Da “Epic Arghìa” a “Epic Reggio Calabria”: teatro, poesia e musica abitano i luoghi attraverso i festival | FOTO

Da Pentimele a Bova e Locri, il progetto di Mana Chuma Teatro intreccia arte, comunità e territorio tra performance, sonorità mediterranee e poesia contemporanea

  • Massimo Barilla ed Elizabeth Grech - La parola agita - Epic Reggio
    Foto di Marco Costantino
  • Accamòra - Epic Reggio
    Foto di Marco Costantino
  • Circe - Epic Reggio
    Foto di Marco Costantino
  • Concerto Daniele Sepe - Epic Reggio
    Foto di Marco Costantino
  • Daniele Sepe - Epic Reggio
    Foto di Marco Costantino
  • Nuhara in concerto - Epic Reggio
    Foto di Marco Costantino
/

Il teatro, la poesia e la musica incontrano il territorio, ne scoprono l’anima e dal territorio attingono ispirazione, creando una sinergia che si rafforza anno dopo anno: è il percorso di “Epic Reggio Calabria”, che ha, ancora una volta, animato la periferia della città, e di “Epic Arghìa”, che si è snodato, nelle scorse settimane, tra le tappe di Bova e di Locri. E’ il progetto Epic di Mana Chuma Teatro che, attraverso queste due “declinazioni”, ha proposto l’idea chiave della Compagnia, ovvero unire l’arte alla comunità, farne parte essenziale e vitale.

E’ stato così per “Epic Reggio Calabria”, che rientra nell’iniziativa “ReggioFest26” cultura diffusa”, promossa dal Comune di Reggio Calabria e finanziata a valere sul Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura. Una “tre giorni” – dal 24 al 26 settembre – che ha visto il Piazzale Ferrari di Pentimele diventare teatro di performance innovative, culminate nell’atteso concerto di Daniele Sepe.

“Epic Reggio Calabria continua a esplorare le periferie della città, a riabitare luoghi che sono magari anche non luoghi”, afferma Massimo Barilla, co-direttore, insieme a Salvatore Arena, di Mana Chuma Teatro. “I contenuti artistici sono collegati a questa idea e alla necessità di abitare i luoghi, per cui siamo contenti di aver ancora una volta aperto il mondo del teatro ad altri linguaggi performativi”.

Dunque, un percorso innovativo che guarda al territorio e all’area mediterranea. A partire dalla prima serata, con una “maratona” artistica di grande intensità: l’apertura, con “Circe” di Teatro Ebasko, ha richiamato il mito in chiave contemporanea. In scena, una straordinaria Marzia D’Angeli che, muovendosi sui trampoli e con grande espressività di sguardi e gesti, ha dato vita alle sfaccettature del personaggio, in uno spettacolo che ha emozionato la platea con un “teatro che contamina i luoghi”, come rimarcato dall’autore Simone Bevilacqua.

Spazio, quindi, alla poesia, con “Accamòra”: la sospensione del tempo, tra disillusione e speranza, diventa verso, nelle opere in dialetto reggino di Massimo Barilla, e nei suoni, con le musiche di Luigi Polimeni, in una ricerca costante tra tradizione e contemporaneità. Musica e parole si uniscono anche in “Per Brecht – Inno alla tenace fiducia nell’umano contro violenza e dittature”: attraverso il reading prodotto da Astragali Teatro, Fabio Tolledi e Roberta Quarta hanno interpretato le riflessioni dell’autore – in testi, poesie e canzoni, eseguite con l’accompagnamento di Mauro Tre alle tastiere – che, come ribadito in scena dagli stessi interpreti, rendono questo lavoro “attuale e necessario”. Una serata densa di suggestioni e atmosfere diverse, chiusa dalla musica, protagonista del dj set di @crimice_, ovvero Davide Crimi.

E la musica, sempre connotata dall’incontro strettissimo tra luoghi e sonorità mediterranee, è stata al centro della seconda serata, con Nuhara in concerto. Un giovane trio siciliano – composto da Gabriele Bazza, Federico Pipia e Michele Piccione – ha animato Piazzale Ferrari con brani che rimandano alle voci di lavoratori di inizio ‘900, ai loro canti. “Nuhara” come “germoglio”, che cerca di portare alla luce quei canti, in un lavoro di ricerca inedito e dalla grande capacità di coinvolgimento: gli spettatori, rapiti dalle sonorità emerse dalla sintesi tra strumenti che guardano alla tradizione e l’elettronica, chiedono bis e concludono la serata ballando sotto il palco, trasportati dai ritmi che uniscono il sud.

Un sentiero percorso, nella serata conclusiva, anche da un nome di  assoluto rilievo: il sassofonista e autore Daniele Sepe, con il suo “Spiritus mundi”, ha acceso il palco e la platea di “Epic”, con un vortice di sonorità provenienti da luoghi diversi, persino da epoche apparentemente distanti da noi, ma in realtà – ha affermato l’artista – molto vicine ai nostri tempi. E così la musica dell’alto medioevo sembra scritta oggi, superando tempo e spazio, unendo testi e melodie di periodi passati ad echi jazz e moderni; e brani di Paesi differenti diventano universali, in un viaggio che attraversa il sud del mondo.

Un’unione tra generi musicali che ha da sempre contraddistinto la ricerca di Sepe e che ne connota lo stile unico, senza confini, in cui nessuno, come nella vita – afferma dal palco – è straniero. La sua musica, l’energia del dialogo tra il suo sax, le straordinarie voci di Emilia Zamuner e Sabba e i virtuosismi dei musicisti della band, creano così un’atmosfera che lega storie e umanità.

Come emerso con forza anche dalla striscia di poesia performativa, curata da Elizabeth Grech e proposta sia nell’ambito di “Epic Arghìa” che a Reggio (con il titolo “La parola agita”), che ha creato momenti di conoscenza e condivisione di tematiche attualissime, offrendo – attraverso i versi di autori contemporanei dell’area Mediterranea come il siriano Saleh Diab e la libanese Etel Adnan – uno sguardo reale ed emozionante, proprio per mezzo dell’arte. Una scelta ricca di sfumature suggellata, nell’ultima giornata dell’iniziativa reggina, dalla lettura di due nuove poesie di Grech, “Mediterraneo” e “Reggio Calabria”.

Un legame, tra mondi, territori ed arte al centro anche, nelle settimane precedenti (dal 3 al 13 settembre), a Bova e Locri, di “Epic Arghìa”, “È un festival che, come nel nostro Dna, vuole relazionarsi con le comunità – spiega Massimo Barilla -: le zone interne, i borghi, per noi sono molto importanti e soprattutto quest’area, che è un po’ il nostro luogo di elezione. Da oltre 25 anni facciamo allestimenti lì, periodi di residenze immersive in cui sono nati anche molti dei nostri spettacoli, quindi c’è un legame molto forte col territorio e con la comunità”.

A caratterizzare queste giornate, momenti di musica, teatro, danza, e poesia, come nel caso di “Sfumature sonore II”, con cui Mana Chuma Teatro ha sviluppato ulteriormente la sinergia tra i versi in dialetto reggino di Massimo Barilla e la ricerca musicale di Luigi Polimeni, che si fondono con i movimenti coreografici di Aurora Galteri, in una danza che costruisce e amplifica atmosfere ed emozioni, coinvolgendo il pubblico di Piazza Roma (che, insieme al Parco delle rimembranze e al Museo della Lingua Greco-Calabra Gerhard Rohlfs, ha ospitato gli spettacoli andati in scena a Bova) e quello del Parco Archeologico di Locri, dove è stato proposto in chiusura della rassegna.

E ancora, la storia del leggendario pianista che solca l’oceano, ovvero “Novecento”, portata in scena da Ciro Masella; “Longa è ‘a jurnata”, in cui Arena e Barilla sono registi e protagonisti del viaggio lungo un giorno di due personaggi in cerca di un riscatto; lo sguardo metaforico che attraversa natura e uomo sia ne “Il segreto del bosco”, di Eleonora Cecconi e Claudio Massimo Paternò, che in “Magarìa – Elegia di un mondo perduto”, di Eliana Iorfida e Francesco Gallelli. il teatro di strada di “Circo Show”, di e con Matteo Magro; e “Tre piccole ombre”, con cui Barilla e Arena hanno condotto il pubblico nell’ultima notte d’infanzia di Stefano D’arrigo, autore di “Horcynus Orca”.

Fino al mito che si fonde con il reale, ai mondi lontani che appaiono vicinissimi, in “Un’altra Iliade”, proposta da Salvatore Arena al Parco archeologico di Locri, incarnando quei personaggi ai margini del racconto ma in realtà veri e universali, in una sintesi perfetta tra luoghi e narrazione, tra storia e umanità. Ovvero, il senso profondo di Epic.