In questo momento storico mentre, da una certa parte politica si inneggia ai fasti del governo più longevo della Repubblica, molti giornali si soffermano sulle difficoltà in cui annaspa Giorgia Meloni. Le cose, per quella contraddittorietà che spesso permea la politica, oggi stanno esattamente così. Il presidente del Consiglio è in seria difficoltà. I due problemi che oggi l’angustiano sono la legge elettorale e l’impetuosa presenza di Vannacci nel gioco politico del centrodestra. Meglio della destra. Il generale, non a caso, ha assunto in certi passaggi i gesti e il linguaggio di Mussolini. A chi gli rimprovera certi atteggiamenti risponde “me ne frego”. I sondaggi gli conferiscono un vantaggio sulla Lega e su Forza Italia. Ad entrambi i partiti ha visibilmente sottratto voti, ma io non escludo affatto che, anche se in misura minore, consensi, ne abbia sottratto, o comunque si accinga in futuro a sottrarre, anche al partito della Meloni. Di più. Vannacci, si muove con disinvoltura sui temi presenti sulla stampa e, più in profondità, sul grande tumulto che oggi scuote il mondo.
Alle prossime elezioni politiche, apparendo più determinato e più nuovo di Salvini (non dimentichiamo che il capo della Lega è oggi il personaggio più longevo della politica italiana) e dello stesso Tajani, non mi stupirebbe se riuscisse a smuovere una fetta di italiani in sofferenza, da anni rifugiati nell’astensionismo. Per Meloni si tratterebbe di una sciagura politica di non piccola dimensione che finirebbe nel tempo breve per consumarla. Il fascino che il generale irradia sulla società povera e insoddisfatta si coniugherebbe pericolosamente in forma più accentuata con la modestia della squadra di governo che la Meloni guida.
In verità, a parte certe gratuite asprezze temperamentali, è infatti la sua figura a reggere il peso del governo. In più di un’occasione ha mostrato qualità inaspettate soprattutto fuori d’Italia, dove la conoscenza di alcune lingue straniere e la condizione di giovane donna le hanno talvolta conferito un piglio smagliante, finendo per nascondere le citate insufficienze del suo esecutivo.
Berlusconi e la figura di Gianni Letta
Quando nel 1994 Berlusconi vinse le elezioni, il conflitto di interessi di cui era portatore, il temperamento estroverso e l’avviso di garanzia ricevuto a Napoli dopo pochi mesi di governo lasciavano immaginare un inevitabile cataclisma politico, ma la vicinanza di alcuni uomini di qualità al suo fianco hanno, tutto sommato, impresso ai vari governi del tempo una rotta, tutto sommato, tranquilla. Mi riferisco ad alcuni ministri, a Fedele Confalonieri che non era al governo ma teneva il suo campo d’azione a Milano, a Giuliano Ferrara che nel primo esecutivo, durato pochi mesi, svolse il ruolo di ministro dei rapporti con il parlamento e mi riferisco soprattutto a Gianni Letta che in tutti i governi presieduti da Berlusconi, che ad intermittenza restarono in vita per anni, gli stava accanto per moltissime ore della giornata.
Gianni Letta è un cattolico ed era un democristiano di qualità. Notoriamente non tutti gli appartenenti allo scudo crociato lo erano.
Gianni Letta era stato per anni direttore del quotidiano “Il Tempo”
Gianni Letta era stato per anni direttore del quotidiano “Il Tempo”, un giornale che aveva la sua sede accanto a palazzo Chigi, di cui giornalmente riusciva ad annusare aromi e miasmi. Lui per anni ha inalato con voluttà i primi e ha tentato di attenuare il fetore dei secondi. I suoi modi sono sempre apparsi quelli di gentiluomo sia con gli amici della sua parte politica sia – stavo per scrivere soprattutto – con quelli che, senza darlo molto a vedere, considerava avversari. Costoro nei colloqui privati che spesso si svolgevano, più riservatamente, a largo del Nazareno, avevano sempre la sensazione di trovarsi al centro della sua attenzione. Non si tratta di un elemento secondario nella politica che conta.
Il fatto che Gianni Letta non intese fare mai né il deputato, né il ministro gli conferiva un’aura di distacco aristocratico
Non è un caso che la spocchia di certa sinistra sistematicamente lo salvava dalle critiche feroci che in genere indirizzava all’intero centrodestra e in particolare a Berlusconi. E non deve essere stato neanche un caso se l’unico accordo istituzionale che fu tentato tra i due schieramenti – la famosa Bicamerale di D’Alema – fu organizzato a casa Letta di fronte a certe prelibatezze offerte dalla signora Maddalena, per anni ricordate con soffusa ironia da Francesco Cossiga. Il fatto che Gianni Letta non intese fare mai né il deputato, né il ministro gli conferiva un’aura di distacco aristocratico in un paese che nei giorni di formazione di un governo, chi aveva in mano il potere di decidere subiva veri e propri assalti, diretti e indiretti, alla baionetta.
Per Berlusconi è stata una fortuna averlo per tanti anni accanto
Per Berlusconi è stata una fortuna averlo per tanti anni accanto. Fortuna che Berlusconi di tanto in tanto, comprimendo il proprio ego, riconosceva pubblicamente. Chiudo con una citazione, scovata nella profondità della mia memoria giovanile, quindi non letterale, tratta da un libro di un intellettuale spagnolo di qualche secolo fa, Baltasar Graciàn: “La grande fortuna dei potenti è il tenersi accanto uomini d’ingegno che possono cavarli da ogni impaccio. E’ un genere di dominio del tutto nuovo nell’arte più eletta del vivere e del governare: avere l’abilità di rendere propri servi coloro che la natura aveva fatto superiore agli altri.


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