Un appello alla partecipazione civica e al senso di comunità arriva da Antonino Sergi, cittadino di Reggio Calabria e rappresentante dell’associazione “Neda Kairos”, che ha scritto una lettera aperta dal titolo “Caro concittadino, torniamo a essere comunità”. Un intervento che invita i cittadini a superare le contrapposizioni politiche e a riportare al centro il tema del bene comune, richiamando l’attenzione sui problemi del territorio, sui servizi pubblici, sulle opportunità per i giovani e sul futuro della città.
Nella lettera Sergi sottolinea la necessità di ritrovare un terreno comune tra cittadini con idee politiche differenti, individuando nella tutela della città un obiettivo condiviso. “Caro concittadino, ti scrivo perché una città dovrebbe essere prima di tutto una comunità, non un insieme di fazioni contrapposte che si applaudono o si combattono a seconda del colore politico di chi governa. Possiamo avere idee diverse, votare partiti diversi, giudicare diversamente sindaci, governi e amministrazioni. Ma dovrebbe esistere un terreno sul quale tornare a essere semplicemente cittadini: quello del bene comune”.
Secondo Sergi, il confronto pubblico dovrebbe concentrarsi sulle questioni concrete che riguardano la vita quotidiana dei cittadini, indipendentemente dagli schieramenti politici. “Dovremmo riuscire a stare dalla stessa parte quando chiediamo servizi pubblici efficienti, tributi locali equi, una TARI commisurata alla qualità del servizio, strade e quartieri curati, risorse pubbliche amministrate con responsabilità, una sanità capace di curarci senza costringere troppe famiglie a rivolgersi al privato e a pagare una seconda volta ciò per cui hanno già contribuito attraverso le tasse”.
Il nodo delle deleghe alla Città Metropolitana
Nella lettera viene richiamata anche la questione della mancata concessione delle Deleghe alla Città Metropolitana, indicata come una delle criticità istituzionali che incidono sulla capacità del territorio di programmare e gestire le proprie risorse. “A questo scenario si aggiunge la beffa istituzionale: il decennale problema della mancata concessione delle Deleghe alla Città Metropolitana. Una paralisi burocratica ed economica che ci toglie poteri, risorse e la possibilità di gestire il nostro stesso territorio. Su queste cose non dovrebbero esistere maggioranza e opposizione, destra e sinistra, amici e nemici. Dovrebbero esistere cittadini che chiedono conto a chi amministra”.
Uno dei passaggi centrali della lettera riguarda il rapporto tra cittadini e amministrazioni, con un invito a valutare l’operato della politica sulla base dei risultati ottenuti. “Perché essere cittadini significa anche questo: giudicare chi governa dai risultati, non dalla bandiera che porta”. Sergi critica la logica della difesa a prescindere degli schieramenti, sottolineando come il confronto critico possa rappresentare invece uno strumento per rafforzare la comunità. “Difendere sempre e comunque la propria parte, minimizzandone errori e insufficienze, non significa esserle fedeli. Significa rinunciare a una parte della propria libertà di giudizio. E, soprattutto, significa indebolire quella comunità alla quale tutti apparteniamo”.
Lo spopolamento e la sfida del futuro
Tra i temi affrontati nella lettera anche il calo della popolazione residente e la partenza di numerosi giovani, fenomeni che secondo Sergi rappresentano un segnale delle difficoltà strutturali del territorio. “Ci sono poi segnali che una città non può permettersi di ignorare. Il progressivo calo della popolazione residente e la partenza di tanti giovani non hanno una sola causa e sarebbe semplicistico attribuirli esclusivamente a questa o a quella amministrazione. Ma raccontano comunque una difficoltà profonda del territorio: offrire opportunità, lavoro, servizi e ragioni sufficienti per costruire qui il proprio futuro”. Da qui la riflessione sul modo in cui i cittadini dovrebbero interrogarsi sul presente e sul futuro della città. “E allora la domanda non dovrebbe essere: “Da che parte stai?” Dovrebbe essere: “Come sta la nostra città?”
Nella lettera Sergi richiama anche il periodo delle celebrazioni cittadine e delle feste estive, riconoscendone il valore sociale e identitario, ma invitando ora a tornare a occuparsi delle sfide quotidiane. “Abbiamo avuto una lunga estate, accompagnata dalle nostre feste e dalle celebrazioni per la Madonna della Consolazione. Ed è giusto anche così. Una comunità ha bisogno di ritrovarsi, celebrare le proprie tradizioni, staccare la spina, ascoltare musica, guardare i fuochi d’artificio. Ogni tanto abbiamo bisogno di essere cicale: cantare, incontrarci, dimenticare per qualche ora i problemi. Ma adesso le giostre si sono sgonfiate, i paninari hanno spento le piastre e l’estate sta lasciando il posto all’autunno. È tempo di tornare formiche”.
Un’immagine utilizzata per richiamare il valore della collaborazione, della programmazione e dell’impegno collettivo. “Non perché la vita debba essere soltanto sacrificio, ma perché una comunità vive se qualcuno pensa anche al domani. Le formiche sopravvivono perché collaborano, organizzano le risorse e, soprattutto, lavorano per qualcosa che supera il singolo individuo”.
“Una città appartiene a tutti noi”
La conclusione della lettera è un invito a superare le divisioni e a considerare Reggio Calabria come un patrimonio comune, al di là delle appartenenze politiche. “Forse dovremmo imparare proprio questo: una città non appartiene a un sindaco, a una maggioranza, a un’opposizione o a un partito. Appartiene a tutti noi”. “Per questo chiedere trasparenza, competenza, servizi migliori e risultati non significa essere contro qualcuno. Significa essere dalla parte della propria città. Oggi nei confronti di chi governa. Domani nei confronti di chi prenderà il suo posto. Senza sconti per gli amici e senza pregiudizi verso gli avversari”.
Nel messaggio finale, Sergi richiama il valore della partecipazione democratica e della responsabilità civica. “Perché la democrazia ha bisogno delle bandiere, ma una comunità ha bisogno anche della capacità di abbassarle, qualche volta, per riuscire finalmente a guardarsi negli occhi. Il bene comune viene prima delle bandiere. E forse il primo passo per cambiare una città è molto semplice: smettere di chiederci chi abbia vinto e cominciare a domandarci se stiamo vincendo tutti”.


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