“Anni fa un padre mi chiamò in struttura. Aveva la voce di chi ha già urlato tutte le sue urla e non gliene restano più. Suo figlio, in un momento di grave sofferenza psichica, si iniettava acqua nelle vene, come se cercasse in quel gesto un modo disperato di curarsi da solo, di ritrovare un contatto con un mondo che sentiva svanire. Restai al telefono con lui a lungo, cercando le parole giuste, provando a orientarlo, a fargli sentire che non era solo in quel momento. Poi dovetti dirgli la verità più difficile che abbia mai dovuto pronunciare in questo lavoro: i ricoveri erano bloccati. Non c’era un posto dove portare suo figlio”. Lo afferma in una nota Foti Giuseppe, Educatore psichiatrico di Reggio Calabria.
“Quella frase, “non c’è posto”, mi è rimasta addosso da allora. Non è un ricordo che sbiadisce con gli anni, è piuttosto un peso che si deposita, e che riemerge ogni volta che sento parlare di diritti delle persone fragili in convegni, pergamene, progetti a lungo termine. Perché quella frase non l’ho detta io per cattiveria o per indifferenza. L’ho detta perché era vera, ed è rimasta vera per anni: undici anni in cui, nella città metropolitana di Reggio Calabria, l’ingresso in nuove strutture psichiatriche residenziali è rimasto sostanzialmente bloccato, non per mancanza di bisogno, ma per un accreditamento rimasto fermo troppo a lungo. Quel blocco oggi è stato superato. Ma quello che resta non è un problema risolto, è un danno: undici anni che hanno impoverito un territorio vasto, privandolo di presidi assistenziali importanti, e una rete che oggi fatica a ricostruirsi con la stessa forza di prima. E ancora oggi molti centri diurni legati al sociale comunale vengono pagati ogni tre mesi, come se la continuità della cura potesse convivere con l’incertezza economica di chi la garantisce ogni giorno”.
“C’è una cosa che chi non lavora in questo campo fatica a immaginare: un ricovero bloccato non è solo un letto che manca. È una rete di relazioni di cura che si spezza nel momento esatto in cui servirebbe di più. Bateson lo chiamava pensiero disgiuntivo, la tendenza a separare ciò che invece è unito, e qui succede in modo quasi letterale: l’urgenza di una persona resta da una parte, la risposta del sistema resta bloccata dall’altra, e in mezzo a quella frattura ci sono famiglie che restano sole a reggere un peso che nessuno dovrebbe portare da solo. È una distinzione tecnica che vale la pena fare bene: non parlo dei reparti ospedalieri per l’emergenza acuta, che sono sempre rimasti attivi. Parlo delle comunità terapeutiche e riabilitative, quelle pensate per accompagnare un percorso di cura più lungo, quelle che per undici anni hanno faticato ad accogliere nuovi ingressi. È lì che si è consumato il vuoto in cui è caduta la richiesta di quel padre, ed è lì che oggi si misura il danno lasciato da quegli anni”.
“Questa rete, oggi impoverita da undici anni di blocco, non è nata ieri. Affonda le radici in una storia lunga, che a Reggio Calabria comincia con la chiusura del manicomio cittadino tra il 1986 e il 1990, una battaglia di civiltà che restituì dignità a chi per decenni era stato solo rinchiuso. Da quella battaglia nacquero, negli anni successivi, decine di strutture pensate per accogliere chi non aveva più nessuno, costruite con fatica, competenza clinica accumulata nel tempo, relazioni umane che non si improvvisano. Undici anni di blocco non cancellano quella storia, ma ne intaccano profondamente l’eredità, lasciando un territorio vasto con meno presidi di quanti ne avrebbe avuti bisogno”.
“Reggio e i reggini hanno nel loro DNA l’accoglienza e un’empatia autentica verso chi è più fragile, un tratto che nessun esponente politico di passaggio può insegnarci né tantomeno svilire. In questi stessi giorni, mentre si festeggiava la visita ONU, la nostra città ha ospitato anche comizi elettorali con dichiarazioni discutibili su chi meriti di essere considerato pienamente italiano in base ai propri tratti somatici. Non è questo il senso di accoglienza che questa terra ha coltivato in decenni di storia, e non è a voci di passaggio che dobbiamo guardare per capire chi siamo. Lo capiamo meglio guardando a due uomini che hanno inciso nella carne viva della città un’idea diversa di cura del prossimo: don Italo Calabrò, il sacerdote che dedicò la vita a chi usciva dal manicomio reggino e che i poveri chiamava “i nostri padroni”, e Italo Falcomatà, sindaco della “Primavera di Reggio”, ricordati ancora oggi dai reggini di ogni colore politico e ogni fede come un simbolo di rinascita civile. Mi ripeto volentieri, e con orgoglio, nel citarli: sono loro, non chi passa di qui per un comizio, a dirci cosa questa città sa essere quando sceglie l’umanità invece della paura”.
“Questa settimana Reggio Calabria ha ospitato anche, e questo sì con vero orgoglio, la prima visita in Italia della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, Heba Hagrass. Un momento importante, che merita di essere riconosciuto come tale. Ma mentre si firmavano pergamene e si annunciava un progetto chiamato “Orizzonte 2031”, io continuavo a pensare a quel padre, e a chiedermi se qualcuno, in quelle stanze istituzionali, avesse mai dovuto dire a qualcun altro “non c’è posto”, guardando il silenzio che restava dall’altra parte del telefono. Di abilismo, il pregiudizio culturale che precede ogni barriera fisica, si è parlato pochissimo in questi giorni, rimanendo un punto importante per il diritto di cittadinanza invocato da chi vive una disabilità. Va anche detto che solo il 37% delle scuole calabresi rispetta i criteri di accessibilità, un dato che il Garante regionale ha reso pubblico lui stesso a luglio, ma dopo non ho riscontrato cambiamenti o proposte concrete. E la stessa europarlamentare che ha promosso l’incontro con Hagrass ha ammesso: “ancora troppe barriere, serve un cambio di passo concreto.” Non lo dico io, per attaccare. Lo dice lei, che quella visita l’ha voluta”.
“C’è una frase di Benedetto Saraceno, che ha diretto per quindici anni il Dipartimento di Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che porto con me da tempo: non esistono schizofrenici georgiani, esistono georgiani che casualmente hanno la schizofrenia. La cittadinanza viene prima. È esattamente questo che quel ragazzo, tanti anni fa, e tutti quelli come lui oggi, chiedono, non protezione calata dall’alto, non pietà, ma il diritto di essere considerati persone e cittadini prima ancora che pazienti. L’ho scritto anche in una lettera aperta all’assessora al Welfare Lucia Fio lo scorso luglio, e spero l’abbia letta: gli impegni istituzionali si ripetono a ogni cambio di direzione, di assessorato, di visita internazionale, ma raramente durano oltre l’annuncio che li ha generati. Non basta accendere un riflettore per tre giorni, se poi undici anni di danno restano da riparare su tutto il resto”.
“Non so cosa sia successo a quel ragazzo, negli anni. Non l’ho più sentito, ed è forse la parte più difficile di questo lavoro, restare accanto a qualcuno nel momento del bisogno senza mai sapere come è andata a finire. Ma so che quella telefonata mi ha insegnato una cosa che nessun convegno mi ha mai insegnato: dietro ogni statistica su undici anni di ingressi bloccati c’è una voce al telefono che aspetta una risposta, e dietro ogni pergamena firmata in un palazzo istituzionale, c’è la domanda silenziosa di sapere se qualcuno, davvero, si stia ancora ricordando di quella voce”.


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