Un messaggio dai contenuti violenti ricevuto sui social e la scelta di renderlo pubblico per aprire una riflessione sul linguaggio dell’odio online. È quanto accaduto ad Annalaura Princiotto, artista e cantautrice di Messina, che ha deciso di raccontare pubblicamente quanto ricevuto, sottolineando la necessità di non normalizzare parole che possono trasformarsi in una forma di aggressione psicologica. Nel messaggio mostrato dall’artista si leggono frasi di minaccia e violenza: “Sei una di quelle che se dovessero violentare e far sanguinare in mezzo la strada dispiacere non mi farebbe”. Un contenuto che Annalaura Princiotto ha scelto di non nascondere, spiegando che questa volta la pubblicazione non nasce dal desiderio di alimentare una contrapposizione, ma dalla volontà di mostrare la gravità di determinati comportamenti. La sua denuncia punta soprattutto sul tema della violenza verbale, del cyberbullismo e delle conseguenze che certe parole possono avere sulle persone che le ricevono.
“Sono cresciuta nel mondo dello spettacolo, ma non sono solo ciò che vedete sul palco”
Annalaura Princiotto ha affidato ai social una lunga riflessione nella quale racconta il proprio rapporto con l’esposizione pubblica e con il giudizio degli altri. “Ho iniziato a fare questo mestiere da bambina. Sono cresciuta nel mondo dello spettacolo, tra televisione, musica, social, persone e il mio amato pubblico”. L’artista messinese spiega di essere consapevole da sempre del fatto che chi lavora nel mondo dello spettacolo sia inevitabilmente sottoposto a opinioni, critiche e valutazioni. “Esporsi significa inevitabilmente confrontarsi con il giudizio degli altri, con le parole e con le critiche. L’ho sempre saputo e le ho sempre accettate, nel bene e nel male”. Ma, sottolinea, la dimensione pubblica non cancella quella personale e umana. “Ma io non sono soltanto quello che vedete su un palco o attraverso uno schermo”, evidenzia.
La vita oltre la musica: famiglia, lavoro e impegno personale
Nel suo messaggio Annalaura Princiotto racconta anche gli aspetti della propria vita che spesso rimangono lontani dai riflettori. Una persona che non si identifica soltanto con il ruolo di artista, ma con molte altre dimensioni quotidiane. “Chi mi conosce sa che amo profondamente la vita e che, oltre alla musica, faccio tantissime altre cose: lavoro con i bambini, scrivo, studio, mi prendo cura degli animali e cerco ogni giorno di dedicarmi a ciò che mi fa stare bene con me stessa e con gli altri”, sottolinea.
L’artista evidenzia il valore dei legami personali e il rapporto con le altre donne della sua vita: “sono una donna e sono circondata da donne straordinarie, che amo e che proteggerei con tutte le mie forze. Sono una figlia, una sorella, una nipote, un’amica, una studentessa, una lavoratrice, una cantautrice e una sognatrice”. Una molteplicità di ruoli che, secondo l’artista, rappresenta la sua identità più autentica. “Sono tante cose insieme, ed è tutto questo a rendermi quella che sono e a determinare ciò che cerco di dare agli altri: amore”, aggiunge.
Il confine tra critica e violenza: il messaggio dell’artista contro l’odio online
Nel suo intervento Annalaura Princiotto chiarisce di aver sempre accettato il confronto e anche le critiche, comprese quelle negative, ma evidenzia un limite preciso quando il linguaggio supera il diritto di esprimere un’opinione. “Alle volte ci sono riuscita per come speravo e qualche volta meno, ma in tutti questi anni ho scelto consapevolmente di esprimermi e di espormi pubblicamente, attraverso il mio corpo, la mia voce, la mia musica e i miei pensieri, che questo implicasse il rischio di non piacere a tutti va benissimo…e sono molto serena al riguardo”, prosegue. Poi il passaggio centrale della denuncia: “Ma esporsi non vuol dire accettare tutto! Esiste un confine tra una critica, anche dura, e parole che esprimono una violenza gratuita e ingiustificabile”.
“Ho pensato alle donne che amo”: perché ha deciso di pubblicare il messaggio
Annalaura Princiotto racconta di aver riflettuto a lungo prima di rendere pubblico il contenuto ricevuto. Una scelta diversa rispetto al passato, quando aveva preferito non mostrare episodi spiacevoli legati alla sua esposizione pubblica. “Quando ho letto il messaggio che vedete, il mio pensiero non è andato soltanto a me. Ho pensato alle persone che potrebbero ricevere parole simili senza avere la mia stessa serenità”. L’artista spiega di aver pensato anche alle persone a lei vicine. “Ho pensato alle donne che amo. Ho pensato a quanto certe parole possano ferire, spaventare e lasciare un segno”, puntualizza.
“Non per alimentare odio”: la scelta di trasformare la denuncia in una riflessione
La pubblicazione del messaggio, precisa l’artista, non vuole diventare uno strumento di ulteriore conflitto.
“Non sono solita pubblicare messaggi di questo genere e, fino ad oggi, ho sempre preferito tenere per me ciò che di spiacevole può accompagnare l’esposizione pubblica. Questa volta, però, ho sentito che mostrarlo fosse importante”. L’obiettivo dichiarato è quello di creare consapevolezza sul peso delle parole. “Non per alimentare odio con altro odio, ma per mostrare fino a che punto si possa arrivare con le parole”. Per Annalaura Princiotto il punto centrale resta il rispetto della persona, anche quando non si condividono scelte artistiche, opinioni o stili di vita.
La domanda finale di Annalaura Princiotto: “Come si può arrivare a scrivere una cosa del genere?”
La riflessione dell’artista si chiude con un interrogativo rivolto a chi utilizza il web per rivolgere messaggi di odio e minaccia. “Nessuno dovrebbe scrivere una cosa del genere. E nessuno dovrebbe trovarsi a leggerla”, spiega. La speranza è che la condivisione del messaggio possa servire a generare una maggiore attenzione sul tema della violenza online e sulle responsabilità individuali nell’uso dei social. “Spero che condividendolo possa servire almeno a far riflettere qualcuno”. Poi la domanda conclusiva: “Perché, alla fine, la domanda che continuo a farmi è molto semplice: come si può arrivare a scrivere una cosa del genere a un’altra persona?”.



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