Anno nuovo, solita storia. E’ iniziato il mese di settembre e nei prossimi giorni si torna in classe in tutte le Regioni, giorno più giorno meno: riaprono le scuole. Dopotutto, già da settimane hanno riaperto le aziende e gli uffici, sono iniziati persino i campionati di calcio, quindi che i ragazzi debbano tornare a scuola è quanto di più normale ci si possa aspettare per questo periodo dell’anno. Come i canguri in Australia o la pioggia di Londra. E invece no, nel mondo al contrario della deviata società del terzo millennio, dilaga la psicosi delle scuole chiuse. Stavolta non c’entrano il maltempo e l’allerta meteo, e neanche le festività: il nuovo mantra dei paladini del fancazzismo è il… caldo! Avete presente, quelli che si stracciano le vesti per chiedere ai sindaci di chiudere le scuole quando piove? Ovviamente nel contesto delle scuole chiuse d’estate, a Natale, a Pasqua, a Carnevale e nei vari ponti festivi dell’anno? Vuoi far saltare un bel ponte ai prof?
Adesso la nuova moda è il “troppo caldo”: scuole chiuse se fa freddo, scuole chiuse se piove, e anche scuole chiuse se fa caldo! A questo punto aboliamo le scuole!
Il caso di Reggio Calabria
In Calabria la campanella sarebbe dovuta suonare ovunque martedì 15 settembre. Un rientro già ampiamente comodo rispetto agli standard europei, ma evidentemente non abbastanza per la burocrazia nostrana. Nel comune di Reggio Calabria, il neo sindaco Cannizzaro ha deciso di firmare la prima ordinanza della sua sindacatura rispetto alle scuole: apertura slittata a venerdì 18 settembre. Il motivo? La festa patronale. Altri tre giorni di scuola polverizzati con un colpo di penna, che si vanno ad aggiungere al pallottoliere di settimane e settimane perse negli anni passati tra allerte meteo profilattiche, ponti strategici e festività locali. Far rientrare i ragazzi di venerdì per poi ri-chiuderli immediatamente nel weekend è un capolavoro: una finzione pedagogica che persino i ragazzi prendono a ridere. Ma quantomeno bisogna riconoscere al neo Sindaco di averlo comunicato con largo anticipo, oltre due settimane prima, consentendo alle famiglie di organizzarsi.
La psicosi del meteo: ora la scuola si chiude anche se c’è il sole
Non bastava la devozione religiosa a bloccare l’istruzione. La nuova frontiera dell’assenteismo di Stato è la psicosi da caldo. Nonostante si sia ormai a inizio settembre e le previsioni meteo mostrino il normalissimo calo termico previsto già per la prossima settimana, quindi molto prima del ritorno in classe — come avviene puntualmente ogni anno — in questi giorni si sprecano gli appelli di associazioni, genitori e sindacati per un ulteriore posticipo. La tesi è bizzarra: farebbe troppo caldo per studiare. Facciamo due conti. Chiudiamo le scuole se piove troppo (allerta meteo), se nevica, se c’è il santo patrono, a Natale, a Pasqua, a Carnevale e, ovviamente, per tre mesi consecutivi d’estate. Ovviamente d’inverno vanno chiuse anche se fa freddo, perchè non funzionano gli impianti di riscaldamento Se adesso iniziamo a serrarle anche quando c’è il sole perché “si suda”, facciamo prima ad abolire direttamente la pubblica istruzione per decreto!
L’iperprotezione delle “mammine pancine” e il ricatto dell’ozio
Dietro questa costante caccia alla chiusura c’è un mix letale di iperprotezione e pigrizia sistemica. Da un lato il fenomeno delle “mammine pancine“, ansiose di custodire i pargoli sotto la propria gonnellina in un’eterna bolla d’ovatta, terrorizzate che un colpo di calore o tre gocce di pioggia possano minarne la salute. Dall’altro, una fascia di docenti ben felice di accumulare giorni di ferie extra a stipendio garantito. Nel mezzo c’è una società che sembra aver paura di educare. Dopo l’incubo della DAD e gli anni bui della pandemia che hanno già devastato l’apprendimento e la socializzazione delle nuove generazioni, continuare a inventare scuse per non spalancare le aule è un vero e proprio sabotaggio culturale.
Genitori giocolieri e il dramma silenzioso di una generazione senza bussola
Mentre molti spingono per l’ennesimo ponte regalato dal calendario, dal sole cocente o dall’ansia meteo, a pagare il conto reale sono le famiglie. I genitori che lavorano, sprovvisti del dono dell’ubiquità, si ritrovano trasformati in disperati giocolieri logistici, costretti a fare i salti mortali tra incastri impossibili, nonni sfruttati fino allo sfinimento e baby sitter pagate a peso d’oro. Eppure, il disastro organizzativo è solo la punta dell’iceberg. Il vero dramma, ben più silenzioso e letale, è di natura antropologica e si consuma sulla pelle dei ragazzi. La scuola non è un semplice parcheggio o un noioso distributore automatico di nozioni: è la principale palestra di vita, l’ecosistema in cui si impara a stare al mondo. Senza una frequenza costante e rigorosa, le nuove generazioni vengono letteralmente derubate della loro crescita. Le aule vuote si traducono in un abisso di povertà educativa e culturale, in cui i giovani perdono l’allenamento alla socialità, la capacità di confrontarsi, di gestire i conflitti guardandosi negli occhi anziché dietro lo schermo di uno smartphone, e di rapportarsi con il senso del dovere e le regole condivise. Continuare a tenerli a casa per ogni starnuto meteorologico significa allevare individui fragili, isolati nelle loro bolle digitali, privi di spina dorsale e degli strumenti critici per decodificare la realtà. Non stiamo semplicemente crescendo ragazzi che non conoscono la storia o la matematica (già di per sé molto grave); stiamo condannando un’intera generazione a vagare nel mondo reale senza alcuna bussola emotiva e sociale.
Il modello estero e la normalità che fa paura
Mentre nel resto del mondo civilizzato la scuola è un presidio sociale fondamentale aperto quasi tutto l’anno — con moduli estivi e strutture adeguate — in Italia persino la proposta del ministro Valditara di tenere gli istituti aperti d’estate è stata accolta con le barricate. Il messaggio che stiamo passando ai ragazzi è devastante: la formazione è una sciagura da rinviare e lo studio è un fastidio irrilevante. Inoltre, ad ogni buona scusa ci si può assentare dai propri doveri e dalle proprie responsabilità: un insegnamento devastante che poi tradurranno anche nel mondo del lavoro! Un Paese che tratta la scuola come un intralcio alla quotidianità non sta proteggendo i suoi figli: sta solo preparando un futuro di analfabetismo, ignoranza e isolamento.


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