Esiste una Inter prima di Simone Inzaghi e una dopo di Simone Inzaghi. E il risultato è identico: un disastro. Questa sera, in Champions League, una vera e propria figuraccia, con la sconfitta per 3-4 contro il Club Bruges. Addirittura quattro reti subite, in casa, da una squadra ampiamente alla portata dei nerazzurri, che al contrario sono sempre stati costretti a rincorrere. A Tresoldi risponde Lautaro: tripletta per il primo, doppietta per il secondo, prima delle reti finali di Vermant e Bonny. Inter sempre sotto, a un certo punto fino all’1-3. Umiliante per una squadra che due anni e mezzo fa giocava la sua seconda finale di Champions in tre anni. Con chi? Con Simone Inzaghi.
Per comprendere fino in fondo la portata del lavoro svolto da Simone Inzaghi all’Inter basta guardare i numeri. Non le opinioni, non le simpatie personali, non le critiche che hanno accompagnato il tecnico piacentino durante la sua esperienza nerazzurra. Bastano i risultati europei. In quattro stagioni sulla panchina dell’Inter, dal 2021 al 2025, Inzaghi ha sempre portato la squadra almeno agli ottavi di finale di Champions League, raggiungendo due finali in appena tre anni. Un rendimento straordinario, soprattutto se confrontato con ciò che era accaduto nel decennio precedente e con quanto si è verificato dopo il suo addio.
Il bilancio è impressionante: ottavi di finale nel 2021-2022, finale nel 2022-2023, ottavi di finale nel 2023-2024 e ancora finale nel 2024-2025. Quattro partecipazioni, quattro accessi alla fase a eliminazione diretta, due volte a un passo dal tetto d’Europa. E, soprattutto, una costante capacità di competere contro alcune delle squadre più forti e ricche del continente. Con Inzaghi l’Inter aveva recuperato una dimensione internazionale che sembrava perduta, tornando a essere una formazione rispettata e temuta dalle grandi potenze europee.
Dal Liverpool al Manchester City: un’Inter capace di giocarsela con le grandi d’Europa
Già nella prima stagione, quella del 2021-2022, Inzaghi interruppe il digiuno di ottavi di finale. L’Inter superò finalmente il girone e trovò sulla propria strada il Liverpool di Jurgen Klopp, una delle formazioni più forti del mondo, destinata a raggiungere la finale di quella stessa edizione. I nerazzurri persero 2-0 a San Siro, ma andarono ad Anfield a vincere 1-0 con un gol di Lautaro Martinez. Non bastò per qualificarsi, ma fu una dimostrazione di personalità: l’Inter era tornata a competere ad altissimo livello.
L’anno successivo arrivò il capolavoro. Nella Champions League 2022-2023, l’Inter affrontò un girone complicatissimo con Bayern Monaco, Barcellona e Viktoria Plzen. Superò il Barcellona nella corsa alla qualificazione e cominciò una cavalcata straordinaria, eliminando Porto, Benfica e Milan. Fino alla finale di Istanbul contro il Manchester City di Pep Guardiola, una corazzata che avrebbe conquistato il Triplete. Il City vinse 1-0 grazie a Rodri, ma l’Inter rimase in partita fino agli ultimi istanti, costruendo occasioni per pareggiare e dimostrando di potersela giocare persino contro quella che era considerata la squadra più forte del pianeta.
Quella finale rappresentò molto più di un semplice secondo posto. Fu la consacrazione internazionale di Simone Inzaghi, l’allenatore che aveva trasformato una squadra reduce da anni di delusioni europee in una protagonista assoluta della Champions League.
Atletico Madrid, poi un’altra finale: l’Inter di Inzaghi era diventata una potenza europea
Nel 2023-2024, mentre dominava il campionato italiano conquistando lo Scudetto della seconda stella, l’Inter superò nuovamente la fase a gironi della Champions. Agli ottavi arrivò l’Atletico Madrid di Diego Simeone, un’altra formazione di primissimo livello internazionale. I nerazzurri vinsero 1-0 all’andata, sfiorarono la qualificazione al ritorno e si arresero soltanto ai calci di rigore, dopo i supplementari. Un’eliminazione amarissima, maturata sul filo dell’equilibrio, contro un avversario di grande esperienza europea.
Poi il 2024-2025, l’ultima stagione di Inzaghi. E ancora una volta una straordinaria avventura continentale. L’Inter eliminò Feyenoord, Bayern Monaco e Barcellona, regalando ai propri tifosi serate indimenticabili. In particolare, la semifinale contro i catalani rimarrà una delle pagine più emozionanti della storia recente della Champions: un incredibile 3-3 in Spagna, poi il 4-3 di San Siro dopo i supplementari, con la rimonta nerazzurra e il gol decisivo di Frattesi.
La finale di Monaco contro il Paris Saint-Germain fu invece una durissima sconfitta, un 5-0 senza attenuanti contro una squadra nettamente superiore in quella serata. Un risultato pesantissimo, impossibile da minimizzare. Ma che non cancella il significato del percorso: per la seconda volta in tre anni l’Inter di Simone Inzaghi era arrivata all’ultimo atto della Champions League, dopo aver superato alcune delle avversarie più prestigiose del calcio mondiale.
E questo è il punto che troppo spesso viene dimenticato. Si può criticare una finale persa, anche in maniera così pesante. Ma per perdere due finali bisogna prima essere capaci di raggiungerle. E Inzaghi ci era riuscito due volte, riportando l’Inter in una dimensione europea che il club non conosceva più dai tempi delle grandi imprese del passato.
Prima di Inzaghi, dieci anni di delusioni europee: tre eliminazioni consecutive ai gironi
Il confronto con il periodo precedente è impietoso. Dopo gli ottavi di finale della stagione 2011-2012, l’Inter rimase per anni lontana dalla fase decisiva della Champions League. Per diverse stagioni non partecipò neppure alla competizione e, quando finalmente tornò, collezionò tre eliminazioni consecutive nella fase a gironi.
Nel 2018-2019, nel 2019-2020 e nel 2020-2021 i nerazzurri non superarono mai il primo turno. Nonostante rose importanti, investimenti considerevoli e ambizioni elevate, l’Inter non riusciva a ritagliarsi uno spazio stabile tra le migliori sedici squadre d’Europa. Arrivarono risultati deludenti anche contro avversarie decisamente meno blasonate, come il pareggio casalingo contro lo Slavia Praga nel 2019 e i due pareggi senza reti contro lo Shakhtar Donetsk nel 2020, determinanti per il fallimento europeo di quella stagione.
È proprio in questo contesto che bisogna collocare il lavoro di Inzaghi. Il tecnico non aveva semplicemente ereditato una squadra abituata a raggiungere le fasi finali della Champions. Al contrario, aveva cambiato radicalmente il rendimento europeo dell’Inter, trasformando gli ottavi di finale da traguardo irraggiungibile ad appuntamento abituale e le finali da sogno remoto a obiettivo concreto.
Dopo Inzaghi, il ritorno degli incubi: prima il Bodo/Glimt, adesso il Bruges
Ancora più significativo è ciò che è successo dopo la sua partenza. Nella stagione 2025-2026, la prima senza Inzaghi, l’Inter non è riuscita neppure a raggiungere gli ottavi di finale. Dopo aver concluso la fase campionato al decimo posto, i nerazzurri sono stati eliminati nei playoff dal Bodo/Glimt, formazione norvegese capace di vincere entrambe le partite: 3-1 in casa e 2-1 addirittura a San Siro. Due sconfitte, cinque gol subiti e un’eliminazione che ha riportato alla memoria le peggiori serate europee del periodo precedente all’arrivo del tecnico piacentino.
Una squadra che pochi mesi prima aveva eliminato Bayern Monaco e Barcellona per raggiungere la finale della Champions League si ritrovava improvvisamente fuori dalla competizione per mano di un club norvegese. Certamente una formazione organizzata e competitiva, ma con una storia, un prestigio e risorse economiche incomparabili rispetto a quelli dell’Inter.
E adesso la nuova batosta contro il Club Bruges. Un’altra avversaria alla portata, un’altra sconfitta casalinga, un’altra serata europea da dimenticare. Quattro gol subiti a San Siro e la sensazione di una squadra che ha smarrito quelle certezze, quella solidità e soprattutto quella personalità internazionale che avevano contraddistinto il quadriennio di Inzaghi.
Simone Inzaghi, altro che fallimento: i risultati raccontano una storia completamente diversa
La differenza è tutta qui. Con Inzaghi, l’Inter veniva eliminata dal Liverpool, dal Manchester City, dall’Atletico Madrid e dal Paris Saint-Germain. Quattro avversarie di assoluto prestigio internazionale, tra le più forti del calcio europeo. Contro il Liverpool i nerazzurri riuscirono persino a vincere ad Anfield. Contro il Manchester City si giocarono la Champions fino agli ultimi minuti. Contro l’Atletico Madrid uscirono soltanto ai rigori. L’unica vera disfatta fu quella contro il PSG, arrivata però al termine di un cammino che aveva portato l’Inter fino alla finale.
Senza Inzaghi, invece, sono tornate le eliminazioni premature e le sconfitte contro avversarie sulla carta inferiori. Il Bodo/Glimt ha già rappresentato una delle delusioni più amare della storia europea recente dell’Inter. Il Bruges, con quattro reti segnate a San Siro, aggiunge un’altra pagina difficilmente digeribile per i tifosi nerazzurri.
Non significa che Simone Inzaghi fosse infallibile. Non lo era, come ogni allenatore. Ha commesso errori, perso partite importanti e soprattutto mancato l’appuntamento con quella Champions League che avrebbe rappresentato la consacrazione definitiva. Ma i suoi quattro anni europei all’Inter meritano di essere giudicati per ciò che sono stati: un periodo eccezionale, di gran lunga superiore a quanto visto nel decennio precedente e nel primo anno successivo alla sua partenza.
Perché costruire una squadra capace di superare regolarmente la prima fase, eliminare le grandi d’Europa e raggiungere due finali in tre stagioni non è un risultato normale. È un’impresa sportiva. E la facilità con cui quei traguardi sembravano essere diventati abituali aveva forse portato qualcuno a sottovalutarne la portata.
Inter, quanto ti manca Inzaghi? La Champions ha già dato la sua risposta
Il paradosso è proprio questo. Durante i suoi anni all’Inter, Simone Inzaghi è stato spesso criticato anche quando raggiungeva risultati straordinari. Si discuteva delle sostituzioni, delle scelte tattiche, degli episodi decisivi, delle finali perse. Come se arrivare tra le prime due squadre d’Europa fosse qualcosa di scontato per una società che, prima del suo arrivo, non riusciva neppure a qualificarsi agli ottavi di finale.
Oggi, alla luce dei risultati successivi, quelle critiche assumono una prospettiva completamente diversa. Perché Inzaghi non aveva semplicemente allenato bene l’Inter: aveva alzato enormemente il livello delle sue ambizioni e del suo rendimento internazionale. Aveva restituito ai nerazzurri una credibilità europea che mancava da troppo tempo.
La Champions League è la competizione più difficile, quella in cui ogni errore si paga e in cui non basta avere grandi giocatori per arrivare lontano. Servono organizzazione, personalità, continuità, esperienza e capacità di affrontare avversari di livello mondiale. Tutte caratteristiche che l’Inter aveva sviluppato sotto la guida di Inzaghi e che oggi fatica a ritrovare.
La sconfitta contro il Bruges non determina da sola il destino di questa stagione europea. C’è ancora tempo per reagire. Ma il confronto con il passato è già sufficiente per una riflessione molto profonda. Prima di Simone Inzaghi l’Inter non superava i gironi. Con Simone Inzaghi arrivava due volte in finale. Dopo Simone Inzaghi è tornata a fermarsi prima degli ottavi e a collezionare sconfitte umilianti.
E allora viene spontanea una domanda, soprattutto a chi per quattro anni ha criticato sistematicamente l’allenatore piacentino: ma quanto manca Simone Inzaghi a questa Inter? Perché le due finali di Champions League in tre anni, evidentemente, non erano affatto una normalità. Erano un capolavoro.


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