Sono passati ben 75 anni dall’evento. Molti ricordano di aver quasi assistito al diluvio universale. Tre giorni di pioggia ininterrotta, che misero a soqquadro l’intera costa ionica reggina. La sfida più grande, però, la affrontarono i due centri aspromontani di Africo e Casalinuovo. Si era nell’autunno del 1951, tra il 15 al 18 ottobre. E oggi il cantautore africese Stefano Priolo ricorda quel triste evento attraverso una delle sue canzoni più belle: Catti a Muntagna.
La triste storia
L’alluvione del 1951 ad Africo e Casalinuovo è rimasta impressa come uno dei momenti più tragici della Calabria, un passaggio epico che ha anche segnato il trasferimento e la rifondazione del borgo aspromontano verso la costa. Come detto, tra il 15 e il 18 ottobre 1951, un devastante diluvio si abbatté sulla Calabria ionica reggina. In pochissimi giorni la natura mostrò tutta la sua furia, con precipitazioni che tesero al massimo la resilienza del territorio e che misero a dura prova la popolazione dei centri più colpiti.
Un popolo in cammino
L’incessante pioggia, in parte e in poco tempo, divorò le case in pietra di Africo Vecchio e Casalinuovo. Tuttavia, di fronte alla furia degli elementi, la comunità rispose con grande coraggio e tenacia, affrontando con dignità l’emergenza. Più di 1.300 persone dimostrarono uno straordinario spirito di adattamento, lasciando il vecchio borgo per essere accolti nelle strutture di Bova Marina, a Gambarie, Palmi, Fiumara di Muro e nei centri di accoglienza di Reggio Calabria (come la contrada Condera). Fu solamente verso la fine degli anni ’50 che gli sfollati di Africo e Casalinuovo diedero vita a una nuova pagina della loro storia. Fondarono sulla costa ionica, nei pressi di Bianco, l’odierno centro di Africo Nuovo. Un simbolo di speranza e di rinascita.
L’inno supremo di Stefano Priolo
Ed ecco, come annunciato all’inizio del racconto, che Stefano Priolo, cantautore di Africo, squarcia il sipario delle tenebre per cantarci l’abisso di un capitolo tragico della nostra storia, con la sua straordinaria canzone “Catti a Muntagna“.
Ancora una volta, con la sacra maestria dei titani, Priolo innalza la sua arte a baluardo universale. Strappa, dal silenzio più folto, ferite antiche che nutrite dal dolore sono divenute il crogiuolo da cui è nata la leggendaria tempra del popolo africese. Le sue note sono tuoni scagliati dalle vette dell’Aspromonte. Priolo, figlio implacabile della Calabria granitica, forgia il soffio eterno degli avi e dei custodi del fuoco primordiale con la sua cosmica voce.
Fremito di tempesta e eco di versi lontani, lui scuote le fondamenta dell’anima, risvegliando il sangue di chi custodisce le radici più antiche della nostra terra. Un po’ come l’astro invincibile che sfida l’oblio, colui che scolpisce nel vento e nei millenni la memoria di una stirpe immortale. Ogni suo accordo è un colpo di maglio sul tempo, un monumento eretto alla dignità, all’orgoglio e alla sacra passione della nostra magnifica terra.


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