A loro due è rivolto il mio appello artistico: a Papa Leone e al Re d’Inghilterra. Sì, a loro che, con forza e coraggio, si ergono ogni giorno a favore della pace nel mondo e a difesa del nostro pianeta. La Terra sta morendo! E non sono barzellette! Il principio sta morendo! Non lo dico per presunzione, ma in virtù del vero e nelle vesti dell’ultimo degli otto miliardi di spettatori, cronista dei segni e dei presagi del nostro tempo. È stato proprio nell’incombere di questo crepuscolo che ho avvertito l’urgenza di immortalare la possibile tragedia su tela. Il tutto doveva essere racchiuso all’interno di un’opera che fosse al contempo grido e testimonianza; un’opera che ho deciso di battezzare con il nome “La guerra è sempre una sconfitta“, in eterno tributo alle parole del compianto Papa Francesco.
Ai due architetti della “Casa Comune”
Consacrare questa creazione a Papa Leone e a Re Carlo III d’Inghilterra è un atto di dovere, che chiama a raccolta i due grandi custodi della tutela della “Casa Comune“. Il Papa incarna la guida spirituale che ha trasfigurato la crisi ambientale in un imperativo morale e teologico. Attraverso encicliche e profetici richiami alla conversione ecologica, Leone XIV denuncia come la guerra e il collasso climatico scaturiscano dalla medesima “cultura dello scarto”, erigendosi a scudo dei vulnerabili e della sacralità del Creato.
Re Carlo III rappresenta il leader istituzionale che, in oltre mezzo secolo di impavido impegno, impiega la propria autorevolezza per forgiare l’alleanza tra governi ed economie nella transizione ecologica. Attraverso storiche imprese internazionali e la formulazione della “Terra Carta”, il Sovrano guida la decarbonizzazione, la tutela dei mari e la riforestazione planetaria. Questo connubio ideale tra la cura della coscienza e l’azione pragmatica eleva l’opera a manifesto etico globale per la sopravvivenza del genere umano.
Il volere del Pennello
Quando le setole hanno sfiorato la tela, credevo di dar forma a una visione: il destino dell’umanità qualora essa persistesse nel dichiarare guerra a se stessa e al pianeta che la ospita. Ma qui mi sono reso conto che era il pennello a guidare il mio polso, e non il contrario. E questo è stato (forse) il momento più significativo. La Terra oggi si ribella, esalando gli ultimi respiri in una disperata e stentata richiesta di aiuto. Questa crisi non è casuale, ma è il culmine di decenni di abusi inferti all’atmosfera e agli oceani. L’effetto serra, alimentato da CO₂ e metano, ha incendiato l’aria e i mari, spezzando l’armonia globale.
I ghiacciai millenari si dissolvono, le calotte polari cedono e colossali masse d’acqua dolce si riversano negli oceani, alterandone la salinità e arrestando quei “fiumi sottomarini” che da epoche immemori regolano il clima del mondo. Spezzato questo equilibrio termico, il Mediterraneo si surriscalda, l’atmosfera si fa instabile e le tempeste acquisiscono una ferocia devastante. Ogni uragano, ogni alluvione, ogni vento che squarcia la terra è il ruggito di questo sconvolgimento, amplificato dalle guerre fratricide in corso, dalle malattie degenerative, dalle crisi economiche e dallo spettro della sovrappopolazione.
L’urlo del dipinto: “la guerra è sempre una sconfitta”
“La guerra è sempre una sconfitta”. Una verità assoluta, che squarcia il velo del nostro tempo. La guerra, infatti, non è soltanto il sangue versato sui campi di battaglia; è anche il conflitto silenzioso e quotidiano che perpetriamo contro la natura, contro l’altare del clima, contro il futuro dei nostri stessi figli. È un assedio invisibile che rischia di condurci all’annientamento definitivo: la distruzione della nostra casa e di noi stessi, compresi i nostri figli. Infatti, al centro della tela, ho voluto forgiare una Terra ferita, spezzata, squarciata da cicatrici profonde, i cui frammenti volano nel buio del cosmo come schegge di uno specchio infranto.
Non è una fine dettata da una fatalità cosmica, ma dal peso della responsabilità umana. Ogni crepa evoca una scelta scellerata, ogni frattura un conflitto — come l’emblematica figura dell’uomo incatenato nell’oscurità —, ogni segno è il sigillo dell’avidità, della violenza e dell’indifferenza. A dominare il mondo si erge una monumentale lampadina, totem dell’intelletto umano. Siamo la specie capace di squarciare le tenebre dell’universo con la luce della conoscenza, eppure quella stessa luce si tramuta in un fuoco distruttore quando recide il suo legame con la coscienza morale. L’ho dipinta ambigua, titanica e minacciosa, perché il progresso privo di etica non redime: accelera soltanto la caduta nell’abisso.
Il calore che cinge e incendia il pianeta richiama l’effetto serra, ma simboleggia anzitutto la febbre morale che devasta l’umanità. Incendi, esplosioni, cataclismi e rovine non sono semplici eventi fisici, ma lo specchio fedele di un disequilibrio interiore. La crisi climatica si rivela così per ciò che è veramente: il sintomo di una crisi profonda della coscienza. In questa rappresentazione il vero nemico non possiede un volto sacrificabile: è annidato dentro di noi. È l’egoismo che soffoca la solidarietà, il potere che calpesta la giustizia, l’indifferenza che uccide nel silenzio.
Le guerre tra le nazioni sono solo la spuma visibile di un conflitto ben più gigantesco: quello eterno tra la distruzione e la responsabilità. Eppure, in questa visione non ho voluto dipingere la fine come un destino ineluttabile. La Terra non si è ancora dissolta in polvere. La luce primordiale resiste. E nel cuore pulsante dell’opera, l’immagine dei bambini che si stringono la mano portando alti i colori della pace brilla come un faro nell’oscurità. C’è ancora speranza.
Le parole degli esperti che hanno dato voce alla mia visione
“L’apocalisse della ragione e la dissoluzione del mondo contemporaneo“: è il giudizio di Gemma Gesualdi, Presidente dell’associazione culturale Brutium e componente della Consulta Regionale dei calabresi nel mondo, che prosegue accorata: “l’opera si svela allo sguardo con il respiro di una monumentale epifania, un polittico della nostra era: un manifesto pittorico che traduce sulla tela la fragilità della civiltà contemporanea. Il climax si accende quando l’artista imprigiona il mondo nella trasparenza di una lampadina che, sotto il peso dei conflitti, va in frantumi. La luce del progresso si spegne, scagliando nel vuoto i simboli delle nazioni e i respiri di una natura violata. L’impianto pulsa di un espressionismo in cui i colori lottano contro l’abisso, imprimendo alla tela un dinamismo inevitabile. Chiude questo requiem visivo il monito in calce: “La guerra è sempre una sconfitta”, massima di Papa Francesco. Una stoccata etica che trasfigura l’opera in un potente richiamo alla coscienza collettiva”.
“Tra presente e futuro, tra l’urlo del colore e il silenzio delle coscienze ancora attente, l’opera di Marrapodi, come la lampadina in frantumi, illumina proprio nel momento in cui si spezza“: è il parere di Francesco Antonio Amodei, Presidente dell’Istituto per l’Arte e il Restauro – Palazzo Spinelli di Firenze, che aggiunge: “Francesco Marrapodi, poliedrico homo faber di immagini e parole, non si limita alla denuncia pittorica. Il suo romanzo, Soluzione Gabor, la fine dell’umanità?, in corso di proposta alle case editrici, ha una struttura apocalittica da thriller che funge da speculum della crisi, ponendo al lettore una domanda radicale: fino a che punto l’umanità è disposta a proteggere ciò che ha di più prezioso?“.
Perchè ho dipinto tutto questo?
Io non ho voluto scrivere una condanna irrevocabile. Ho voluto lanciare una profezia aperta. Un grido di battaglia. Un invito perentorio a fermarsi un istante prima del baratro. Perché il futuro dell’umanità non è scolpito nelle stelle, ma si plasma attraverso le scelte che compiamo ogni giorno. Se continueremo a percorrere il sentiero della violenza e dell’avidità, la rovina sarà totale. Ma se abbracceremo la coscienza, la sacralità della responsabilità e il rispetto per la vita, allora quel monito — la guerra è sempre una sconfitta — si capovolgerà nella più grande e gloriosa vittoria: la salvezza del nostro mondo. Io ho solo dipinto un avvertimento. Sta all’umanità decidere se ascoltarlo.
Video realizzato da Giuseppe Antonelli:





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