Il dibattito sullo stato dell’economia italiana e sulla competitività del Made in Italy si accende dopo la diffusione degli ultimi dati Istat sulla fiducia di consumatori e imprese e sui risultati dell’export italiano. Da una parte il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso sottolinea i segnali positivi che arrivano dal sistema economico nazionale; dall’altra il presidente del Forum Italiano dell’Export Lorenzo Zurino invita a una lettura più approfondita dei numeri, evidenziando differenze significative tra settori e dimensioni aziendali. Intervenendo in videocollegamento all’evento “La Piazza – Il Bene Comune” in corso a Ceglie Messapica, in Puglia, il ministro Urso ha commentato i dati Istat relativi al mese di agosto, sottolineando il miglioramento della percezione di famiglie e imprese.
“Ci conforta il fatto che l’ultimo dato Istat di oggi ci dice che i consumatori e le imprese italiane accrescono la loro fiducia: è aumentata la fiducia dei consumatori e delle imprese italiane nel mese di agosto il che vuol dire che evidentemente siamo sulla strada giusta anche per quanto riguarda il sostegno agli investimenti produttivi, se pensiamo al successo di transizione 5.0“, rimarca Urso. Secondo le rilevazioni Istat, ad agosto il clima di fiducia dei consumatori è salito da 94,2 a 94,5, mentre l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese è aumentato da 95,7 a 96,9.
Urso: “Siamo sulla strada giusta” grazie alla fiducia e agli investimenti produttivi
Le parole del ministro Urso si inseriscono in un quadro nel quale il Governo evidenzia il ruolo degli incentivi agli investimenti e delle politiche industriali nel sostenere la crescita. Secondo il ministro, il miglioramento della fiducia rappresenta un segnale incoraggiante per il sistema produttivo italiano, soprattutto in relazione agli strumenti dedicati alla trasformazione tecnologica delle imprese, come il programma Transizione 5.0. Il dato positivo sulla fiducia arriva però in un momento in cui il confronto sulla reale solidità della crescita dell’export italiano resta aperto. Proprio su questo punto interviene Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export, che non mette in discussione i risultati comunicati dal ministro, ma chiede una lettura completa delle statistiche. “Non contesto al ministro Urso i numeri dell’export. Chiedo semplicemente di leggerli tutti“, evidenzia Zurino.
Export italiano in crescita, ma il valore aumenta più dei volumi
Secondo Zurino, il dato più importante riguarda la differenza tra la crescita del valore delle esportazioni e quella delle quantità effettivamente esportate. “La crescita esiste ed è un risultato positivo per il Paese”, sottolinea. “Ma il dato Istat definitivo sul primo semestre 2026 dice qualcosa in più: l’export italiano è aumentato del 4,5% in valore, ma soltanto dello 0,7% in volume”. Una differenza che, secondo il presidente del Forum Italiano dell’Export, non può essere ignorata. Il valore complessivo delle esportazioni italiane ha raggiunto 337,2 miliardi di euro, ma l’aumento dei volumi risulta molto più contenuto. La composizione della crescita mostra inoltre una forte concentrazione in alcuni comparti specifici.
Nel primo semestre 2026 hanno contribuito soprattutto le esportazioni di metalli di base e prodotti in metallo, cresciute del 28,9%, i prodotti petroliferi raffinati, aumentati del 23,3%, e gli autoveicoli, con un incremento dell’8,3%. “Sono numeri importanti, che vanno salutati positivamente“, osserva Zurino. “Ma dimostrano anche perché una media nazionale non può diventare automaticamente la fotografia indistinta delle condizioni dell’intero Made in Italy”.
La manifattura italiana mostra una crescita disomogenea
Uno degli elementi più rilevanti riguarda il settore della manifattura, cuore storico del sistema produttivo italiano. Nei primi cinque mesi del 2026 l’export manifatturiero è cresciuto del 3,4%. Tuttavia, secondo l’elaborazione dell’Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat, eliminando il contributo dei metalli e prodotti in metallo, la variazione scende a -0,1%. Per Zurino questo dato evidenzia una situazione più complessa rispetto al quadro generale: “Tolto un comparto particolarmente dinamico, una parte molto ampia della manifattura italiana risulta sostanzialmente ferma”. Il tema centrale diventa quindi la distribuzione della crescita: alcuni comparti riescono a trainare il dato nazionale, mentre molte realtà produttive, soprattutto quelle legate alle micro e piccole imprese, continuano ad affrontare difficoltà.
Stati Uniti, il mercato chiave dove emergono le maggiori difficoltà per le piccole imprese
Il confronto diventa ancora più delicato guardando agli Stati Uniti, uno dei principali mercati di riferimento per il Made in Italy. Nel primo semestre 2026 l’export italiano verso gli Usa è cresciuto complessivamente del 2%, ma a giugno l’incremento tendenziale si è fermato allo 0,4%. Secondo l’analisi citata da Zurino, considerando il periodo tra agosto 2025 e maggio 2026, l’export manifatturiero italiano verso gli Stati Uniti ha registrato complessivamente un aumento del 2,9%.
Il quadro cambia però escludendo il settore farmaceutico: in quel caso la variazione diventa negativa, pari a -1,3%. Ancora più pesante è il dato relativo ai comparti dove è maggiore la presenza di micro e piccole imprese italiane, come alimentare, moda, legno-arredo, gioielleria, occhialeria, articoli sportivi e giochi. In questi settori la flessione arriva all’8,3%. “Il +2% americano e il -8,3% delle produzioni a maggiore presenza di micro e piccole imprese possono essere contemporaneamente veri“, sottolinea Zurino. “Proprio per questo bisogna evitare che il primo numero cancelli politicamente il secondo”.
Il caso della farmaceutica e la necessità di distinguere i diversi modelli industriali
Il presidente del Forum Italiano dell’Export richiama poi l’attenzione sul peso della farmaceutica, un comparto che rappresenta una componente fondamentale delle esportazioni italiane ma che presenta caratteristiche particolari. Nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026, l’Istat evidenzia come nel settore farmaceutico il valore dell’import-export sia generato quasi interamente da imprese multinazionali, prevalentemente a controllo estero. Inoltre, i flussi commerciali con Stati Uniti e Cina possono essere influenzati anche da strategie di riorganizzazione degli scambi e da operazioni interne ai gruppi industriali. “Non significa certamente sminuire la farmaceutica, che è una componente fondamentale dell’export italiano”, precisa Zurino. “Significa distinguere fenomeni industriali diversi quando vogliamo capire come stanno realmente le piccole imprese del Made in Italy”.
Anche il dato 2025 deve essere analizzato nella sua composizione
La stessa attenzione, secondo Zurino, deve essere applicata anche ai risultati dell’export italiano nel 2025, cresciuto complessivamente del 3,3%. Un risultato positivo, ma che secondo il presidente del Forum Italiano dell’Export deve essere interpretato considerando i settori che hanno maggiormente contribuito alla crescita. Tra questi figurano gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici, aumentati del 28,5%, i metalli e prodotti in metallo, cresciuti del 9,8%, e i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, con un incremento dell’11,6%. “Ancora una volta il dato generale è vero. Ma la sua composizione racconta una storia molto più articolata”, afferma Zurino.
Dazi Usa, Zurino: “Il problema esiste ma servono equilibrio e realismo”
Nel confronto sull’export italiano entra anche il tema dei dazi statunitensi, sul quale Zurino invita a evitare sia allarmismi sia sottovalutazioni. Il quadro commerciale tra Unione europea e Stati Uniti prevede per la maggior parte delle esportazioni europee un tetto tariffario complessivo del 15%, con alcune eccezioni e senza una sovrapposizione automatica delle aliquote quando il dazio MFN sia già pari o superiore al 15%.
“Non è corretto dire che ogni prodotto italiano abbia ricevuto improvvisamente quindici punti percentuali aggiuntivi di dazio”, precisa. “Ma sarebbe altrettanto scorretto sostenere che il problema tariffario non esista”. Secondo il presidente del Forum Italiano dell’Export, molte imprese italiane hanno assorbito parte dell’impatto attraverso una riduzione dei margini e una rinegoziazione dei rapporti commerciali. “Le aziende italiane hanno reagito comprimendo i margini, rinegoziando con gli importatori e difendendo le proprie quote di mercato. Questa capacità di resistenza va riconosciuta alle imprese. Ma resistere a un dazio non significa non averlo subito”, rimarca.
“Non è una disputa politica, ma una questione di metodo”
Il punto centrale della posizione di Zurino riguarda quindi il metodo di lettura dei dati economici: “al ministro Urso riconosco i dati positivi. Ma proprio perché rappresentiamo le imprese dobbiamo andare oltre i titoli”. Secondo il presidente del Forum Italiano dell’Export, il +4,5% dell’export nel primo semestre 2026 deve essere letto insieme al +0,7% dei volumi, alla concentrazione della crescita in alcuni comparti e alle difficoltà delle piccole imprese sul mercato statunitense. “Non sono opinioni. Sono numeri”. Da qui l’invito a non utilizzare il dato generale come unica misura della competitività del Paese.
“Una parte dell’Italia produttiva certamente lo è. Un’altra sta combattendo per mantenere mercati e marginalità”, conclude Zurino. “Il compito della politica non è scegliere il numero che rassicura di più, ma leggere anche quello che preoccupa di più”. La sfida futura, secondo il presidente del Forum Italiano dell’Export, sarà duplice: difendere la presenza italiana negli Stati Uniti e contemporaneamente accelerare la ricerca di nuovi mercati internazionali. “Se vogliamo davvero proteggere il Made in Italy, dobbiamo difendere la presenza negli Stati Uniti e contemporaneamente accelerare la diversificazione verso le nuove geografie della domanda internazionale. Un Paese esportatore è tanto più forte quanto meno è vulnerabile alla crisi di un singolo mercato“, conclude.






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