Il Mediterraneo sta tornando al centro del commercio mondiale a causa delle tensioni geopolitiche e della nascita di nuovi corridoi logistici tra Golfo, Nord Africa ed Europa. In questo scenario il Mezzogiorno, che già movimenta quasi metà del traffico marittimo italiano, può trasformarsi da semplice area di transito in una piattaforma produttiva ed esportatrice, valorizzando porti come Gioia Tauro e Salerno e settori d’eccellenza quali agroalimentare, moda, aerospazio, automotive e biofarmaceutica.
Per cogliere pienamente questa opportunità sono però necessari migliori collegamenti tra porti e distretti industriali, oltre a una gestione più strutturata dell’internazionalizzazione. L’espansione delle PMI verso Nord Africa, Balcani e Medio Oriente comporta infatti nuovi rischi finanziari, soprattutto valutari. Coperture del cambio, monitoraggio delle esposizioni e politiche dedicate diventano quindi strumenti essenziali per proteggere margini e redditività. La competitività futura dipenderà dalla capacità di integrare logistica, produzione e gestione dei pagamenti internazionali.
Di seguito la riflessione a firma di Marta Bonati, Country Manager di Ebury Italia.
Il Mediterraneo al centro dell’economia
La geografia del commercio mondiale sta cambiando e il Mediterraneo è tornato a occupare una posizione strategica che sembrava aver perso negli ultimi decenni. Le tensioni nel Mar Rosso, l’instabilità nello Stretto di Hormuz e le difficoltà di transito attraverso il Canale di Suez hanno costretto compagnie di navigazione e operatori logistici a ripensare rotte, scali e catene di approvvigionamento. Come evidenzia l’Italian Maritime Economy Report 2026, il Mediterraneo non rappresenta più soltanto un corridoio di passaggio tra Atlantico e Indo-Pacifico, ma un’area in cui commercio, produzione ed energia si intrecciano in modo sempre più stretto. In questo scenario, il Mezzogiorno italiano si trova in una posizione particolarmente favorevole per intercettare una quota crescente dei traffici internazionali: oggi il sistema portuale del Sud movimenta quasi la metà del traffico marittimo nazionale secondo SRM, un risultato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato difficilmente immaginabile per un’area storicamente considerata periferica rispetto ai grandi hub del Nord Europa.
Non si tratta soltanto di una risposta contingente alle crisi che interessano gli stretti marittimi. Un’analisi dell’Atlantic Council evidenzia come i Paesi del Golfo stiano accelerando gli investimenti in corridoi terrestri alternativi verso gli sbocchi mediterranei, all’interno di una strategia di integrazione regionale ben più ampia del semplice aggiramento dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è costruire una rete logistica più resiliente, capace di collegare il Golfo al Mediterraneo attraverso Oman, Egitto e Siria. Secondo l’analisi, lo sviluppo di questi corridoi potrebbe intercettare una quota significativa dei flussi che oggi transitano attraverso Hormuz, contribuendo a rendere il Mediterraneo un nodo logistico sempre più centrale. Il progressivo riposizionamento dei flussi commerciali verso il Mediterraneo appare quindi come una trasformazione strutturale del commercio internazionale, destinata a proseguire anche oltre l’emergenza geopolitica.
La stessa direzione emerge dal diciannovesimo Rapporto Export SACE, RE-Agire: l’Italia alla sfida dell’export globale, presentato all’inizio di luglio 2026. Le stime indicano una crescita dell’export italiano di beni del 2% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,8% nel 2028, con l’obiettivo di raggiungere quota 700 miliardi di euro. A sostenere questa dinamica contribuiranno sia il graduale ritorno alla normalità nelle aree di crisi del Medio Oriente sia una crescente diversificazione geografica delle esportazioni italiane. Tra i sedici Paesi individuati da SACE come piattaforme strategiche figurano, non a caso, Marocco ed Egitto, mentre le esportazioni verso i diciotto Paesi prioritari del Piano Mattei hanno già raggiunto un valore di 14,4 miliardi di euro, in crescita del 4,1% rispetto al 2024. Si tratta di mercati che stanno assumendo un peso sempre maggiore nei bilanci delle imprese italiane, comprese quelle PMI che fino a pochi anni fa concentravano la quasi totalità delle proprie vendite all’interno dell’Unione europea.
Il Sud Italia, da punto di transito a piattaforma industriale
Il vantaggio geografico del Mezzogiorno, tuttavia, non si traduce automaticamente in un vantaggio competitivo per il sistema produttivo. Secondo Assiterminal, il potenziale dei porti italiani vale circa 350 miliardi di euro ed è ancora in larga parte inespresso. Oggi quasi il 40% delle merci movimentate via mare è costituito da traffico di transhipment, ossia merci che transitano nei porti italiani esclusivamente per essere trasferite verso altre destinazioni, con Gioia Tauro protagonista assoluto di questo segmento. Per trasformare il Sud in un autentico hub dell’export, e non soltanto in un punto di passaggio, sarà necessario rafforzare i collegamenti intermodali con i principali distretti produttivi del Paese, ancora penalizzati da costi logistici superiori rispetto a quelli sostenuti da hub concorrenti come Rotterdam.
In questo quadro, il porto di Salerno rappresenta un esempio interessante di sviluppo orientato non soltanto al transhipment, ma anche al sostegno diretto delle filiere produttive. Nel 2025 il Salerno Container Terminal ha movimentato 416 mila TEU, con una crescita del 16% rispetto all’anno precedente, già caratterizzato da un incremento dell’export dell’11%. Lo scalo è stato inoltre individuato come porto di riferimento nel Sud Italia sia dal servizio Amerigo di CMA CGM verso il Nord America, sia dalla nuova alleanza Gemini tra Hapag-Lloyd e Maersk, confermando il crescente interesse degli operatori internazionali verso il sistema logistico del Mezzogiorno.
È la stessa logica individuata dall’Atlantic Council per i nuovi corridoi mediorientali (una rete integrata, più che una semplice successione di punti di transito) a delineare le opportunità anche per il sistema produttivo del Mezzogiorno. La progressiva regionalizzazione delle catene del valore, con filiere sempre meno dipendenti da un’unica direttrice globale e sempre più organizzate su scala regionale, apre infatti nuovi spazi competitivi per i comparti in cui il Sud Italia esprime già eccellenze riconosciute: dall’agroalimentare alla moda, dall’aerospazio all’automotive, fino al biofarmaceutico.
Per queste filiere, poter contare su un sistema portuale che non svolga soltanto la funzione di punto di transito significa accorciare le distanze commerciali con mercati in forte espansione come il Nord Africa, i Balcani e il Medio Oriente. Significa, soprattutto, costruire relazioni economiche più dirette con controparti che fino a pochi anni fa rimanevano al di fuori del perimetro commerciale di molte PMI italiane. Una trasformazione che non riguarda soltanto la logistica, ma l’intero processo di internazionalizzazione delle imprese.
La diversificazione geografica verso l’area mediterranea trasforma un’opportunità commerciale in una complessa sfida gestionale. Operare in mercati come Marocco ed Egitto espone le PMI a dinamiche finanziarie inedite rispetto all’Eurozona, richiedendo la gestione di nuovi interlocutori bancari, modalità di pagamento eterogenee e, soprattutto, una maggiore esposizione a rischi valutari volatili.
A questa maggiore complessità si aggiunge un elemento spesso sottovalutato. Le filiere produttive italiane continuano infatti a dipendere in misura significativa dall’importazione di materie prime, componenti e semilavorati. Di conseguenza, l’esposizione al rischio di cambio non riguarda soltanto le esportazioni, ma anche gli acquisti. Oscillazioni dei tassi di cambio possono incidere contemporaneamente sul valore delle vendite e sul costo degli approvvigionamenti, comprimendo i margini anche in presenza di una crescita dei volumi.
Per molte PMI il rischio valutario è rimasto a lungo una variabile marginale, soprattutto quando la maggior parte del fatturato era concentrata nei mercati europei. Oggi lo scenario è diverso. L’espansione verso economie caratterizzate da valute più volatili e meno liquide rispetto a euro, dollaro o sterlina rende il cambio una componente strutturale della redditività di una commessa. Non si tratta più soltanto di quanto si vende, ma del valore effettivo che quell’incasso avrà nel momento in cui verrà convertito in euro.
Dalla copertura alla governance: gestire il cambio valutario come leva strategica
In questo contesto, strumenti di copertura che consentono di fissare in anticipo il tasso di cambio permettono alle imprese di conoscere fin dall’inizio il valore reale di un contratto, indipendentemente dalle oscillazioni valutarie che potranno verificarsi nei mesi successivi. Ma le coperture rappresentano soltanto una parte della soluzione. Con l’aumentare dei mercati serviti cresce infatti la necessità di adottare una gestione più strutturata dell’esposizione valutaria, attraverso policy dedicate, stress test periodici e sistemi di monitoraggio capaci di offrire una visione aggiornata delle esposizioni aperte su più valute. Per molte imprese questo implica un cambiamento culturale prima ancora che operativo. La gestione del rischio di cambio non può più essere affrontata come un’attività residuale della tesoreria o come una decisione da prendere a trattativa conclusa. Diventa invece parte integrante della strategia di internazionalizzazione, al pari della scelta dei mercati di destinazione o della definizione delle politiche commerciali.
In uno scenario caratterizzato da filiere sempre più regionali e da una crescente diversificazione geografica degli scambi, per una PMI esportatrice non conta più soltanto aumentare le vendite, ma preservarne il valore economico. Un apprezzamento dell’euro, a parità di volumi esportati, può ridurre significativamente il valore degli incassi, con effetti tanto più rilevanti quanto minore è il potere negoziale dell’impresa sui prezzi. Le aziende che hanno integrato la gestione del rischio valutario nella propria pianificazione riescono generalmente a stabilizzare margini e risultati anche in contesti caratterizzati da elevata volatilità. Al contrario, chi continua a considerare il cambio una variabile da affrontare soltanto a consuntivo rischia di vedere erosa una parte della redditività proprio mentre amplia la propria presenza sui mercati internazionali.
Il ritorno del Mediterraneo al centro dei traffici globali rappresenta quindi molto più di una trasformazione logistica. Ridisegna le geografie del commercio internazionale e apre nuove prospettive per il sistema produttivo italiano, in particolare per il Mezzogiorno. La vera sfida, tuttavia, non sarà semplicemente raggiungere nuovi mercati, ma farlo con strumenti adeguati a gestire una rete di relazioni commerciali sempre più articolata. In un contesto in cui geopolitica, finanza e logistica sono sempre più interconnesse, competitività industriale e gestione dei pagamenti internazionali sono destinate a diventare due facce della stessa strategia.


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