“Cosa Nostra finanziò e sfruttò i movimenti Lgbt”: l’inchiesta di Klaus Davi sui rapporti tra mafia e locali gay

“Per oltre 30 anni le grandi famiglie di Cosa Nostra – i Gambino, i Genovese, i Bonanno e i Lucchese – finanziarono, sostennero, sponsorizzarono e al tempo stesso sfruttarono i movimenti Lgbt fin dalla loro nascita”. A svelarlo è un’inchiesta di Klaus Davi per il sito ‘Dagospia’: “nelle carte dell’Fbi, ricavate dalle dichiarazioni della moglie del boss Vito Genovese, Anna, e di affiliati come Joey Gallo, viene ricostruita la complessa storia dei rapporti tra Cosa Nostra e i movimenti di liberazione omosessuale. Nei faldoni dei Federali viene citato anche Giovanni Falcone che nei primi anni ’80, nell’ambito dell’operazione ‘Pizza Connection’, prese di mira proprio alcune di queste famiglie, in particolare i Bonanno e i Gambino, coinvolte in un traffico di eroina per oltre un miliardo di dollari gestito da Cosa Nostra americana e siciliana attraverso una rete di pizzerie negli Stati Uniti”. E’ questa la nota inviata alla stampa e riportata integralmente, dal massmediologo e giornalista Klaus Davi.

“Fu il campano d’origine Vito Genovese (capo dell’omonima famiglia mafiosa nonché collaboratore di Lucky Luciano) – si legge nell’inchiesta – a capire le enormi potenzialità dei locali gay approfittando della loro condizione di clandestinità e delle vessazioni cui erano sottoposti. La gestione dei locali gay fu affidata alla moglie di Vito, Anna, la quale poi, nel corso della causa di divorzio, avvenuta nel 1953, svelò nelle sue denunce quanto le infiltrazioni di Cosa Nostra condizionassero i locali. Tra gli studiosi citati da Dagospia, l’avvocato e giornalista Philip Crawford Jr. che, nel suo libro “Mafia and the Gays” pubblicato nel 2015 di cui è stata annunciata una terza edizione con nuove rivelazioni, analizza la portata socio-economica del fenomeno: “Cosa Nostra sfruttava e alimentava la rete di locali attraverso prestanome apparentemente rispettabili, privi di precedenti penali, che venivano retribuiti dalle cosche siciliane”.

“Il compenso per un prestanome poteva arrivare già allora a 50 o 100 dollari a settimana. A questo si aggiungevano i pagamenti periodici richiesti ai locali, indicati dalle carte dell’Fbi come una sorta di ‘Ice’: alcune centinaia di dollari al mese per i piccoli esercizi, somme superiori per i locali più redditizi. La mafia distribuiva e sperimentava nuove droghe, faceva pagare l’alcol il triplo del suo valore, imponeva il pizzo agli incassi”. Al libro di Crawford hanno fatto seguito numerosi documentari tra cui quello di History Channel, della CBS e di HBO. Il movimento gay tentò di ribellarsi, soprattutto agli inizi degli anni ’70 con la rivolta di Stonewall, simbolo della nascita dei movimenti Lgbt, che già nel 1969 mosse contro la Polizia. A quel punto Cosa Nostra smise si praticare un’estorsione selvaggia e stabilì il celebre patto ‘mafia-queer’ che si protrasse fino agli anni ’90. Vennero ‘cooptati’ nel sistema criminoso affiliati gay che dividevano profitti e incassi scaturiti dai vari business”.

“Conferme alle tesi di Crawford sono arrivate da John Gotti Jr., noto erede di una delle famiglie mafiose più importanti di New York, i Gambino, che ha detto la sua sull’argomento. Ma si moltiplicano testimonianze di numerosi altri affiliati. Non erano tutte rose e fiori, comunque. Un ambito più conservatore di Cosa Nostra temeva questa commistione e diversi mafiosi gay vennero assassinati, come Johnny Boy D’Amato, per lungo tempo braccio destro di John Gotty, capo assoluto della mafia americana, ucciso perché sorpreso a fare sesso con un uomo in un locale di scambisti. Questa vicenda fu raccontata nel luglio 2008 da Antonio Ingroia, allora procuratore di Palermo, in un’intervista rilasciata proprio a Klaus Davi per il suo format KlausCondicio su YouTube”.

“A confermare questa linea intransigente machista, le parole del pentito Michael Franzese, ex mafioso statunitense, già caporegime della famiglia Colombo di New York, che in tv è stato categorico: “Se scoprivano che eri gay, Cosa Nostra ti faceva uccidere”. Ma di fronte ai megaprofitti che locali per omosessuali garantivano, soprattutto grazie allo spaccio di tutte le droghe immaginabili, anche i capobastone più tradizionalisti capitolarono”, conclude la nota di Davi.