Da Scilla e Cariddi alla storica firma nello Stretto: dopo secoli il mare del mito diventa simbolo dell’unione tra Messina e Reggio Calabria

Domani i sindaci si incontreranno a bordo della nave Elio per sottoscrivere un documento comune verso la costituzione dell'Area integrata dello Stretto. Proprio in quelle acque che Omero raccontava come il regno dei mostri Scilla e Cariddi, le due città proveranno a costruire un futuro condiviso

C’è un tratto di mare, nel cuore del Mediterraneo, che da quasi tremila anni alimenta racconti, leggende e interrogativi. È lo Stretto di Messina, il luogo in cui le acque del Tirreno incontrano quelle dello Ionio, dove le coste della Calabria e della Sicilia si avvicinano fino a sembrare quasi toccarsi e dove la mitologia greca collocò due delle creature più temute dell’antichità: Scilla e Cariddi. Domani, venerdì 16 ottobre 2026, quelle stesse acque saranno lo scenario di un appuntamento istituzionale dal significato particolare. I sindaci Francesco Cannizzaro e Federico Basile, insieme alle rispettive amministrazioni comunali, si ritroveranno a bordo della nave Elio di  Caronte & Tourist per compiere un nuovo passo verso la costituzione dell’Area integrata dello Stretto.

La scelta del luogo non è soltanto suggestiva. Nel mare che la letteratura antica ha rappresentato come uno spazio pieno di insidie, Messina e Reggio Calabria intendono sottoscrivere un documento comune per avviare una collaborazione istituzionale più strutturata. Per secoli, lo Stretto è stato raccontato attraverso l’immagine di due mostri contrapposti, posti a guardia di un passaggio marittimo difficile. Oggi, invece, l’obiettivo politico delle due amministrazioni è valorizzare ciò che unisce le rispettive comunità, nonostante la separazione geografica e amministrativa. Da luogo leggendario di pericolo e divisione a simbolo di cooperazione tra due città: è questa la chiave culturale attraverso la quale leggere l’appuntamento di domani. Non perché Scilla e Cariddi abbiano un legame diretto con il progetto istituzionale contemporaneo, ma perché la loro storia racconta quanto profondamente lo Stretto abbia segnato, fin dall’antichità, l’immaginario e l’identità delle popolazioni mediterranee.

La leggenda di Scilla e Cariddi: i due mostri che terrorizzavano i navigatori dell’antichità

Per comprendere il legame tra il mito e la geografia dello Stretto bisogna tornare all’Odissea di Omero, uno dei poemi fondamentali della letteratura greca. Nel dodicesimo libro, Odisseo, conosciuto anche con il nome latino di Ulisse, deve attraversare un tratto di mare dominato da due terribili creature, collocate sui lati opposti di uno stretto passaggio. Da una parte c’è Scilla, un mostro che vive all’interno di una caverna aperta in una rupe altissima. Omero la descrive come una creatura dotata di dodici piedi e sei lunghi colli, ciascuno terminante in una testa con denti disposti su tre file.

La sua voce ricorda il guaito di un cucciolo, ma il suo aspetto e la sua ferocia sono terrificanti. Quando una nave attraversa quelle acque, Scilla può afferrare i marinai e trascinarli verso la propria dimora. Dall’altra parte si trova Cariddi, un mostro associato a un immenso gorgo marino, capace di inghiottire e rigettare le acque del mare tre volte al giorno. Nel racconto omerico, le due creature rappresentano per i naviganti una minaccia dalla quale è quasi impossibile uscire completamente indenni. La maga Circe avverte Ulisse della situazione e gli suggerisce di tenersi vicino alla rupe di Scilla, perché il passaggio accanto a Cariddi potrebbe provocare la distruzione dell’intera nave. L’eroe segue l’indicazione, ma durante l’attraversamento Scilla riesce comunque ad afferrare e divorare sei dei suoi compagni. Il racconto è uno degli episodi più drammatici dell’Odissea e ha contribuito a rendere lo Stretto di Messina uno dei luoghi più celebri della geografia mitologica del Mediterraneo.

Il significato dell’espressione “tra Scilla e Cariddi”: scegliere tra due pericoli

Dal mito nasce anche una delle immagini più conosciute della cultura europea: trovarsi tra Scilla e Cariddi. L’espressione indica una situazione nella quale si è costretti a scegliere tra due rischi o due alternative entrambe difficili. È proprio ciò che accade a Ulisse, chiamato a decidere quale pericolo affrontare per cercare di salvare la nave e il maggior numero possibile di compagni. La vicenda non descrive soltanto una difficoltà geografica, ma è diventata nel tempo una rappresentazione simbolica delle scelte umane, dei limiti del controllo e della necessità di prendere decisioni anche in condizioni avverse. Accostare questo mito all’Area integrata dello Stretto consente di costruire un parallelismo suggestivo, purché lo si consideri per quello che è: un’interpretazione culturale, non una spiegazione storica delle scelte amministrative. Nell’Odissea, le due sponde rappresentano i luoghi di due minacce differenti. Nel progetto contemporaneo, invece, le due città cercano di individuare un percorso comune attraverso il confronto istituzionale. Il significato della firma di domani non sarà quello di cancellare la separazione fisica tra Calabria e Sicilia, ma di affrontare con strumenti condivisi le difficoltà che possono derivare dalla presenza di confini amministrativi differenti.

Scilla era una bellissima ninfa: la trasformazione raccontata da Ovidio

Il mito di Scilla non si esaurisce nella descrizione del mostro contenuta nell’Odissea. Nelle tradizioni successive, infatti, la creatura viene collegata a una vicenda di amore, gelosia e trasformazione. Una delle versioni più conosciute compare nelle Metamorfosi di Ovidio, tra il tredicesimo e il quattordicesimo libro. Secondo questo racconto, Scilla era originariamente una giovane di straordinaria bellezza, amata dal dio marino Glauco.

Glauco, incapace di ottenere il suo amore, si rivolge alla maga Circe per chiederle aiuto. Ma Circe si innamora a sua volta di Glauco e tenta di convincerlo a rinunciare a Scilla. Il rifiuto di Glauco scatena la gelosia della maga, che decide di vendicarsi della rivale. Circe contamina con sostanze magiche le acque nelle quali Scilla è solita immergersi e provoca la sua trasformazione in una creatura mostruosa. La giovane si ritrova così circondata da teste canine feroci, diventando il mostro destinato a terrorizzare i naviganti.

Questa versione del mito attribuisce alla vicenda una dimensione profondamente tragica: Scilla non è soltanto un essere pericoloso, ma anche una figura che subisce una trasformazione provocata dalla gelosia altrui. È importante distinguere le diverse tradizioni. Omero descrive Scilla come un mostro già esistente, mentre Ovidio sviluppa il racconto della sua trasformazione. Le due narrazioni appartengono a momenti e contesti differenti della letteratura antica.

Chi era Cariddi: il mostro che inghiottiva il mare davanti alla Sicilia

Se Scilla rappresentava il pericolo di una creatura capace di catturare i marinai, Cariddi incarnava una minaccia diversa: la forza delle acque che si muovono, si sollevano e formano vortici. Nella tradizione mitologica greca, Cariddi viene descritta anche come figlia di Poseidone, dio del mare, e di Gea, personificazione della Terra. Secondo una delle versioni della leggenda, fu punita da Zeus e trasformata in un mostro marino. La narrazione più celebre rimane però quella di Omero, nella quale Cariddi è associata all’enorme quantità d’acqua che risucchia e restituisce periodicamente. Il fenomeno è descritto come una forza capace di trascinare verso il fondo qualsiasi nave che si trovi nelle vicinanze.

Nell’Odissea, infatti, Circe avverte Ulisse che persino Poseidone non potrebbe salvarlo qualora la sua imbarcazione finisse nel gorgo durante il momento in cui Cariddi inghiotte il mare. L’immagine del mostro è tradizionalmente collegata alla sponda siciliana dello Stretto di Messina, mentre Scilla viene associata alla costa calabrese. La loro contrapposizione geografica è diventata una componente essenziale del racconto, al punto da rendere i due nomi inseparabili nella memoria culturale del Mediterraneo.

Il mistero delle correnti dello Stretto: cosa c’è di scientifico nel mito di Omero?

Dietro il racconto di mostri che afferrano i marinai e inghiottono enormi quantità d’acqua esiste una realtà naturale particolarmente interessante. Lo Stretto di Messina è caratterizzato da un sistema complesso di correnti marine, influenzato dalle differenze di livello e dalle oscillazioni delle acque tra il Mar Tirreno e il Mar Ionio, dalle maree, dalla conformazione dei fondali e dalle condizioni meteorologiche. Le correnti cambiano periodicamente direzione e possono provocare fenomeni di turbolenza e moti vorticosi, particolarmente riconoscibili in determinate zone. Nella tradizione marinara locale si distinguono due movimenti principali: la rema montante, che procede prevalentemente da nord verso sud, e la rema scendente, che segue la direzione opposta.

Non esistono prove che nello Stretto si formino gorghi capaci di inghiottire intere navi nelle modalità descritte da Omero. Il poeta ricorre a una rappresentazione fantastica, mentre i fenomeni fisici reali seguono dinamiche idrodinamiche spiegabili scientificamente. Le condizioni di navigazione dell’antichità, con imbarcazioni e strumenti molto diversi da quelli moderni, contribuivano a rendere particolarmente temuti questi tratti di mare. Il mito può quindi essere letto come una rappresentazione immaginifica delle difficoltà della navigazione antica, senza confondere la dimensione letteraria con la realtà scientifica.

Dal mito greco alle città dello Stretto: Messina e Reggio erano già legate nell’antichità

Il rapporto tra le due sponde non si limita naturalmente alla leggenda. Le storie di Messina, l’antica Zancle, e Reggio Calabria, l’antica Rhegion, sono strettamente legate alla presenza greca nell’Italia meridionale e in Sicilia. Le due città si svilupparono sulle coste di un passaggio marittimo di fondamentale importanza per la navigazione mediterranea. La loro posizione geografica favoriva gli scambi commerciali, i movimenti di persone e la circolazione di culture e tradizioni. Lo Stretto costituiva un corridoio naturale tra il Mediterraneo occidentale e quello orientale e occupava una posizione rilevante nelle rotte che collegavano il mondo greco alla penisola italiana. La vicinanza tra le due città emerge anche nella letteratura latina.

Nelle Metamorfosi di Ovidio, durante il racconto di Glauco e Scilla, compaiono riferimenti a Zancle e alle mura di Rhegium, poste sulle due sponde del passaggio marittimo. Un elemento significativo perché dimostra quanto la geografia dello Stretto fosse riconoscibile nell’immaginario degli autori antichi e quanto le due città venissero considerate parte dello stesso scenario mediterraneo. È proprio questa continuità geografica e culturale che permette oggi di leggere il progetto dell’Area integrata non come la creazione di un legame inesistente, ma come il tentativo contemporaneo di organizzare sul piano amministrativo relazioni territoriali che hanno radici molto antiche. Naturalmente, l’esistenza di rapporti storici non determina automaticamente la validità o l’efficacia degli attuali strumenti istituzionali. Sono due dimensioni differenti, che tuttavia possono contribuire a comprendere il contesto nel quale nasce l’iniziativa politica.