A quasi vent’anni di distanza, un articolo pubblicato nel gennaio 2008 torna a parlare con sorprendente attualità di cambiamenti climatici, energia e sviluppo sostenibile. A riproporlo è Daniele Menniti, ordinario di Sistemi Elettrici per l’Energia all’Università della Calabria, che rilegge oggi il suo lavoro “Energia e Sviluppo nei piccoli Comuni”, pubblicato sul periodico dell’Unione nazionale Comuni Comunità Enti montani. Già allora il contributo metteva al centro il rapporto tra aumento dei consumi, crescita demografica, dipendenza dai combustibili fossili e rischi climatici, indicando nella produzione da fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica una possibile strada per i territori.
Dal 2008 al 2026, Menniti: “lo scenario sembrava lontano, oggi ne vediamo gli effetti”
Nel suo intervento Menniti ricorda come nel 2008 avesse richiamato anche un rapporto commissionato dal Pentagono sugli effetti di un possibile cambiamento climatico improvviso e sulle conseguenze di un’alterazione della circolazione termoalina atlantica. Nelle pagine originali veniva descritta l’ipotesi secondo cui l’aumento dell’acqua dolce proveniente dallo scioglimento dei ghiacci avrebbe potuto interferire con il sistema di correnti oceaniche, con ripercussioni importanti sul clima.
All’epoca, sottolinea il docente, scenari del genere potevano sembrare quasi appartenenti alla fantascienza, anche per l’impatto sull’immaginario collettivo di film come The Day After Tomorrow. La realtà, osserva Menniti, è molto diversa dalle rappresentazioni cinematografiche: nessuna glaciazione istantanea, ma processi lenti e progressivi che possono svilupparsi nell’arco di decenni. È proprio questa gradualità, secondo il professore, a rendere il cambiamento climatico meno spettacolare ma non meno preoccupante.
Energia, popolazione e combustibili fossili: gli squilibri denunciati quasi vent’anni fa
Uno dei passaggi centrali dell’articolo del 2008 riguardava lo squilibrio tra disponibilità delle risorse, crescita della popolazione mondiale e domanda energetica. Menniti evidenziava allora come una parte minoritaria della popolazione del pianeta concentrasse una quota enorme dei consumi. Nel documento viene citato il caso degli Stati Uniti, che con circa il 4,6% della popolazione mondiale consumavano all’epoca circa il 25% dell’energia globale.
Lo studio sottolineava inoltre il peso dominante delle fonti fossili, indicando petrolio, gas naturale e carbone come protagonisti del sistema energetico mondiale e richiamando la necessità di ridurre progressivamente quella dipendenza. Per Menniti, il nodo rimane ancora oggi quello di trasformare la transizione energetica da dichiarazione di principio a vera politica industriale e territoriale.
Oceani sempre più caldi e “disastro silenzioso”: l’allarme sul clima del 2026
La riflessione del docente parte quindi dal passato per arrivare al presente. Menniti richiama il forte riscaldamento degli oceani, descritti come enormi accumulatori di energia termica capaci di trattenere per lunghi periodi il calore immesso nel sistema climatico. Secondo la sua analisi, è proprio sotto la superficie marina che una parte rilevante della crisi climatica procede lontano dalla percezione quotidiana.
Acque più calde, ricorda il professore, significano condizioni più difficili per numerosi ecosistemi, con una diminuzione dell’ossigeno disponibile e un aumento dello stress per gli organismi marini. Menniti richiama in questo quadro fenomeni come le morie di mitili nell’Adriatico e le necrosi dei coralli, esempi di quello che definisce un «disastro silenzioso», meno immediato di un evento catastrofico improvviso ma capace di produrre conseguenze profonde nel tempo.
“Pensare globale, agire locale”: la ricetta proposta già nel 2008
Rileggere oggi quel lavoro, spiega Menniti, serve soprattutto a recuperare le soluzioni che erano già state indicate. Nel testo del 2008 veniva richiamato il principio nato con Agenda 21, cioè “pensare globale, agire locale”, attribuendo un ruolo centrale alle comunità e agli enti territoriali nella costruzione di modelli di sviluppo sostenibile. Il documento sottolineava come le amministrazioni locali dovessero inserire nei propri programmi azioni orientate alla tutela dell’ambiente, al risparmio energetico e a una gestione più razionale delle risorse.
La proposta era quella di mettere soprattutto i piccoli Comuni in rete, superando limiti economici e organizzativi attraverso una dimensione collettiva. L’obiettivo non era soltanto aumentare la produzione di energia rinnovabile, ma costruire condizioni che consentissero ai territori di affrontare il mercato energetico con maggiore forza e di trasformare la sostenibilità in un’occasione concreta di sviluppo.
Il progetto CRETA dell’Università della Calabria e la rete dei piccoli Comuni
Tra gli esempi illustrati nell’articolo figurava il CRETA, Consorzio Regionale per l’Energia e la Tutela Ambientale, promosso con il coinvolgimento dell’Università della Calabria e nato con l’obiettivo di favorire iniziative nel campo delle energie rinnovabili, dell’uso razionale dell’energia, del risparmio energetico e della pianificazione territoriale. Nel documento si sottolineava la necessità di creare una vera e propria “Grande Rete” dei piccoli Comuni, capace di aggregare domanda, competenze e risorse finanziarie.
Un modello pensato anche per evitare che la transizione energetica diventasse terreno esclusivo di grandi interessi economici o di iniziative speculative. Nella visione proposta da Menniti, i Comuni avrebbero dovuto essere protagonisti delle scelte, utilizzando le opportunità offerte dalle rinnovabili non soltanto per ridurre consumi ed emissioni, ma anche per produrre sviluppo locale, occupazione e maggiore autonomia energetica.
Menniti: “le soluzioni esistevano già, ora bisogna applicarle su larga scala”
È questo il messaggio che il docente dell’Università della Calabria vuole rilanciare nel 2026. Il problema, sostiene, non è soltanto comprendere quanto siano diventati evidenti i cambiamenti climatici, ma riconoscere quanto tempo sia trascorso senza trasformare indicazioni scientifiche e proposte operative in interventi sufficientemente strutturali.
La speranza affidata alla ripubblicazione dell’articolo è quindi quella di cambiare approccio: non limitarsi a reagire all’ennesima emergenza, ma intervenire sulle cause attraverso efficienza energetica, fonti rinnovabili, reti territoriali e programmazione pubblica. Quasi vent’anni dopo, conclude Menniti, la sfida è fare finalmente su larga scala ciò che era già possibile immaginare e progettare nel 2008: costruire un modello energetico e di sviluppo capace di guardare oltre l’emergenza del giorno dopo.


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