Il Medio Oriente è stato a un passo dall’assistere a una nuova escalation militare contro l’Iran. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva pianificato una vasta offensiva aerea contro il territorio iraniano, con bombardamenti diretti contro impianti nucleari, centrali elettriche e infrastrutture strategiche. L’attacco sarebbe dovuto iniziare nel fine settimana del 10 ottobre 2026, ma a fermare i piani israeliani sarebbe stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, contrario a una ripresa dei combattimenti prima delle elezioni americane di medio termine del 3 novembre.
La clamorosa ricostruzione arriva dal Financial Times, che cita tre persone a conoscenza della pianificazione militare israeliana. Secondo quanto riferito dalle fonti, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) erano pronte a lanciare un’operazione di diversi giorni, con un’intensità superiore a quella degli attacchi condotti congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro l’Iran nel febbraio scorso.
Il piano di Netanyahu: bombardamenti contro siti nucleari e infrastrutture civili
L’offensiva preparata dall’esercito israeliano avrebbe avuto dimensioni particolarmente rilevanti. Gli obiettivi individuati comprendevano non soltanto gli impianti nucleari iraniani e le strutture legate al regime di Teheran, ma anche infrastrutture civili considerate strategiche, tra cui centrali per la produzione di energia elettrica. Secondo una delle fonti citate dal quotidiano britannico, Israele aveva elaborato una nuova lista di bersagli, includendo siti che non erano mai stati colpiti nelle precedenti operazioni militari.
Il progetto prevedeva una campagna di bombardamenti più intensa rispetto a quella condotta nel febbraio 2026, con il rischio di provocare una nuova e pericolosa fase del conflitto regionale. La pianificazione sarebbe stata portata avanti fino a raggiungere uno stadio operativo avanzato, tanto che le forze armate israeliane erano pronte a intervenire già nel fine settimana del 10 ottobre.
Trump dice no all’attacco: decisive le elezioni americane del 3 novembre
A bloccare l’operazione sarebbe stata la posizione assunta dalla Casa Bianca. Donald Trump avrebbe deciso di impedire la ripresa delle ostilità prima delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, in programma il prossimo 3 novembre.
La scelta del presidente americano avrebbe quindi determinato il rinvio dei bombardamenti, nonostante i preparativi già effettuati dall’esercito israeliano. Secondo il Financial Times, resta tuttavia da chiarire se Washington avrebbe partecipato direttamente all’offensiva oppure se l’operazione sarebbe stata condotta esclusivamente dalle forze israeliane.
Il ruolo degli Stati Uniti rimane comunque centrale: la ricostruzione del quotidiano britannico evidenzia come la decisione finale sulla ripresa dei combattimenti fosse strettamente legata alla volontà politica di Trump.
Nuovi attacchi contro l’Iran nelle prossime settimane? Lo scenario resta aperto
Lo stop imposto all’operazione del 10 ottobre non significherebbe necessariamente l’abbandono dei piani militari israeliani. Una delle persone informate sui preparativi ha dichiarato al Financial Times che una ripresa dei bombardamenti contro l’Iran nelle prossime settimane non rappresenterebbe “uno scenario irragionevole”.
Un’affermazione che mantiene alta l’attenzione sulla possibilità di una nuova offensiva israeliana contro Teheran, soprattutto dopo le elezioni americane. Le fonti sottolineano inoltre che Israele avrebbe aggiornato la propria pianificazione militare, ampliando l’elenco degli obiettivi potenzialmente interessati dai raid.
Attacco militare o pressione negoziale? I dubbi sulle intenzioni di Israele
Nella ricostruzione del Financial Times emerge anche un’altra possibile interpretazione dei preparativi israeliani. Secondo una delle fonti, la minaccia di un’offensiva su larga scala avrebbe potuto rappresentare una tattica negoziale, finalizzata ad aumentare la pressione sull’Iran.
Non è quindi possibile stabilire con certezza se i bombardamenti pianificati per il 10 ottobre fossero destinati a essere effettivamente eseguiti oppure se la preparazione militare facesse parte di una più ampia strategia di pressione politica e diplomatica.
La stessa fonte ha ribadito che qualsiasi decisione sulla ripresa dei combattimenti dipendeva da Donald Trump, confermando il peso determinante dell’amministrazione americana nella gestione della crisi.
Il quadro resta estremamente delicato. Israele mantiene aperta l’opzione militare contro l’Iran, mentre Washington punta a evitare una nuova offensiva prima dell’appuntamento elettorale del 3 novembre. Il rischio di un ritorno ai bombardamenti, secondo le indiscrezioni raccolte dal Financial Times, non può tuttavia essere escluso.


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