Antonino Sapienza, presidente di ESIDIA – Ente Siciliano per l’Innovazione Digitale e l’Intelligenza Artificiale, interviene sul dibattito pubblico legato ai possibili rischi dell’Intelligenza Artificiale. Negli ultimi giorni il dibattito internazionale sui possibili rischi legati all’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale si è ulteriormente intensificato. Antonino Sapienza, Presidente di ESIDIA – Ente Siciliano per l’Innovazione Digitale e l’Intelligenza Artificiale – osserva come le preoccupazioni espresse da alcuni ricercatori, esperti e addetti ai lavori meritino attenzione e approfondimento. Allo stesso tempo, evidenzia che appare necessario mantenere lucidità, distinguendo tra rischi concreti, scenari ipotetici e dinamiche comunicative che inevitabilmente accompagnano una trasformazione tecnologica di questa portata.
Alcune delle affermazioni emerse nel dibattito assumono infatti toni fortemente catastrofisti, arrivando a prospettare scenari che, almeno allo stato attuale delle conoscenze e delle tecnologie, sembrano talvolta richiamare più alcune rappresentazioni proprie della letteratura fantascientifica che situazioni concretamente verificabili.
Ciò non significa ignorare o minimizzare i rischi, ma affrontarli con rigore, evitando che ipotesi estreme possano essere percepite dall’opinione pubblica come scenari già determinati o inevitabili.
Il rischio di una concentrazione tecnologica nelle mani di pochi
In questo quadro, alcune modalità con cui tali scenari vengono comunicati possono inoltre suscitare un ulteriore interrogativo: quanto questo racconto fortemente allarmistico rischi, direttamente o indirettamente, di rafforzare il posizionamento delle stesse grandi aziende tecnologiche che dispongono delle competenze, delle infrastrutture e delle risorse necessarie per sviluppare e controllare questi sistemi.
Il messaggio che potrebbe derivarne è paradossale: l’Intelligenza Artificiale viene descritta come una tecnologia estremamente potente, complessa e potenzialmente pericolosa e, proprio per questo, come qualcosa che soltanto pochi grandi soggetti sarebbero realmente in grado di governare.
Una narrazione di questo tipo rischierebbe di alimentare una forma di subordinazione tecnologica monopolistica, inducendo istituzioni, imprese e cittadini ad affidarsi necessariamente a un numero ristretto di operatori, anziché favorire la diffusione delle conoscenze, delle competenze e delle capacità necessarie per comprendere e governare autonomamente l’innovazione.
Sovranità digitale, infrastrutture e investimenti strategici
In questa prospettiva risultano fondamentali le regolamentazioni come l’AI Act ma assume particolare rilievo il tema della sovranità digitale, che non può essere intesa soltanto come capacità di mantenere conoscenza, competenze e possibilità effettive di controllo sulle tecnologie utilizzate. Sovranità digitale significa anche disporre delle infrastrutture necessarie per sviluppare, utilizzare e governare queste tecnologie.
L’Intelligenza Artificiale richiede capacità computazionale, infrastrutture digitali avanzate, data center, disponibilità e gestione di grandi quantità di dati e, conseguentemente, importanti investimenti pubblici e privati.
La sovranità digitale passa quindi anche dalla capacità di programmare investimenti nelle infrastrutture, nella ricerca, nelle competenze, nei data center, riducendo le dipendenze tecnologiche e infrastrutturali e favorendo lo sviluppo di un ecosistema maggiormente autonomo e competitivo.
Occorre vigilare affinché la crescente concentrazione tecnologica nelle mani di pochi grandi soggetti non produca nuove forme di dipendenza, subordinazione o esclusione.
Il ruolo strategico dei Big Data
Non da meno la questione dei Big Data assume in questo scenario un valore strategico. La capacità di raccogliere, conservare, proteggere, elaborare e valorizzare i dati rappresenta sempre più un elemento determinante per l’autonomia tecnologica e per la competitività dei sistemi economici e territoriali. Sul piano strettamente tecnico è altrettanto importante evitare semplificazioni.
Occorre innanzitutto distinguere tra due differenti tipologie di rischio: da una parte l’utilizzo malevolo dell’Intelligenza Artificiale da parte degli esseri umani; dall’altra, la possibile perdita di controllo dei modelli da parte dei loro stessi sviluppatori.
In quest’ultimo caso, uno dei fenomeni oggetto di studio è quello del cosiddetto “disallineamento”, ovvero la possibilità che il comportamento di un sistema si discosti dagli obiettivi, dai principi o dai vincoli definiti dai suoi sviluppatori nel perseguimento di un determinato risultato.
La sicurezza dell’Intelligenza Artificiale non può essere ricondotta semplicemente alla possibilità di “spegnere una macchina”, ma deve essere costruita attraverso molteplici livelli di controllo: ambienti adeguatamente protetti, limitazione degli accessi e dei permessi, monitoraggio e tracciabilità delle operazioni e supervisione umana, soprattutto nei processi e nelle decisioni più critiche.
L’evoluzione verso sistemi sempre più capaci non soltanto di generare contenuti, ma anche di pianificare attività e utilizzare strumenti esterni, rende questo approccio ancora più necessario.
Un approccio umanocentrico per governare l’innovazione
È quindi necessario prestare attenzione non soltanto ai rischi propri della tecnologia, ma anche agli equilibri economici, industriali e di potere che possono svilupparsi attorno ad essa.
La risposta alla crescente complessità dell’Intelligenza Artificiale non dovrebbe essere una maggiore dipendenza, ma una maggiore capacità diffusa di conoscenza, controllo e partecipazione.
L’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale impone anche una visione umanocentrica dell’innovazione: lo sviluppo tecnologico deve essere accompagnato da responsabilità, consapevolezza, tutela della persona e attenzione all’inclusione.
In questa direzione, forse si è dimenticato troppo rapidamente il significato della Rome Call for AI Ethics, che ha rappresentato un passaggio significativo nel dibattito internazionale, riportando al centro la necessità di un’Intelligenza Artificiale sviluppata e utilizzata al servizio dell’uomo e del bene comune.
Un richiamo quanto mai attuale, soprattutto oggi, quando il dibattito sembra talvolta concentrarsi maggiormente sugli scenari più estremi che sulla necessità concreta di costruire regole, responsabilità, competenze e strumenti di governo dell’innovazione.
Le lezioni della storia e delle rivoluzioni industriali
La storia insegna, del resto, che le grandi trasformazioni tecnologiche hanno spesso generato timori, conflitti e profondi cambiamenti sociali. Le rivoluzioni industriali hanno modificato il lavoro, l’economia e gli equilibri della società, rendendo progressivamente necessaria anche la costruzione di nuovi strumenti di tutela e di nuove regole.
In questo quadro può essere richiamata anche la Rerum Novarum, che alla fine dell’Ottocento intervenne nel pieno delle profonde trasformazioni determinate dall’industrializzazione, ponendo al centro la dignità della persona e la questione sociale.
Pur in un contesto storico profondamente diverso, anche oggi il punto centrale rimane quello di accompagnare una trasformazione epocale senza lasciare indietro l’uomo.
La sfida del futuro: conoscenza, regole e partecipazione
Il giusto approccio non è quindi quello di alimentare la paura nei confronti dell’Intelligenza Artificiale, né tantomeno di sottovalutarne i rischi, ma di conoscerla, comprenderla e soprattutto attivarsi per governarla anche se creata e sviluppata da altri. La risposta non può essere quella di fermare l’innovazione, ma di accompagnarla attraverso regole adeguate, formazione, responsabilità chiare e sistemi di controllo efficaci.
La vera sfida sarà permettere alla società di acquisire la consapevolezza necessaria per comprendere e governare il cambiamento, evitando che l’Intelligenza Artificiale diventi patrimonio esclusivo di pochi e facendo in modo che le opportunità generate dall’innovazione possano essere distribuite nel modo più ampio possibile.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?