Nino Barillà è un figlio del Sant’Agata. Anzi, prima ancora, un figlio di Reggio Calabria. Reggino, nato e cresciuto a Reggio, umanamente e calcisticamente, ha fatto tutta la trafila con la Reggina, squadra della sua città, ha esordito in Serie A e ha segnato il suo primo gol in amaranto alla Juventus, a Gigi Buffon, sotto la Curva Sud. Praticamente un sogno per chiunque sia nato sullo Stretto. Ed è forse anche per questo che il popolo reggino è riuscito a legarsi a lui sin da subito: faccia da bravo ragazzo, tanto impegno, corsa, sacrificio e il pensiero sempre e comunque alla sua città, anche quando – in giro per l’Italia in Serie A e B – rendeva onore alla sua terra mentre la Reggina sprofondava in Serie D.
Proprio per questo, oggi, facciamo fatica a leggere alcuni commenti presenti in rete, sui social, di disprezzo nei confronti dell’ex capitano amaranto. Barillà non farà parte della squadra di Marchionni: il suo contratto è scaduto, non è stato rinnovato, come quello di quasi tutti. Ne sono rimasti in pochi, anzi anche qualcuno di quelli in ritiro potrebbe andare via (Di Grazia su tutti, ma non solo). A parte i primi due anni, l’ultimo di Barillà è stato contraddistinto da acciacchi fisici che ne hanno limitato l’utilizzo e le prestazioni. Il Barillà dei primi due anni, probabilmente, in questa squadra ci sarebbe stato benissimo. Sicuramente, aggiungiamo, il suo apporto di allora (11 e 10 gol nelle due stagioni) avrebbe potuto far fruttare un risultato fruttuoso, anziché i fallimenti di questi tre anni. Ma non è colpa sua.
Se proprio una “colpa” gliela si vuole attribuire è stata quella, per il troppo amore verso maglia e città, di aver svolto “ruoli” non di sua competenza. Ma non per responsabilità sue, ribadiamo. Barillà, in questi tre anni, in mancanza di una vera e propria società, di una proprietà e una dirigenza, non ha fatto solo da calciatore e capitano, ma anche da Direttore Sportivo, Direttore Generale, “parafulmine”. Commettendo degli errori. Per questo, con qualche anno in meno, con questa squadra (centrocampo super, ben presto anche difesa e attacco), e soprattutto con questa proprietà, avrebbe sicuramente reso produttivo il suo impegno.
Ma, lo ripetiamo ancora, non sentiamo di attribuire a lui colpe tali da ripercuotersi nel tenore e nel tono dei commenti letti in questi giorni. Commenti offensivi, sprezzanti, pieni di veleno. Stupisce poi che gli stessi, in gran parte dei casi, provengano da chi in questi tre anni ha difeso Barillà, ergendolo a eroe, a lusso per la categoria, sol perché – probabilmente – faceva comodo “tenere il gioco” a Ballarino. Ora che è arrivato Lotito, l’ex capitano è stato scaricato come uno qualunque. E il tenore di quei commenti velenosi, rivolto per tre anni a chi ha tentato di aprire gli occhi su Ballarino, è stato ripetuto adesso sul giocatore. Con le stesse, identiche, modalità.
Non dovrebbe stupire, in realtà, se proviamo a tornare indietro a questi tre anni, a ciò che abbiamo raccontato su StrettoWeb, alla propaganda societaria che ha alimentato divisioni e odio, ai continui cambi di bandiera frutto dell’umore o del risultato di turno. Non vogliamo tornare indietro. Anzi sì, ad ancora più indietro. Per ricordare i motivi per i quali Nino Barillà andrebbe considerato un figlio di questa terra, senza offese: la crescita al Sant’Agata, con altri grandi come Missiroli, Ceravolo, i fratelli Viola, Di Lorenzo e tanti altri; le soddisfazioni con la Primavera; l’esordio in Serie A con gol alla Juve e a Buffon, con tanto di esultanza sfrenata stile Tardelli nell’82; gli anni in Serie B a sudare; la Serie A e la Serie B a rendere orgoglioso l’amaranto mentre la Reggina annaspava in Serie D; il ritorno negli ultimi anni di carriera per provare a dare una mano alla sua maglia e alla sua città.
Ecco, per tutto questo, per quello che è stato, per le tante cose belle, e anche per gli errori commessi – perché se gli errori sono commessi in buona fede sono sempre perdonabili – giù le mani da Nino Barillà.
Peppe Praticò: “leggo commenti inaccettabili, chi non sa taccia”
Riprendiamo, in tal senso, il post social di Giuseppe Praticò, ex responsabile della comunicazione della Reggina:
“Leggo commenti inaccettabili. Chi oggi si erge a giudice da dietro una tastiera non ha la minima idea di cosa stia parlando: parla solo per dare aria alla bocca, senza conoscere minimamente i fatti. In questi anni complessi per il Club, Nino Barillà non si è limitato a fare il giocatore o a portare una fascia al braccio: ha fatto da scudo. Ha difeso sempre la Reggina, si è caricato sulle spalle un intero ambiente e ha messo la faccia per tutelare questi colori nel mezzo della tempesta, proprio quando in tanti preferivano tirarsi indietro. Il suo lavoro dietro le quinte e le sue battaglie silenziose a telecamere spente hanno un peso incalcolabile.
Semmai servisse una prova della sua caratura, basti ricordare come, nei passaggi più delicati della stagione, abbia preteso che la serenità e la tutela dei collaboratori del Sant’Agata venissero prima della sua. Mettere in discussione oggi il suo valore umano, la sua professionalità e il suo attaccamento alla maglia non è soltanto ingeneroso: è un atto di profonda ignoranza. Prima di sputare sentenze contro chi ha dato l’anima per la causa amaranto serve una cosa sola: il rispetto. E chi non conosce i sacrifici fatti in questi anni, farebbe molto meglio a tacere”.


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