Salvatore Borsellino: “Meloni la smetta di dire di ispirarsi alla figura di Paolo”. Il premier: “non arretreremo sulla ricerca della verità”

Alla vigilia del 34esimo anniversario dell’attentato al giudice Paolo Borsellino, il fratello contesta il governo sui temi dell’antimafia. Il premier replica: "Non arretreremo di un millimetro"

È uno scontro sulla memoria di Paolo Borsellino e sulla lotta alla mafia quello che si apre alla vigilia del 34° anniversario della strage di via D’Amelio, l’attentato del 19 luglio 1992 in cui persero la vita il magistrato palermitano e i cinque agenti della sua scorta. Ad accendere il confronto è stato Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso dalla mafia, che in un’intervista video rilasciata al sito di informazione Diecimedia ha rivolto parole durissime alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, contestando l’utilizzo della figura del fratello da parte del governo e criticando alcune scelte in materia di giustizia e contrasto alla criminalità organizzata. “L’attacco è diretto. Nessuno deve appropriarsi della figura di suo fratello. Nemmeno la presidente del Consiglio”, è il messaggio con cui Salvatore Borsellino apre il suo intervento, chiedendo che il nome e l’eredità del magistrato non vengano richiamati senza un coerente impegno sui principi che hanno guidato la sua attività.

Salvatore Borsellino contro il governo: “smetterla di dire di ispirarsi alla figura di Paolo”

Il punto centrale della contestazione riguarda il rapporto tra le parole dedicate alla memoria di Paolo Borsellino e le politiche adottate dall’esecutivo sui temi della giustizia e dell’antimafia. “A lei non posso che lanciare il messaggio di smetterla di dire di ispirarsi alla figura di Paolo, quando invece quello che sta facendo questo Governo è distruggere sistematicamente tutti quei mezzi che lui e Giovanni Falcone avevano lasciato alla magistratura per permettere di combattere la mafia”, rimarca. Secondo Salvatore Borsellino, alcuni strumenti considerati fondamentali nella stagione successiva alle stragi del 1992 sarebbero stati progressivamente indeboliti, con conseguenze sulla capacità dello Stato di contrastare le organizzazioni mafiose. Le sue parole arrivano in un momento particolarmente significativo, a pochi giorni dalla commemorazione della strage di via D’Amelio, una delle pagine più drammatiche della storia italiana recente.

Meloni replica: “non arretreremo di un millimetro”

In serata è arrivata la risposta del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta attraverso i social. “Il lavoro encomiabile della commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo per restituire agli italiani la verità sulla strage di via D’Amelio è un punto d’orgoglio per Fratelli d’Italia. Il ringraziamento pubblico di Lucia Borsellino conferma che la via è quella giusta. Non arretreremo di un millimetro”, evidenzia Meloni.

41 bis, ergastolo ostativo e intercettazioni: le critiche di Borsellino

Nel corso dell’intervista, Salvatore Borsellino ha poi concentrato le proprie critiche sugli strumenti normativi nati dopo le stragi mafiose degli anni Novanta. “Il 41 bis, l’ergastolo ostativo, leggi sui collaboratori di giustizia, le intercettazioni – spiega – facevano parte di quello che venne chiamato il decreto Falcone. Ecco tutto questo è stato spazzato via. Oggi Palermo è piena di ergastolani usciti dalla galera senza mai aver collaborato con la giustizia che dal carcere continuano a gestire la loro famiglia mafiosa”.

Secondo il fratello del magistrato, “il progressivo ridimensionamento di alcuni strumenti di contrasto avrebbe creato nuove difficoltà nella lotta a Cosa nostra, soprattutto nei confronti dei boss condannati all’ergastolo che, una volta tornati in libertà, potrebbero continuare a esercitare un ruolo nelle organizzazioni criminali. Borsellino ha inoltre affrontato anche il tema delle celebrazioni della strage di via D’Amelio, facendo riferimento a un episodio che lo avrebbe coinvolto direttamente”.

La nuova rivelazione sulla strage di Capaci e la “pista nera”

Nel corso dell’intervista a Diecimedia, Salvatore Borsellino ha inoltre espresso una nuova valutazione sulla possibile matrice dell’attentato di via D’Amelio, collegandola alla cosiddetta pista nera e al ruolo dell’eversione. “Paolo viene ucciso per evitare che testimoniasse che qualcuno dei suoi compagni di gioventù aveva partecipato insieme con Stefano Delle Chiaie alla preparazione della strage di Capaci”, aggiunge. Una ricostruzione che si inserisce nel dibattito sulle diverse ipotesi relative ai mandanti e ai motivi che portarono all’eliminazione del giudice Borsellino, a distanza di oltre tre decenni dall’attentato. Borsellino ha poi criticato il lavoro della Commissione parlamentare Antimafia, sostenendo che alcune ricostruzioni istituzionali rischierebbero, a suo giudizio, di escludere altri scenari investigativi.

“Dai depistaggi di Stato – sottolinea – si è arrivati a un vero e proprio depistaggio istituzionale che è quello che sta portando avanti una commissione parlamentare Antimafia che vuole cancellare la presenza dei servizi nelle stragi nel nostro Paese. La presenza dell’eversione nera delle stragi che da Piazza Fontana in poi ha contraddistinto la storia del nostro Paese. E si vuole anche addebitare la strage di via D’Amelio a un fantomatico dossier mafia-appalti che mai avrebbe potuto giustificare l’accelerazione di questa strage”.

La tesi sul dossier mafia-appalti e la trattativa Stato-mafia

Il riferimento riguarda la tesi sostenuta dall’Antimafia nazionale, secondo cui l’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose negli appalti avrebbe rappresentato uno dei possibili moventi dell’accelerazione che portò alla strage di via D’Amelio. Salvatore Borsellino ha però contestato questa ricostruzione, collegando invece l’uccisione del fratello alla necessità di impedirgli di rivelare informazioni che avrebbe acquisito nei giorni precedenti alla sua morte. “E io oggi, mentre a lungo ho pensato che l’assassinio di mio fratello fosse stato perpetrato per via della trattativa Stato-mafia, che c’è effettivamente stata – conclude Borsellino – invece ritengo che sia stato ucciso per fare in modo che non rivelasse all’autorità giudiziaria quello che aveva scoperto in quei giorni. Cioè che qualcuno dei suoi compagni di gioventù aveva partecipato insieme con Stefano Delle Chiaie alla preparazione di quella strage di Capaci”.