Una volta si dice “piove, Governo ladro”. Oggi, mentre la gente impazzisce dietro il cambiamento climatico, la stessa esclamazione si fa alla pompa di benzina, davanti al prezzo della benzina. Colpa di Giorgia Meloni, di Palazzo Chigi, della manovra, delle accise. Il solito teorema all’italiana, semplice, immediato, comodo. Il problema si estende dal distributore di quartiere al confine nazionale, poi lo travalica, diventando emergenza globale. E se in Italia oggi il pensiero fisso è “quanto mi costa il pieno“, in altri Paesi del mondo il problema non è più il prezzo, ma se domani ci sarà carburante disponibile.
Perché la benzina costa cara ovunque, oggi? La risposta ha un nome e un luogo geografico ben preciso: Stretto di Hormuz. Lo snodo strategico tra Golfo Persico e Oceano Indiano da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, teatro dal 28 febbraio 2026 di un conflitto durissimo tra Stati Uniti, Israele e Iran, fatto di raid, tregue saltate e nuove escalation, con ripercussioni dirette sui mercati energetici. A metà settembre 2026 la benzina self service in Italia ha sfondato i 2,14 euro al litro e il gasolio 2,29 euro, massimi che non si vedevano dal 2022, cioè dallo scoppio della guerra in Ucraina. E continua a galoppare. Non è un caso italiano, è una crisi mondiale che arriva anche da noi, esattamente come arriva a Parigi, a Berlino o a New York.
Anni ’70: la Guerra Fredda nei bar, oggi l’ignoranza social
Non è la prima volta che il mondo soffre per il petrolio. Durante la crisi petrolifera degli anni ’70, il prezzo del barile passò da 3 a 36-40 dollari: un’esplosione di prezzi molto più drammatica di quella attuale. Ma nessuno, allora, si sognava di dare la colpa al governo italiano di turno. C’era la Guerra Fredda, il rischio di un conflitto nucleare tra USA e URSS, e la gente nei bar, con il caffè in mano, discuteva di geopolitica internazionale, magari con argomenti approssimativi, ma con la consapevolezza che la partita si giocasse altrove, a migliaia di chilometri di distanza, fra i grandi della terra.
Oggi, con Internet, IA e la verità in tasca, l’accesso a qualsiasi fonte di informazione a portata di click, la qualità del dibattito pubblico è paradossalmente peggiorata: sui social si scrivono castronerie, si guarda tutto attraverso la lente del proprio, piccolo, orticello.
Ryanair, i tagli e il delirio provinciale sull’Aeroporto dello Stretto
Lo stesso identico meccanismo mentale si ripete, in scala locale, sulla querelle legata all’Aeroporto dello Stretto “Tito Minniti”. Da mesi si rincorrono presunte speculazioni legate ai voli Ryanair, culminate nelle ultime settimane con la pubblicazione del programma invernale 2026/2027: le rotte internazionali passano da quattro a una sola (resta il collegamento con Barcellona), mentre quelle nazionali salgono da quattro a sette, con il numero complessivo delle destinazioni che rimane stabile a otto e Reggio Calabria che si conferma base Ryanair per due aeromobili.
Ebbene: è esattamente quello che succede, con numeri diversi ma stessa logica, in tutti gli aeroporti italiani. A Lamezia Terme Ryanair sospende diverse rotte internazionali a vocazione turistica (Katowice, Malta, Sofia, Varsavia, Vienna e altre). A Catania Fontanarossa, hub che supera i 10 milioni di passeggeri annui, spariscono dai radar invernali i collegamenti per Creta, Zante, Rodi, Palma di Maiorca e diverse mete balneari. È l’ABC dell’aviazione civile: le compagnie low cost rimodulano l’offerta ogni sei mesi, spostando gli aerei dove il mercato li vuole. In estate vince il turismo estero, in inverno vince la mobilità interna (lavoratori, studenti, motivi sanitari). E il caro-carburante rende ancora meno sostenibili le rotte internazionali meno performanti, accelerando scelte che sarebbero comunque arrivate.
Il reggino medio pensa a Parigi quando il massimo che ha visto è Gambarie
La gente sui social prende parte al dibattito, ma a modo suo. Il vero cruccio del reggino medio non è la crisi energetica globale, non è la guerra in Medio Oriente, non è il collasso del commercio marittimo nello Stretto di Hormuz. È non poter volare a Parigi in dicembre perché gli hanno detto che Ryanair sta scappando dallo Stretto. Parliamo degli stessi che, mentre sognano Parigi a Natale, l’inverno lo passeranno a Gambarie. Come l’anno scorso e come l’anno prima.
Il punto, semmai, dovrebbe essere un altro: un aeroporto che vola verso il milione di passeggeri per il secondo anno consecutivo, con una base Ryanair stabile e un network nazionale rafforzato, non è un aeroporto in crisi. È un aeroporto che, come tutti gli altri scali del pianeta, segue le regole del mercato. Prendersela con Cannizzaro o Occhiuto per la stagionalità delle rotte low cost ha lo stesso livello di sensatezza di prendersela con Palazzo Chigi per il petrolio che sale a causa di una guerra scoppiata a diecimila chilometri da Reggio Calabria. Il provincialismo, in fondo, è proprio questo: pensare che lo “Stretto indispensabile” sia quello di Messina e non quello Hormuz. E pensarlo da Tre Aie.


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