Una storia di fede, incontri e servizio raccontata con semplicità e profondità. Don Giovanni Zampaglione, dopo aver raggiunto il traguardo dei 200 mila followers, ha scelto di raccontarsi ripercorrendo le tappe più importanti della sua vita, ancora prima della sua ordinazione sacerdotale. Un percorso nato da bambino, quando la parrocchia era già il centro delle sue giornate, e maturato negli anni attraverso la formazione in Seminario, l’incontro con sacerdoti che hanno accompagnato la sua crescita e il desiderio di dedicare la propria esistenza a Dio e agli altri.
Nel racconto emergono la sua vocazione, il rapporto con le persone incontrate nel ministero, l’attenzione verso gli ultimi, i progetti realizzati per le comunità affidategli e il significato profondo del suo essere sacerdote.
Quando ha capito per la prima volta di voler diventare sacerdote? C’è stato un momento, una persona o un episodio preciso che ha acceso la sua vocazione?
“Mi chiamo Giovanni Zampaglione. Sin da ragazzo, all’età tra gli otto e i nove anni, ero un frequentatore della parrocchia. La mia giornata era divisa tra la scuola e la parrocchia. Facevo di tutto per andare a messa, mattutina o pomeridiana. Il più delle volte, pur di uscire in tempo da casa per andare a incontrare il mio Gesù, mi capitava di fare i compiti “per strada”. La mia è una vocazione che definisco sin da piccolo e chi l’ha curata spiritualmente è stato un sacerdote: don Rosario Marchionibus, al quale, terminate le scuole elementari, ho confidato il mio desiderio di entrare in Seminario. Egli, con grande gioia, mi presentò con una lettera al rettore don Filippo Curatola, prima del mio ingresso in Seminario”.
A cosa ha rinunciato o quale strada avrebbe potuto scegliere prima di dedicare la sua vita a Dio e agli altri?
“Questa è stata l’unica strada che ho scelto sin dall’inizio. Una scelta che ho maturato sempre di più in Seminario grazie ai miei formatori e al mio padre spirituale, decidendo di offrire tutta la mia vita al Signore, per la Chiesa e per i miei fratelli”.
Qual è il gesto che compie ogni giorno e che rappresenta meglio la sua missione?
“Il gesto che rappresenta più profondamente e meglio la mia missione è l’Eucaristia, in particolare il momento della consacrazione e della frazione del pane, unito al gesto del perdono, l’assoluzione al confessionale. Entrambi esprimono il mio essere “strumento di Cristo”, per farmi nutrimento e misericordia per il prossimo”.
Quali persone incontra più spesso nel suo servizio e in che modo cerca di cambiare, anche solo un poco, la loro giornata o la loro vita?
“Nel mio ministero quotidiano incontro spesso bambini, giovani, adulti e malati. Dedico spesso il mio servizio agli ultimi, ai poveri. Con i gesti cerco di comunicare accoglienza e vicinanza, senso di solidarietà e soprattutto amore verso i bisognosi. Unisco le parole di speranza a gesti concreti per fare sentire loro che non sono dimenticati, ma amati”.
Ci racconti una grande cosa che ha realizzato per la comunità: un progetto, un’opera, un’iniziativa o un momento di cui è particolarmente orgoglioso.
“C’è una data importante che rimarrà impressa nel mio cuore: 8 settembre 2013, l’arrivo di quattro suore della “Fraternità intercongregazionale Shalom” presso la mia comunità, fortemente volute da me. Delle perle preziose che hanno lavorato nella vigna del Signore per otto anni. Di iniziative portate avanti potrei fare un lungo elenco. Ho fondato un blog portato avanti da alcuni giovani. Sono tante anche le feste patronali delle due parrocchie di Masella e Montebello organizzate, che vedono la presenza di tantissime persone”.
C’è una persona o una storia incontrata durante il suo cammino che le ha fatto capire quanto fosse importante la scelta che ha compiuto?
“Dovrei fare tantissimi nomi di sacerdoti, ma ne faccio solo uno: don Pietro Polimeni, che durante i miei anni sacerdotali mi ha incoraggiato ad andare avanti e a non arrendermi mai. Lo ringrazio. Oggi non c’è più, è in cielo”.
Quando la sera ripensa alla sua giornata, cosa le fa dire: “Ecco perché ho scelto questa vita”? Quale messaggio vorrebbe che arrivasse a chi ascolterà la sua canzone?
“Nel silenzio della sera ripenso ai volti incontrati e alla fatica della giornata. Tra le debolezze umane e la gioia di aver portato una parola di conforto, speranza e perdono. È bello essere un “canale dell’amore di Dio” e un riflesso della Sua misericordia nel mondo. A chi ascolta la mia canzone vorrei che arrivasse un messaggio sul senso profondo della vita. In questo cammino penso spesso a quanti, come me, hanno scelto questa strada di farsi sacerdoti. Vorrei concludere con una frase che mi ha colpito molto: “Tu sei l’uomo di Dio – l’uomo libero capace di donarsi a tutti. Voglio essere libero per essere veramente del Signore e delle comunità a me affidate. Il sacerdozio che ho ricevuto non è mio: in quanto sono Cristo per voi e con voi”.


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