Elezioni Israele, il voto che smentisce la propaganda: Netanyahu può perdere, ma su Iran e Gaza non cambierà la linea

Domani Israele torna alle urne in piena guerra e il premier uscente non ha affatto la vittoria in tasca. I sondaggi fotografano una forte incertezza sul vincitore, con l'opposizione in corsa per il governo. Ma sulle minacce di Iran e Hamas esiste una convergenza che va ben oltre Netanyahu. Elementi che, se mai ce ne fosse ancora bisogno, smentiscono ogni bufala su una fantomatica dittatura

Israele torna alle urne e Benjamin Netanyahu rischia seriamente di perdere il potere. È questo il dato politico più importante delle elezioni legislative di domani, martedì 27 ottobre, quando milioni di cittadini israeliani saranno chiamati a eleggere i 120 deputati della ventiseiesima Knesset. Un appuntamento storico, il primo dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e tre anni di guerre che hanno sconvolto gli equilibri del Medio Oriente. E soprattutto un voto dall’esito tutt’altro che scontato, con i sondaggi che descrivono una competizione apertissima e una possibile sconfitta del premier che governa il Paese dal dicembre 2022.

Il dato è significativo anche per un’altra ragione. Mentre nel dibattito internazionale si continua a descrivere Netanyahu come il principale responsabile della politica militare israeliana, i programmi e le posizioni dei suoi maggiori avversari dimostrano che, almeno sulle grandi questioni della sicurezza nazionale, le differenze sono meno profonde di quanto si potrebbe immaginare. Iran, Hamas e sicurezza di Israele sono questioni che attraversano gli schieramenti politici. Un eventuale cambio di governo potrebbe modificare toni diplomatici, alleanze e metodi, ma non cancellerebbe la percezione delle minacce che accomuna una parte molto ampia della politica israeliana.

Elezioni Israele 2026, i sondaggi: Netanyahu e opposizione in perfetta parità

La fotografia delle intenzioni di voto racconta un Paese profondamente diviso. Una delle aggregazioni più recenti dei sondaggi assegna 53 seggi alla coalizione di Netanyahu, composta dal Likud, dai partiti ultraortodossi e dalle formazioni della destra religiosa e nazionalista. Dall’altra parte, le principali forze dell’opposizione non araba raccolgono complessivamente 53 seggi, mentre ai partiti arabi vengono attribuiti i restanti 14.

Il Parlamento israeliano conta 120 deputati e la maggioranza necessaria per governare è fissata a 61 seggi. Nessuno dei due schieramenti principali raggiungerebbe quindi autonomamente la soglia necessaria per formare un esecutivo. Le diverse rilevazioni presentano oscillazioni anche significative, ma convergono su un elemento: la riconferma di Netanyahu non è affatto garantita.

Il Likud, che nel 2022 aveva conquistato 32 seggi, viene ora collocato da alcune proiezioni intorno a quota 23. Una perdita considerevole di consensi che potrebbe compromettere la possibilità del premier uscente di costruire una nuova maggioranza parlamentare.

A rendere il risultato ancora più incerto è il sistema elettorale proporzionale, che prevede una soglia di sbarramento del 3,25%. Basteranno pochi decimi di punto per determinare l’ingresso o l’esclusione dei partiti minori e, di conseguenza, modificare gli equilibri tra i blocchi. Non è escluso che dalle urne emerga un Parlamento senza una maggioranza immediatamente praticabile, aprendo la strada a lunghi negoziati, a un governo di unità nazionale o persino a nuove elezioni.

Chi può battere Netanyahu: Eisenkot, Bennett e la nuova opposizione israeliana

Il principale rivale di Netanyahu è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano e fondatore nel 2025 di Yashar, formazione centrista che rivendica l’identità ebraica e democratica dello Stato di Israele. Il suo partito compete direttamente con il Likud per il primo posto nei sondaggi.

La sua figura è particolarmente significativa perché dimostra come l’alternativa a Netanyahu non coincida necessariamente con una svolta pacifista o con un ridimensionamento delle politiche di sicurezza. Eisenkot proviene dai vertici militari israeliani, conosce direttamente le minacce regionali e ha fatto della responsabilità istituzionale uno dei temi centrali della campagna elettorale.

Un altro protagonista è Naftali Bennett, ex primo ministro che guida l’alleanza centrista e di centrodestra Beyachad insieme a Yair Lapid. Anche Bennett ha una storia politica fortemente radicata nelle posizioni nazionali e di sicurezza israeliane. A completare il fronte dell’opposizione ci sono Avigdor Lieberman, leader della destra laica di Yisrael Beytenu, e Yair Golan, alla guida dei Democratici, formazione nata dall’unione tra laburisti e Meretz.

Questi ultimi rappresentano una posizione più favorevole alla soluzione dei due Stati, mentre Eisenkot, Bennett e Lieberman esprimono orientamenti differenti ma generalmente rigorosi sulla sicurezza. Il risultato è un’opposizione eterogenea, unita soprattutto dall’obiettivo di sostituire Netanyahu, ma non necessariamente da un programma condiviso su ogni questione.

Iran, Hamas e Gaza: perché anche senza Netanyahu la sicurezza resterebbe una priorità

È probabilmente il punto più importante per comprendere il significato internazionale del voto. Una sconfitta elettorale di Netanyahu non comporterebbe automaticamente un cambiamento radicale della politica israeliana nei confronti dell’Iran e di Hamas. La ragione è semplice: la percezione di queste minacce non appartiene esclusivamente al Likud o alla destra religiosa, ma è radicata anche in una parte considerevole dell’opposizione.

L’Iran rappresenta una minaccia strategica per Israele per il suo programma nucleare, per le capacità militari e per il sostegno fornito a organizzazioni armate ostili allo Stato ebraico. Il regime di Teheran sostiene gruppi come Hamas e Hezbollah, che hanno combattuto contro Israele e che hanno rappresentato strumenti fondamentali della sua influenza regionale.

Per la leadership israeliana, indipendentemente dal colore politico del governo, impedire che l’Iran acquisisca capacità nucleari militari e contenere le organizzazioni armate sostenute da Teheran rappresentano obiettivi centrali della sicurezza nazionale. Anche i principali esponenti centristi e di centrodestra dell’opposizione considerano Hamas una minaccia grave, soprattutto dopo il massacro del 7 ottobre 2023.

È quindi fuorviante rappresentare l’intera contrapposizione regionale come una battaglia personale di Netanyahu. Il conflitto con il regime iraniano e con Hamas precede l’attuale governo e difficilmente scomparirebbe con la sua uscita di scena. La stessa opposizione israeliana, pur contestando molte decisioni del premier, non propone semplicemente di rinunciare alla difesa militare del Paese.

Questo non significa, tuttavia, che tutte le scelte militari e territoriali siano condivise. Su Gaza, Cisgiordania, insediamenti e prospettive di uno Stato palestinese esistono differenze politiche concrete. La formazione dei Democratici sostiene la soluzione dei due Stati, mentre le componenti più nazionaliste della destra assumono posizioni nettamente contrarie. Un nuovo governo potrebbe inoltre adottare modalità operative e diplomatiche diverse, anche mantenendo ferma l’opposizione ad Hamas e all’Iran.

La distinzione fondamentale è quella tra Hamas, organizzazione terroristica responsabile di attacchi contro civili israeliani, e la popolazione palestinese, che non può essere identificata con il gruppo armato. La necessità di difendere Israele da minacce reali non elimina gli obblighi di protezione dei civili né le responsabilità da accertare per le operazioni militari. Allo stesso modo, riconoscere le sofferenze della popolazione palestinese non significa ignorare gli obiettivi e le attività delle organizzazioni armate sostenute dall’Iran.

Israele è una dittatura? Le elezioni e Netanyahu a rischio sconfitta raccontano un’altra realtà

C’è poi una narrazione che le elezioni israeliane mettono fortemente in discussione: quella secondo cui Israele sarebbe una dittatura governata da Netanyahu. Domani, nel pieno di una situazione di sicurezza eccezionale (sarebbe facile annullare le elezioni in tempo di guerra) e dopo anni di conflitti, i cittadini israeliani potranno recarsi alle urne per decidere se confermare il premier o affidare il governo ai suoi avversari.

Il voto si svolge alla conclusione del mandato quadriennale della Knesset. Si tratta della sesta consultazione legislativa dall’aprile 2019, un dato che riflette la forte frammentazione politica e le difficoltà di costruire maggioranze stabili, ma anche la possibilità concreta di rimettere ripetutamente in discussione la guida del Paese attraverso le urne.

Netanyahu non è un leader che si presenta senza avversari, senza un’opposizione organizzata o con una vittoria elettorale predeterminata. Al contrario, deve affrontare rivali competitivi, partiti capaci di ottenere consensi significativi e una prospettiva reale di perdere il potere. È difficile conciliare questi elementi con l’immagine di una dittatura personale in cui il risultato politico sarebbe deciso anticipatamente: sarebbe il primo dittatore a controllare le elezioni e rischiare di perderle.

Israele è una democrazia parlamentare multipartitica. I cittadini eleggono con sistema proporzionale i 120 componenti della Knesset, mentre il governo nasce dalla capacità dei partiti di costruire una maggioranza parlamentare. Il presidente della Repubblica svolge principalmente funzioni istituzionali e rappresentative, mentre la struttura dello Stato è regolata da una serie di Leggi fondamentali, in assenza di una costituzione organica scritta.

Secondo il Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit, Israele rientra nella categoria delle democrazie imperfette, e non in quella dei regimi autoritari. La classificazione non cancella le criticità del sistema: negli ultimi anni sono emerse tensioni sulla separazione dei poteri, sull’indipendenza della magistratura e sulla qualità del funzionamento democratico. Ma queste criticità non equivalgono automaticamente all’assenza di democrazia.

Le elezioni regolari rappresentano dunque una smentita dell’idea di una dittatura personale di Netanyahu, pur non essendo da sole sufficienti a risolvere ogni controversia sul rispetto dei diritti e sullo Stato di diritto. Si può contestare duramente il governo israeliano e le sue politiche senza negare l’esistenza di una competizione elettorale autentica.

Gaza e Cisgiordania, perché la questione palestinese non si esaurisce con Netanyahu

Un altro aspetto cruciale riguarda il rapporto tra Israele e palestinesi. Nel dibattito internazionale il conflitto viene spesso associato quasi esclusivamente alla figura di Netanyahu, come se un semplice avvicendamento alla guida del governo potesse eliminare le ragioni dello scontro.

La realtà politica israeliana è più complessa. La minaccia rappresentata da Hamas e il confronto strategico con l’Iran sono percepiti come problemi nazionali da numerose forze politiche. Eisenkot, Bennett e Lieberman, pur essendo avversari del premier, non sostengono una linea di disimpegno dalla sicurezza militare dello Stato ebraico.

Per questo una eventuale sconfitta di Netanyahu non dovrebbe essere interpretata automaticamente come la fine delle operazioni contro Hamas o dell’impegno israeliano a contrastare le ambizioni militari iraniane. L’obiettivo di impedire nuovi attacchi contro la popolazione israeliana rimarrebbe centrale anche per una parte importante delle alternative di governo.

Al tempo stesso, il conflitto israelo-palestinese comprende questioni che vanno oltre la lotta al terrorismo: il futuro di Gaza, la condizione dei civili, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, i diritti dei palestinesi e la possibilità di una soluzione politica. Su questi temi l’opposizione non è affatto omogenea e alcune sue componenti propongono indirizzi differenti da quelli della destra nazionalista.

Attribuire ogni aspetto del conflitto alla sola volontà di Netanyahu sarebbe quindi una semplificazione. Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che qualsiasi azione israeliana sia necessariamente giustificata dalla lotta contro l’Iran e Hamas. La difesa contro organizzazioni terroristiche e il rispetto del diritto internazionale costituiscono due questioni distinte che devono essere valutate entrambe.

Il 7 ottobre, la giustizia e la leva militare: su cosa si gioca davvero il voto

Se sulla necessità di contrastare le principali minacce esterne esistono convergenze, le divisioni diventano profonde quando il dibattito si sposta sulla gestione interna dello Stato israeliano.

Il primo grande tema è la responsabilità per il 7 ottobre 2023. L’opposizione chiede una commissione statale d’inchiesta presieduta da un giudice della Corte Suprema per accertare le responsabilità istituzionali e militari dell’attacco di Hamas. Netanyahu ha invece contrastato questa soluzione, attribuendo responsabilità anche ai vertici degli apparati di sicurezza e dell’esercito.

Eisenkot ha inserito la commissione d’inchiesta al centro del proprio programma politico. Una vicenda che lo riguarda anche personalmente, avendo perso un figlio, soldato, durante la guerra a Gaza.

Il secondo tema è quello del servizio militare obbligatorio per gli ultraortodossi. Le esenzioni concesse agli Haredi sono contestate da una larga parte della società israeliana, soprattutto in un periodo nel quale il peso della mobilitazione militare grava su numerose famiglie. La questione ha provocato ripetute crisi nella coalizione di governo e contribuito a logorare i rapporti tra Netanyahu e i suoi alleati religiosi.

Il terzo nodo è la riforma della giustizia, insieme al processo per corruzione che coinvolge Netanyahu. Le proteste contro il progetto di riforma giudiziaria hanno attraversato il Paese e continuano a influenzare il confronto tra maggioranza e opposizione.

Sono soprattutto questi i terreni sui quali un eventuale governo alternativo potrebbe imprimere un cambiamento importante: il rapporto tra politica e magistratura, la distribuzione degli obblighi militari, la trasparenza sulle responsabilità del 7 ottobre e il funzionamento delle istituzioni democratiche.