vertice individuato dagli inquirenti e una storia interna che affonderebbe le proprie radici nei contrasti maturati oltre trent’anni fa. Nella tesi dell’accusa, Rosario “Angelo” Costa avrebbe assunto dalla seconda metà degli anni Novanta un ruolo di comando nel locale di Melicucco insieme al fratello Carmelo, dopo il conflitto con la fazione di Rocco Santo Filippone.
La nuova operazione dei Carabinieri rappresenta adesso l’inizio di una fase giudiziaria nella quale queste ricostruzioni dovranno essere sottoposte al contraddittorio e al vaglio dei giudici. Il quadro è dunque ancora quello di un’indagine e di misure cautelari. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, mentre l’inchiesta della Procura antimafia di Reggio Calabria prosegue per chiarire nel dettaglio ruoli, responsabilità e attività contestate all’interno della presunta articolazione mafiosa di Melicucco.








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