Psichiatria a Reggio Calabria, Foti: “17 anni di attese, il sistema continua a lasciare soli pazienti e operatori”

L'educatore psichiatrico Giuseppe Foti ripercorre anni di blocchi, accreditamenti incompleti, trasferimenti fuori regione e difficoltà amministrative: "Chi cura e chi viene curato resta sempre l'ultimo anello della catena a pagare il conto"

Giuseppe Foti, educatore psichiatrico reggino, interviene sulla situazione della psichiatria territoriale a Reggio Calabria e, più in generale, sulle criticità che da anni attraversano il sistema regionale. Nel suo articolo ripercorre una lunga sequenza di problemi legati ad accreditamenti, blocco dei ricoveri, trasferimenti fuori regione, carenze di personale e difficoltà amministrative che, a suo giudizio, continuano a ricadere su pazienti, famiglie e operatori. Di seguito pubblichiamo integralmente il suo intervento.

“Lavoro in psichiatria territoriale a Reggio Calabria. Di questi problemi scrivo e parlo pubblicamente da anni, in lettere aperte, comunicati, interventi che la stampa locale ha documentato uno dopo l’altro. Non è la prima volta che denuncio questa situazione, e non sarà l’ultima, perché la situazione, semplicemente, non cambia abbastanza in fretta da permettermi di smettere. La legge regionale che avrebbe dovuto regolare l’accreditamento delle strutture psichiatriche residenziali calabresi porta la data del 2008. Da allora sono passati diciassette anni. Nel 2015 un tavolo tecnico regionale traccia un percorso per completare l’accreditamento entro l’anno successivo: resta lettera morta.

Sempre dal 2015, per una decisione mai adeguatamente motivata, i ricoveri nelle strutture psichiatriche della città metropolitana di Reggio Calabria vengono bloccati. Non sospesi per un’emergenza temporanea. Bloccati, e mai più sbloccati stabilmente, fino a oggi. Nel settembre 2018 la Procura di Reggio Calabria apre un’inchiesta sull’anomala gestione della procedura di accreditamento. Un’indagine penale su come lo Stato, attraverso i suoi uffici regionali, gestisce l’accesso alle cure psichiatriche di chi ne ha diritto.

I numeri di chi resta senza cura

A ottobre 2024, lavoratori delle strutture psichiatriche e familiari dei pazienti si sono ritrovati in presidio davanti alla Prefettura di Reggio Calabria. Il dato che portavano non era un’impressione, era una cifra: oltre novecento pazienti psichiatrici calabresi costretti a ricevere assistenza fuori regione, con liste d’attesa interminabili nella nostra provincia. Un mese dopo, un comitato di familiari denunciava un piano che avrebbe portato alla chiusura di cinque strutture, con cento pazienti da trasferire a centinaia di chilometri di distanza, alcuni fino in Lombardia, conseguenza dei tagli imposti dal commissariamento sanitario regionale e da un piano di rientro da 270 milioni di euro. Lo scrivevo già a dicembre 2023: pazienti, famiglie e operatori restano imprigionati in un limbo che porta dritto al collasso dei servizi, allo spostamento dei pazienti chissà dove, e al licenziamento di cento persone che si occupano degli ultimi da oltre trent’anni. Due anni dopo, quel limbo è ancora lì.

A conferma che questo non è un problema archiviato nella storia, ancora in queste settimane emergono episodi che mostrano lo stesso schema: contratti di accreditamento finalmente ottenuti dopo anni di battaglie, che si scontrano subito con conflitti interni tra uffici della stessa azienda sanitaria, incapaci di stabilire chi debba autorizzare i pagamenti. Promesse di soluzioni rapide che non arrivano. Pretese di tornare ad applicare tariffe vecchie di oltre un decennio, molto più sfavorevoli di quelle appena firmate. Mensilità che restano non pagate per mesi. Non è la crisi di una singola realtà, è un meccanismo che si ripresenta ogni volta che una struttura riesce faticosamente a normalizzare la propria posizione, come se il sistema stesso fosse costruito per rendere precaria ogni vittoria ottenuta.

Provo a tradurlo in termini che chi non lavora in questo campo possa comprendere fino in fondo: significa prendere una persona nel momento più fragile della sua vita, con una rete di cura costruita in anni, una relazione terapeutica che non si improvvisa, e mettere a rischio quella continuità non per un problema clinico, ma per una firma che due uffici della stessa azienda non riescono a decidere chi debba apporre.

Chi tiene in piedi il sistema, e a quale prezzo

Chi ha continuato a lavorare in queste condizioni lo ha fatto accettando standard di personale che le stesse istituzioni regionali hanno definito insufficienti: dieci operatori per moduli da venti utenti, un rapporto che genera decadimento dei servizi e grava sulle turnazioni di chi resta. Lo ha fatto accettando anni di incertezza contrattuale, mentre alcune cooperative sociali fallivano e altre resistevano solo grazie al sacrificio economico di chi ci lavorava dentro, spesso mettendo in crisi le proprie famiglie pur di non abbandonare pazienti che, altrove, non avrebbero trovato nessuno ad aspettarli.

Anche quando la giustizia amministrativa ha dato ragione a chi denunciava, con un TAR che ha annullato pareri negativi di accreditamento imposti in modo arbitrario a strutture preesistenti, la sostanza sul territorio è cambiata poco. Le sentenze si accumulano nei cassetti. I tavoli in Prefettura si susseguono. Le promesse istituzionali si ripetono a ogni cambio di direzione generale, come ho scritto anche nella lettera aperta alla nuova assessora al welfare lo scorso luglio. E chi lavora ogni giorno accanto a chi soffre continua a scontrarsi con un apparato che tratta l’assistenza psichiatrica come una voce di bilancio da contenere, prima ancora che come un diritto costituzionalmente garantito.

Non ho la pretesa di essere il primo ad aver denunciato questa situazione, né sarò l’ultimo. Ma so che il silenzio, quando si conosce la realtà dall’interno, è una forma di complicità che non posso e non voglio permettermi. In questi anni ho visto il divario tra l’abbondanza delle dichiarazioni istituzionali e la povertà dei risultati, ho visto chiamare in causa la legge Basaglia solo per coprire storture organizzative invece che per onorarne davvero lo spirito. Quello che accade oggi non è un’eccezione, è la regola che si ripete ancora una volta, con dettagli diversi e la stessa identica sostanza. Continuo a scriverne perché chi cura e chi viene curato resta sempre l’ultimo anello della catena a pagare il conto. E perché, finché sarà così, non ho intenzione di smettere di dirlo.”