di Rita Terranova – Mercoledì 7 ottobre 2026, presso il dipartimento di Scienze politiche e giuridiche dell’Università degli Studi di Messina, si è tenuto il seminario intitolato “Storia delle radio libere a Messina”. L’incontro, moderato e coordinato dal professor Dario Caroniti, nell’ambito della cattedra di storia del pensiero politico, ha visto la partecipazione degli autori del documentario La rivoluzione in FM: storia delle radio libere a Messina, lo speaker e DJ Alfredo Reni, il giornalista d’inchiesta Enrico Di Giacomo e il videomaker Daniele Brigandì. Ad aprire il seminario è stato il professor Dario Caroniti, che ha inquadrato il fenomeno delle emittenti locali come una svolta fondamentale per il pluralismo dell’informazione e della cultura a partire dalla seconda metà degli anni ’70 del Novecento. Se la nascita della televisione e la Rai avevano unificato il Paese, furono le radio locali a restituire vicinanza al territorio, dando voce alle istanze popolari e offrendo un trampolino di lancio nazionale a numerosi talenti e artisti messinesi. Caroniti ha ricordato la differenza sostanziale con l’odierno panorama dei media, spesso centralizzato e distante, sottolineando la funzione civica di quelle prime esperienze, ricordando come fu proprio attraverso una radio libera che Peppino Impastato condusse la sua battaglia contro la mafia.
Alfredo Reni ha chiarito che l’intento dell’opera non è quella di evocare una certa nostalgia ma la testimonianza di una stagione irripetibile
Prendendo la parola, Alfredo Reni ha chiarito che l’intento dell’opera non è quella di evocare una certa nostalgia o una presunta superiorità del passato, ma la testimonianza di una stagione irripetibile. Negli anni Settanta, infatti, i giovani irruppero sulla scena come un vero e proprio soggetto sociale e politico; la radio divenne la loro agorà, una palestra di libertà e formazione da cui emersero futuri giornalisti, registi, attori e professionisti. L’immagine utilizzata è quella di un passaggio da un’Italia “in bianco e nero” a una “a colori”.
Il cuore del seminario è stata la visione del documentario
Il cuore del seminario è stata la visione del documentario, che si apre con la scena di Peppino Impastato e l’entusiasmo spontaneo di un gruppo di ragazzi che progetta di costruire una propria stazione radiofonica. Il filmato ricostruisce il contesto urbano e socioculturale di quegli anni attraverso le analisi di storici e protagonisti. Lo storico Peppino Restifo delinea il ritratto di una Messina democristiana, fortemente clientelare e bonaria, ma segnata da profonde fratture e dalla segregazione delle periferie, pur vantando una vivace vita intellettuale fatta di cinema, case editrici storiche e un’università prestigiosa, guidata da maestri del calibro del rettore Salvatore Pugliatti.
La professoressa Ida Fazio e la giornalista Silvana Polizzi descrivono una città conservatrice e divisa in classi sociali, in cui tuttavia le giovani generazioni e le donne riuscivano a ritagliarsi spazi inediti di emancipazione, stimolo culturale e rottura degli schemi tradizionali.
Sull’onda dell’eco della prima radio libera milanese (Radio Milano International, 1975) e, soprattutto, della sentenza della Corte costituzionale del luglio 1976, che liberalizzò le trasmissioni via etere su scala locale, anche a Messina scoppiò la febbre delle frequenze FM. In una realtà dominata da soli due canali radiofonici di Stato e dal clima cupo degli Anni di Piombo, programmi Rai come Bandiera Gialla, Supersonic e le trasmissioni innovative, curate da figure come Carlo Massarini, avevano già educato le orecchie dei ragazzi. Ciascuno iniziò a portare in radio i propri vinili, non c’erano provini né selezioni aziendali, il criterio d’accesso era semplicemente la disponibilità di tempo e la consistenza della propria collezione di dischi. Nacquero così le prime emittenti cittadine, tra cui Radio Onda, Antenna dello Stretto, Radio Messina Uno Special, Radio Messina Sud, Radio Zenit e Radio Messina International.
La radio ha ridisegnato il rapporto tra pubblico ed emittente
La radio ha ridisegnato il rapporto tra pubblico ed emittente, creando un vero senso di comunità. Come ricordato da testimoni quali Stefano Zito, Lillo Russo e Michele Lotta, le stazioni radiofoniche divennero amplificatori sociali. Molto prima dell’avvento degli smartphone e della messaggistica istantanea, il programma di dediche era il momento clou della giornata. Intere file di persone si accalcavano sotto gli studi per richiedere un brano o lasciare un messaggio. Emblematica fu la trasmissione meridiana Jumbo Sound condotta da Antonio Lo Giudice su Antenna dello Stretto, diventata un appuntamento di “culto” per la città.
Nelle ore notturne il microfono diventava uno spazio di ascolto e confessione a ruota libera
Nelle ore notturne il microfono diventava uno spazio di ascolto e confessione a ruota libera, animato da voci inconfondibili come quelle di Maurizio Marchetti e Paolo Miceli, o dai programmi leggeri e popolarissimi come Radio Shanghai condotti da Antonella Pino.
Rompendo il quasi monopolio informativo della carta stampata (già all’epoca identificato nella Gazzetta del Sud), le radio inventarono una nuova informazione locale dal basso. Redazioni come quelle di Radio Studio 55 o Antenna dello Stretto iniziarono a trattare fatti di cronaca nera e sport (dal calcio del Messina ai campionati minori, dal basket ai rally notturni in Fiera).
Straordinaria fu l’esperienza di Radio Messina Quartiere
Straordinaria fu l’esperienza di Radio Messina Quartiere, nata all’interno di una parrocchia. Come ha rievocato Graziella Mastronardo, l’emittente non esitò a schierarsi in prima linea al fianco dei cittadini per denunciare l’annosa emergenza idrica o la piaga delle baraccopoli messinesi, offrendo ai residenti un canale diretto per pretendere risposte dagli assessori competenti. In una città polarizzata tra destra e sinistra nacquero anche voci marcatamente schierate, come Radio Città del Sole (legata all’area della sinistra studentesca e al PCI), fondata su autofinanziamento e assenza di pubblicità commerciale, come ricordano Ida Fazio e Gianfranco Moraci.
Non mancavano emittenti insolite come Radio Messina Shopping, diretta da una figura singolare che si chiamava Zaratustra e si autodefiniva “francescano e anarchico”, che dava voce a non vedenti ed emarginati. Tra i giovanissimi speaker di quella stagione spiccava anche un futuro protagonista della magistratura italiana: Fabio De Pasquale.
Le radio libere furono autentici motori di spettacolo e aggregazione urbana
Le radio libere furono autentici motori di spettacolo e aggregazione urbana. Emittenti come Radio Messina International o Radio Messina Uno Special (ricordate da interventi di operatori come Natale Munaò, Anthony Greco e Casano) portarono a Messina la musica dal vivo e i concerti delle grandi star italiane: da Vasco Rossi a Renato Zero, da Gianni Morandi ai Pooh.
Altrettanto memorabili furono le manifestazioni di piazza, come le cacce al tesoro di fine settembre, rievocate da Massimo Rinaldi e Silvana Polizzi, capaci di mobilitare l’intera città con trovate scenografiche, entrate nella memoria collettiva (come la cascata di palline dal campanile del Duomo), oppure quando per risolvere gli indovinelli i concorrenti dovevano portarsi dietro i volumi delle enciclopedie.
Il grande periodo delle radio libere si chiuse progressivamente tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta
Il grande periodo delle radio libere si chiuse progressivamente tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta con l’introduzione delle normative statali di settore, gli obblighi di concessione ministeriale e la trasformazione delle frequenze in network commerciali. Esperienze più recenti, come quella di Radio Street negli anni Duemila, ricordata da Luciano Fiorino, hanno cercato di raccogliere quell’eredità, contaminandola con l’avvento del web e dei primi social media.
A chiusura della proiezione, il professor Dario Caroniti ha condiviso aneddoti personali, ricordando le proprie giovanili esperienze radiofoniche a sfondo sociopolitico (in emittenti come Radio Stereo Sound) e citando figure caratteristiche come Zeppe, noto, tra l’altro, per le geniali parodie e la capacità di riadattare i successi musicali del momento in chiave dialettale. Nel dibattito finale con il pubblico presente in aula, Alfredo Reni ha ribadito il senso profondo dell’incontro e del documentario, quello di non sprofondare nella malinconia, ma ricordare che Messina è stata una città viva, dinamica, coraggiosa e ricca di fermento culturale. Un patrimonio di memoria storica e di partecipazione civica che deve servire da stimolo per il presente.






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