“Quaranta volte. Quaranta volte il sistema è arrivato, ha contenuto la crisi, e poi se ne è andato. Quaranta volte, in quindici anni, senza mai costruire un percorso. Senza mai chiedersi perché. Sua madre si chiama Sara. Suo figlio si chiama Wlady. Wlady ha un disturbo bipolare grave e una dipendenza che negli anni ha trasformato la sua sofferenza in una battaglia quotidiana contro se stesso. Sara mi ha scritto che il TSO arriva dopo un mese o più in cui suo figlio vaga per la città, di giorno e di notte, rischiando di farsi e fare del male. Che ogni giorno che passa senza intervento, il figlio si scompensa sempre di più e la ripresa diventa sempre più lunga. Che il sistema risponde in ritardo alla crisi, e anche il ritardo è un problema. Ha ragione. Ha ragione su tutto. E la sua storia non è un’eccezione. È la storia di migliaia di famiglie italiane che resistono nel silenzio, senza che nessuno le cerchi davvero”. Lo afferma in una nota Giuseppe Foti, Educatore psichiatrico di Reggio Calabria.
“Il TSO non è una cura
Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è uno strumento di emergenza. Serve a gestire una crisi acuta quando la persona non è in grado di consentire alle cure e rappresenta un pericolo per sé o per gli altri. È necessario, in certi momenti. Ma non è una risposta alla malattia. Non è un percorso. Non è cura. Usarlo quaranta volte sulla stessa persona significa che ogni volta il sistema ha spento l’incendio senza mai chiedersi perché continuasse a divampare. Significa che tra un TSO e l’altro Wlady è rimasto solo, la sua famiglia è rimasta sola, e nessuno ha costruito intorno a loro quella rete che avrebbe potuto fare la differenza. In vent’anni di lavoro diretto con le persone più fragili, ho visto questo copione ripetersi decine di volte. Cambia il nome, cambia il volto, cambia la città. La sostanza è sempre la stessa: un sistema che sa rispondere alla crisi, ma non sa prendersi cura delle persone nel tempo”.
“La doppia diagnosi: il nodo che nessuno vuole sciogliere
Wlady ha un disturbo bipolare grave e una dipendenza. In psichiatria si chiama doppia diagnosi, o comorbilità. Ed è uno dei nodi più critici e meno affrontati del sistema italiano. Le persone con doppia diagnosi spesso non trovano casa in nessun servizio. I servizi di salute mentale dicono che la dipendenza deve essere trattata prima. I servizi per le dipendenze dicono che il disturbo psichiatrico rende impossibile il trattamento standard. Il risultato è che la persona rimbalza tra i due sistemi, senza che nessuno si assuma la responsabilità di un percorso integrato. È un rimbalzo che logora. Non solo Wlady. Anche Sara. Anche ogni membro della famiglia che ogni giorno raccoglie i pezzi che il sistema non riesce a tenere insieme”.
“Una terra che conosce il senso del prendersi cura
Prima di parlare di numeri, voglio dire una cosa sulla Calabria. Questa è la terra di don Italo Calabrò, il sacerdote reggino che nel 1968 aprì la sua canonica a sei giovani con disabilità che nessuno voleva. Non aveva fondi. Non aveva delibere. Aveva una scelta. Da quel gesto nacque la Piccola Opera Papa Giovanni, poi il Centro Comunitario Agape. Una storia di cura autentica, costruita giorno per giorno con la sola forza di chi aveva deciso da che parte stare. Don Italo sapeva qualcosa che i sistemi sanitari faticano ancora a imparare: prendersi cura non è un servizio erogabile. È una postura morale. È restare, anche quando è difficile. Anche quando non conviene. Quella tradizione esiste ancora in questa terra. La portano avanti operatori, famiglie, volontari che resistono nel silenzio mentre il sistema si svuota intorno a loro. Sara è una di loro. E lo dico sapendo cosa significa, perché lavoro in questo campo da vent’anni, e l’ho vista quella resistenza silenziosa. L’ho rispettata ogni volta”.
“I numeri di un sistema al collasso
In Calabria 106 nuovi utenti ogni 10.000 abitanti si rivolgono ai servizi di salute mentale, contro una media nazionale di 55. Il doppio della domanda, con la metà degli operatori necessari rispetto agli standard minimi del Ministero della Salute. Servizi semiresidenziali quasi inesistenti: 0,2 posti ogni 10.000 abitanti, contro una media nazionale di 2,7. La spesa per la salute mentale in Italia è al 2,69% del fondo sanitario nazionale. La Francia destina il 10%, la Germania il 12%, i paesi scandinavi il 15%. Non è una questione geografica. È una scelta politica. In questo contesto, una famiglia come quella di Sara non ha risorse a cui aggrapparsi. Non ha una rete territoriale che la veda. Non ha uno sportello che la orienti. Ha solo se stessa, e la forza di non mollare”.
“Il tempo è parte della cura
Sara ha detto una cosa che ogni clinico dovrebbe scrivere sul muro del proprio studio: ogni giorno che passa senza intervento, suo figlio si scompensa sempre di più e la ripresa diventa sempre più lunga. Il tempo è parte della cura. Non il tempo dell’emergenza, che arriva quando tutto è già esploso. Il tempo della presenza quotidiana, della relazione continuativa, del contatto regolare che permette di leggere i segnali prima che diventino crisi. Eugenio Borgna lo diceva con la precisione di chi ha passato una vita accanto alle persone che soffrono: non esiste cura senza relazione, e non esiste relazione senza tempo. Un sistema che risponde solo all’emergenza non cura. Gestisce. Gestire non è curare. E quaranta TSO lo dimostrano meglio di qualsiasi statistica”.
“Il prezzo invisibile dei caregiver
Dietro ogni Wlady c’è una Sara. Un padre. Una sorella. Qualcuno che non ha mai smesso di esserci, che ha tenuto in piedi quello che il sistema non riusciva a tenere, che ha pagato un prezzo enorme in termini di salute, di lavoro, di vita. Il fondo nazionale per i caregiver non è stato stanziato per il 2025. Le famiglie che assistono un familiare con disturbo psichiatrico grave non hanno un punto di riferimento unico, non hanno supporto psicologico strutturato, non hanno riconoscimento economico del loro lavoro di cura invisibile. Sara ha resistito per quindici anni. Non perché il sistema l’abbia aiutata. Nonostante il sistema l’abbia lasciata sola. Ed è una forma di eroismo quotidiano che nessuno nomina e nessuno ringrazia”.
“Cosa servirebbe davvero
Non è difficile da dire. È difficile da fare, perché richiede risorse e volontà politica che finora non ci sono state. Servono équipe territoriali multidisciplinari che lavorino sulla doppia diagnosi in modo integrato, senza rimbalzare le persone da un servizio all’altro. Servono case di comunità che funzionino davvero, non edifici senza personale. Serve un fondo caregiver strutturale, permanente, non a intermittenza. Serve un sistema che intervenga prima della crisi, non dopo, perché il costo umano ed economico dell’emergenza è sempre enormemente più alto di quello della prevenzione. Wlady merita un percorso. Non quaranta emergenze. Sara merita un sistema che la veda. Non solo quando chiama il 118. Questa terra ha già saputo scegliere da che parte stare. Don Italo ce lo ha mostrato settant’anni fa, aprendo una porta quando tutti le porte erano chiuse. Sara e Wlady aspettano che qualcuno, oggi, faccia la stessa scelta. Non per generosità. Per dovere” conclude Giuseppe Foti Educatore psichiatrico.


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