“Spett.le Redazione, mi chiamo Roberto Zerotti, da cacciatore calabrese, e soprattutto da persona che vive il territorio e lo frequenta per gran parte dell’anno, credo sia doveroso rispondere alle dichiarazioni del Consigliere Laghi pubblicate sulla preapertura della stagione venatoria 2026/2027. Prima di tutto una precisazione: parlare genericamente di “riapertura anticipata della caccia” rischia di creare nell’opinione pubblica un’immagine completamente diversa dalla realtà. La preapertura non significa aprire la caccia indiscriminatamente a tutta la fauna selvatica”. E’ questa la segnalazione inviata da un cacciatore calabrese, Roberto Zerotti.
“Il calendario venatorio regionale prevede un regime estremamente circoscritto: complessivamente sono soltanto quattro le specie interessate dalla preapertura, con giornate, modalità e limiti ben precisi. Per colombaccio, gazza e cornacchia grigia il prelievo nelle giornate iniziali è previsto esclusivamente da appostamento, mentre la quaglia ha una specifica giornata di preapertura. L’apertura generale resta fissata al 20 settembre. Quindi sarebbe opportuno parlare di ciò che realmente è stato approvato, non rappresentare la preapertura come se dal 2 settembre fosse consentita una caccia generalizzata alla fauna calabrese”.
“Ma veniamo agli incendi. Nessun cacciatore serio può negare la gravità degli incendi e i danni che provocano alla fauna, alla vegetazione e all’intero territorio. Proprio per questo, però, sorprende che si voglia utilizzare questa tragedia per attaccare automaticamente la caccia e i cacciatori. La Calabria non è un territorio uniforme, dire che la Regione è semplicemente colpita da una “prolungata siccità” e utilizzare questa affermazione come argomento assoluto per contestare la preapertura significa ignorare la realtà delle diverse zone calabresi”.
“Chi frequenta realmente i nostri monti sa bene che in moltissime aree montane, soprattutto nel pomeriggio, i contrasti termici determinano temporali e precipitazioni anche importanti. La situazione meteorologica e quella ambientale non possono essere descritte con una fotografia unica valida per tutta la Calabria. E soprattutto c’è un altro aspetto che meriterebbe maggiore attenzione”.
“Dove erano e dove sono i cacciatori durante l’estate? Sono persone che frequentano quotidianamente campagne, montagne, boschi e aree rurali, vedono movimenti sospetti, focolai, persone che frequentano il territorio e situazioni che spesso chi vive in città non vede. In molte zone i cacciatori collaborano concretamente alla sorveglianza del territorio e alla prevenzione degli incendi, in diversi casi sono proprio loro ad accorgersi tempestivamente di un principio d’incendio e a segnalarlo. Questo non significa certamente attribuire ai cacciatori il merito esclusivo della prevenzione degli incendi: sarebbe sbagliato”.
“Il lavoro di Regione, Calabria Verde, Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Comuni, Forze dell’ordine e volontariato è fondamentale. Ma è altrettanto sbagliato cancellare completamente il contributo di chi il territorio lo vive ogni giorno. E c’è una domanda che sarebbe interessante porre anche a chi critica la caccia. Se davvero gli incendi rappresentano una minaccia così grave per la fauna, perché non chiedere a tutte le associazioni ambientaliste di mobilitarsi concretamente sul territorio? Pulizia, prevenzione, controllo, segnalazione tempestiva dei focolai, monitoraggio delle aree più a rischio: sono attività che non dovrebbero avere un colore politico o ideologico”.
“E allora perché non organizzare una grande mobilitazione ambientalista nelle aree dove la caccia è vietata? Perché ci sono territori nei quali il cacciatore non può nemmeno entrare per svolgere la propria attività, ma nei quali sono invece consentite altre forme di frequentazione, dal trekking ai picnic e ad altre attività ricreative. Se un’area è davvero così preziosa per la fauna, dovrebbe essere preziosa soprattutto per la sua prevenzione e manutenzione, non si può pretendere di proteggere la natura semplicemente tracciando un confine sulla carta e vietando la caccia”.
“La conservazione della fauna richiede gestione, monitoraggio, prevenzione e presenza sul territorio. E arriviamo al tema delle cosi dette cacce in deroga, nell’articolo viene tirato fuori il fringuello, specie che pesa circa 20 grammi, quasi a voler costruire ancora una volta l’immagine del cacciatore come di una persona interessata soltanto ad abbattere piccoli uccelli. Ma perché citare una singola specie e non spiegare l’intero problema? Quando si parla di eventuali interventi in deroga bisogna parlare di gestione faunistica e di prevenzione dei danni, non costruire slogan”.
“Esistono specie che possono determinare danni significativi alle produzioni agricole, come storni e colombidi, e in diverse Regioni italiane vengono adottati provvedimenti di controllo proprio per tutelare colture e produzioni agricole, nel rispetto delle procedure previste dalla normativa. Quindi, se si vuole discutere seriamente di fauna, agricoltura e caccia, bisogna parlare dell’intero quadro e non scegliere soltanto l’esempio più emotivamente efficace”.
“Il cacciatore non è il nemico della fauna, è una persona che paga tasse e concessioni, acquista assicurazioni, frequenta il territorio, sostiene economicamente attività commerciali e partecipa, direttamente o indirettamente, alla gestione faunistica. La caccia alimenta una filiera fatta di armerie, produttori e rivenditori di munizioni, abbigliamento e calzature, officine, agriturismi, ristorazione, strutture ricettive, negozi specializzati, aziende cinofile, allevatori, produttori di attrezzature e numerose altre attività”.
“Una ricerca Nomisma-Federcaccia quantifica in 7,5 miliardi di euro l’indotto economico collegato alla caccia in Italia e attribuisce ulteriori valori alla gestione ambientale, al valore sociale e ad altri effetti economici e ambientali, arrivando a una stima complessiva di circa 8,5 miliardi di euro annui. Non significa che la caccia debba essere difesa soltanto perché produce economia, significa però che, quando si discute del futuro della caccia, sarebbe serio ricordare che dietro quella parola ci sono persone, famiglie, lavoratori e imprese”.
“Ci sono piccoli negozi che vivono anche grazie a questa attivita’, ci sono armerie, aziende di munizioni, produttori di abbigliamento, agriturismi e attività ricettive che aspettano la stagione venatoria, ci sono interi territori rurali nei quali la presenza dei cacciatori rappresenta anche una componente dell’economia locale. E c’è un’ultima cosa che andrebbe ricordata, il cacciatore non ama meno la natura di chi si definisce ambientalista. La frequenta semplicemente in maniera diversa”.
“Chi va a caccia vede il bosco all’alba, conosce sentieri e vallate, osserva le stagioni, nota gli spostamenti degli animali e si accorge dei cambiamenti del territorio, per questo sarebbe molto più utile smettere di contrapporre automaticamente cacciatori e ambiente. La tutela della fauna non si fa con gli slogan, si fa vivendo il territorio, conoscendolo, gestendolo e soprattutto contribuendo concretamente a proteggerlo. E chi il territorio lo vive ogni giorno, cacciatori compresi, merita di essere ascoltato e non demonizzato”.


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