L’intelligenza artificiale può trasformarsi in uno straordinario motore di crescita e produttività per il sistema economico italiano, ma rischia anche di aprire un nuovo e profondo divario tra le aziende che hanno risorse, competenze e dati per utilizzarla e quelle che potrebbero rimanere escluse dalla trasformazione tecnologica. È il tema sollevato dal presidente della Regione Calabria e vicesegretario di Forza Italia Roberto Occhiuto, intervenuto mercoledì 30 settembre a Roma a margine dell’evento Bip “Le pubbliche amministrazioni tra sovranità europea ed AI”.
Al centro dell’intervento di Occhiuto c’è il rischio dell’“AI divide”, una nuova forma di disuguaglianza tecnologica che potrebbe colpire in maniera particolare le micro imprese e le aree del Paese che negli anni hanno già dovuto fare i conti con il digital divide.
Un problema tutt’altro che teorico. I dati disponibili mostrano infatti che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sta aumentando rapidamente nel tessuto produttivo italiano, ma la velocità di adozione cambia enormemente in base alla dimensione delle aziende. Nel 2025, secondo l’Istat, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizzava almeno una tecnologia di IA, il doppio rispetto all’8,2% del 2024 e più del triplo rispetto al 5% registrato nel 2023. Ma tra le grandi imprese la percentuale raggiungeva già il 53,1%, contro il 15,7% delle PMI.
Occhiuto: “l’AI divide può rappresentare un problema”
Il punto sollevato da Roberto Occhiuto riguarda proprio la possibilità che questa distanza aumenti ulteriormente con il procedere della rivoluzione tecnologica. “Il rischio è che l’“AI divide”, cioè il divario tra chi può sfruttare l’intelligenza artificiale e chi no, possa rappresentare in futuro un problema“, ha spiegato il presidente della Calabria, sottolineando come questo rischio possa essere ancora più significativo “in una parte del Paese dove già il digital divide ha rappresentato un problema”.
Il riferimento è inevitabilmente ai territori nei quali le infrastrutture digitali, le competenze tecnologiche e la capacità di investimento delle imprese hanno storicamente mostrato maggiori difficoltà. La questione riguarda soprattutto un sistema economico caratterizzato dalla presenza di moltissime aziende di dimensioni ridotte. Occhiuto ha infatti richiamato esplicitamente il caso delle micro imprese, che spesso dispongono di meno risorse economiche, meno personale specializzato e una minore capacità di costruire sistemi integrati di gestione e condivisione dei dati.
Il problema dei dati per le micro imprese
Uno dei passaggi più rilevanti dell’intervento riguarda proprio il ruolo dei dati, elemento fondamentale per permettere alle tecnologie di intelligenza artificiale di generare valore economico. Occhiuto ha spiegato di pensare «a tante micro imprese» che non hanno «la capacità di condividere dati con altre micro imprese» e che proprio per questo rischierebbero di non riuscire a sfruttare “le enormi possibilità” offerte dall’IA. Il tema è centrale perché la trasformazione digitale non dipende soltanto dalla disponibilità di un software o dall’accesso a un servizio di intelligenza artificiale generativa. Per molte applicazioni avanzate servono dati organizzati, interoperabili e di qualità, oltre alle competenze necessarie per interpretarli e utilizzarli nei processi aziendali.
Anche i dati Istat mostrano come la qualità e la disponibilità delle informazioni rappresentino uno degli ostacoli più importanti per le imprese italiane. Tra le aziende che nel 2025 avevano valutato l’adozione dell’intelligenza artificiale senza poi procedere all’investimento, il 45,2% indicava proprio l’indisponibilità o la scarsa qualità dei dati necessari tra le principali difficoltà.
Intelligenza artificiale, il divario tra grandi aziende e PMI continua a crescere
Il quadro statistico conferma in modo significativo il problema sollevato dal governatore calabrese. Nel 2025 l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane ha registrato una vera accelerazione. La quota delle aziende con almeno dieci addetti che utilizzavano almeno una tecnologia di IA è passata dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025. La crescita, tuttavia, non è stata uniforme. Le grandi imprese sono passate dal 32,5% al 53,1%, mentre le PMI hanno raggiunto il 15,7%, partendo dal 7,7% dell’anno precedente.
L’aspetto forse più significativo è che il divario dimensionale non si sta riducendo ma, al contrario, si sta ampliando. Secondo Istat, la distanza nell’intensità di utilizzo dell’IA tra grandi aziende e PMI era di circa 20 punti percentuali nel 2023, è salita a 25 punti nel 2024 ed è arrivata a 37 punti percentuali nel 2025. È esattamente questo meccanismo che rischia di trasformare l’intelligenza artificiale da tecnologia capace di aumentare la produttività in un ulteriore elemento di differenziazione competitiva.
Dall’8,2% al 16,4% in un anno: l’IA corre nelle imprese italiane
La velocità del cambiamento è comunque impressionante. Nel giro di appena due anni la quota di imprese italiane con almeno dieci addetti che utilizza tecnologie di intelligenza artificiale è passata dal 5% del 2023 al 16,4% del 2025. Nel 2024 l’Italia mostrava ancora un ritardo significativo rispetto alla media europea: l’8,2% delle aziende italiane utilizzava tecnologie IA contro il 13,5% dell’Unione europea. Il salto registrato successivamente conferma però che il tessuto produttivo italiano sta entrando in una fase di adozione molto più rapida.
L’IA viene utilizzata soprattutto per l’analisi dei testi e delle informazioni, per la generazione di contenuti, per il riconoscimento vocale, per l’analisi dei dati attraverso tecniche di machine learning e per l’automazione dei processi. Tra le imprese italiane che nel 2025 utilizzavano l’intelligenza artificiale, il 70,8% impiegava tecnologie per estrarre conoscenza e informazioni dai documenti, mentre il 59,1% utilizzava strumenti di IA generativa applicati a testi, immagini, video, suoni o linguaggio parlato.
IA generativa, marketing e processi amministrativi: dove viene utilizzata dalle aziende
L’intelligenza artificiale non è più confinata alle aziende tecnologiche. Secondo Istat, le principali aree aziendali nelle quali viene utilizzata sono il marketing e le vendite, che interessano il 33,1% delle imprese utilizzatrici, l’organizzazione dei processi amministrativi, con il 25,7%, e la ricerca, sviluppo e innovazione, con il 20%. Sono proprio questi ambiti ad aver registrato alcuni degli incrementi più rilevanti rispetto all’anno precedente.
L’intelligenza artificiale generativa può essere utilizzata per preparare documenti, sintetizzare informazioni, elaborare testi, analizzare grandi quantità di contenuti, migliorare l’assistenza ai clienti, automatizzare procedure ripetitive e supportare attività commerciali e di comunicazione. Per una micro impresa, tuttavia, la possibilità di passare dalla sperimentazione occasionale a un utilizzo strutturale dell’IA richiede spesso competenze, investimenti e organizzazione che non sono sempre disponibili.
Mancano soprattutto le competenze: è il primo ostacolo all’adozione dell’IA
Ed è proprio il tema delle competenze digitali a rappresentare uno dei principali ostacoli alla diffusione dell’intelligenza artificiale. Tra le imprese italiane che hanno valutato l’utilizzo dell’IA ma hanno successivamente rinunciato, il 58,6% indica la mancanza di competenze adeguate come una delle principali difficoltà. Seguono la carenza di chiarezza legislativa, segnalata dal 47,3%, la disponibilità o qualità insufficiente dei dati con il 45,2%, le preoccupazioni sulla privacy e sulla protezione dei dati con il 43,2% e i costi elevati con il 43%.
Sono problemi che possono pesare in maniera ancora maggiore sulle aziende più piccole, dove spesso non esistono strutture interne dedicate all’informatica, alla cybersecurity o all’analisi dei dati. L’AI divide, quindi, non riguarda soltanto chi possiede o meno una determinata tecnologia. Può dipendere dalla capacità di avere personale qualificato, costruire banche dati utilizzabili, conoscere gli obblighi normativi, sostenere i costi di implementazione e integrare gli strumenti nei processi produttivi.
Occhiuto: “l’intelligenza artificiale può essere un grande volano di produttività”
Nonostante i rischi, il messaggio del presidente della Calabria non è quello di frenare l’innovazione. Secondo Occhiuto, l’intelligenza artificiale deve essere guardata “con le giuste preoccupazioni», ma senza «concentrarsi solo sulle preoccupazioni”, perché può trasformarsi in “un grande volano di produttività per molte imprese”. È probabilmente questo il passaggio più importante dell’intervento. Il tema non è scegliere tra innovazione e prudenza, ma riuscire a creare le condizioni affinché i vantaggi dell’IA applicata alle imprese possano essere accessibili a una quota sempre più ampia del sistema produttivo. La produttività rappresenta del resto una delle sfide più importanti per l’economia italiana ed europea. Strumenti capaci di automatizzare attività ripetitive, velocizzare l’analisi delle informazioni, supportare la progettazione e ridurre i tempi amministrativi possono incidere profondamente sull’organizzazione aziendale.
Il modello della Lombardia citato da Occhiuto
Nel suo intervento, Occhiuto ha richiamato anche l’esperienza della Lombardia, dove alcune realtà industriali stanno cercando di costruire sistemi collaborativi tra aziende. “Industriali lombardi stanno mettendo insieme le esperienze delle micro imprese per cogliere appieno la sfida dell’IA”, ha spiegato. La condivisione delle esperienze e, quando possibile, dei dati può rappresentare uno dei modelli attraverso cui le aziende più piccole riescono ad affrontare investimenti tecnologici che singolarmente sarebbero più difficili.
La logica è quella di costruire ecosistemi digitali, reti di impresa, piattaforme comuni e servizi condivisi capaci di abbassare i costi di accesso alle nuove tecnologie. Il problema dell’AI divide potrebbe quindi essere affrontato non soltanto attraverso incentivi economici, ma anche attraverso strumenti di collaborazione tra imprese, università, centri di ricerca, associazioni di categoria e pubbliche amministrazioni.
La sfida per Calabria e Mezzogiorno
Le parole di Roberto Occhiuto assumono una particolare rilevanza per la Calabria e, più in generale, per il Mezzogiorno. Se la trasformazione prodotta dall’intelligenza artificiale dovesse seguire le stesse dinamiche che in passato hanno caratterizzato altre innovazioni tecnologiche, i territori con minore disponibilità di capitale, infrastrutture e competenze potrebbero avere più difficoltà a tenere il passo.
È questo il nodo indicato da Occhiuto quando mette in relazione il possibile AI divide con il precedente digital divide. L’accesso alla rete veloce ha rappresentato per anni uno degli elementi decisivi della competitività territoriale. Con l’intelligenza artificiale la questione rischia però di diventare ancora più complessa: avere una connessione internet non è sufficiente. Servono competenze, infrastrutture cloud, capacità di raccogliere e organizzare dati, formazione dei lavoratori e strumenti adeguati alla dimensione delle aziende. Per territori caratterizzati da un’elevata presenza di micro e piccole imprese, la sfida potrebbe essere quindi quella di creare servizi condivisi e piattaforme capaci di evitare che ciascuna azienda debba affrontare da sola l’intero costo della trasformazione.
Anche l’Europa registra un divario tra piccole e grandi imprese
Il problema non riguarda soltanto l’Italia. La Commissione europea, nel rapporto annuale sulle PMI 2025/2026, ha sottolineato come le piccole e medie imprese continuino a essere indietro rispetto alle aziende più grandi proprio nell’adozione delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Nel 2025 utilizzava tecnologie IA il 55% delle grandi imprese europee, contro il 30,4% delle aziende di medie dimensioni e appena il 17% delle piccole imprese. La questione dell’AI divide assume quindi una dimensione europea.
Secondo la Commissione, nell’Unione europea operano circa 34 milioni di PMI, che nel 2025 hanno registrato una crescita dell’1,8% nel numero delle imprese, del 2,5% del valore aggiunto reale e dell’1% dell’occupazione. Portare l’intelligenza artificiale dentro questo enorme tessuto produttivo potrebbe quindi avere conseguenze rilevanti sulla competitività complessiva dell’economia europea.
Dalla sperimentazione all’uso strutturale dell’intelligenza artificiale
C’è poi un’altra indicazione interessante nei dati italiani. L’aumento dell’utilizzo dell’IA non significa necessariamente che tutte le imprese abbiano già sviluppato strategie mature. Istat segnala che una parte significativa delle aziende, soprattutto quelle più piccole, sta ancora utilizzando questi strumenti in una fase iniziale o sperimentale. Nel 2025, tra le imprese che dichiaravano di utilizzare l’intelligenza artificiale, il 33,4% non indicava una finalità aziendale precisa tra quelle monitorate dall’istituto statistico. L’83,3% di queste aziende apparteneva alla fascia tra 10 e 49 addetti.
Un dato che suggerisce come la diffusione dell’IA possa procedere più rapidamente della capacità delle aziende di trasformarla in un elemento strutturale della propria organizzazione. La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi passare dal semplice utilizzo occasionale di strumenti generativi alla loro integrazione all’interno di processi produttivi, amministrativi, commerciali e decisionali.
Il nodo della formazione per lavoratori e imprenditori
In questo contesto la formazione sull’intelligenza artificiale diventa uno degli strumenti decisivi. Se quasi sei imprese su dieci tra quelle che hanno valutato e poi rinunciato all’IA indicano le competenze come un ostacolo, la possibilità di ridurre l’AI divide dipenderà anche dalla capacità di formare imprenditori, dipendenti, professionisti e pubbliche amministrazioni. Non serviranno necessariamente soltanto specialisti informatici.
Una parte importante della trasformazione riguarderà la capacità dei lavoratori di comprendere come utilizzare gli strumenti di IA nelle attività quotidiane, verificarne i risultati, proteggere le informazioni aziendali e inserirli correttamente nei processi decisionali. Le competenze richieste saranno quindi tecnologiche ma anche organizzative, giuridiche e gestionali.
Pubblica amministrazione e IA, la trasformazione riguarda anche il settore pubblico
Non è casuale che le parole di Occhiuto siano arrivate durante un appuntamento dedicato proprio al rapporto tra pubbliche amministrazioni, sovranità europea e intelligenza artificiale. La diffusione dell’IA nel settore pubblico può infatti avere un doppio effetto. Da una parte può migliorare l’efficienza amministrativa, velocizzare l’analisi dei documenti, supportare la gestione delle pratiche e ridurre alcuni tempi burocratici. Dall’altra, la pubblica amministrazione può diventare un soggetto fondamentale per accompagnare la trasformazione digitale delle imprese. Per le realtà più piccole, soprattutto nei territori economicamente più fragili, l’accesso a servizi pubblici digitali semplici e interoperabili può rappresentare una parte fondamentale del processo di modernizzazione.
Un nuovo divario tecnologico da evitare
La riflessione lanciata da Roberto Occhiuto arriva dunque in un momento nel quale l’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente nel sistema produttivo. Il dato italiano è emblematico: in appena un anno l’utilizzo dell’IA nelle aziende con almeno dieci addetti è raddoppiato, ma nello stesso periodo è aumentata anche la distanza tra grandi imprese e PMI. Il rischio è che la velocità dell’innovazione produca due gruppi di aziende: quelle in grado di utilizzare dati, algoritmi e automazione per aumentare produttività e competitività e quelle che, per dimensione, carenza di competenze o mancanza di risorse, rimangano progressivamente indietro.
Per la Calabria, il Mezzogiorno e più in generale per i territori con una forte presenza di micro imprese, evitare questo scenario potrebbe rappresentare una delle principali sfide economiche dei prossimi anni. Ma, come ha sottolineato Occhiuto, l’intelligenza artificiale non deve essere osservata soltanto attraverso i suoi rischi. Se accompagnata da formazione, collaborazione tra aziende, infrastrutture digitali e possibilità di accesso ai dati, può diventare davvero quel “grande volano di produttività” capace di trasformare anche le imprese più piccole e aprire nuove opportunità di crescita.


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