“È una delle frustrazioni più comuni tra i cittadini: ci si impegna a separare meticolosamente i rifiuti, la percentuale di raccolta differenziata del proprio Comune sale, ma la bolletta della TARI rimane invariata o, addirittura, aumenta. Per comprendere questo paradosso, bisogna analizzare come è strutturata la tariffa, come cambiano i costi industriali della raccolta e, soprattutto, come cambia la natura stessa del lavoro quando si passa da un’economia lineare a una circolare”. Lo afferma l’Ing. Francesco Cancellieri, Coordinatore Nazionale Aree Protette e Paesaggi di SIGEA-APS Presidente Associazione per lo Sviluppo SOstenibile e Centro di Educazione Ambientale Messina APS in breve AssoCEA Messina APS, Componente CNES Comitato per l’Educazione alla Sostenibilità – Agenda 2030 della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO e già Delegato CER Macchia Mediterranea, Desertificazione dei Suoli e Paesaggio di Slow Food Sicilia (2021-2025).
“Perché la TARI non scende?”
“La TARI deve coprire per legge il 100% dei costi del servizio di gestione dei rifiuti. Quando un Comune aumenta la percentuale di raccolta differenziata, i costi non spariscono, ma cambiano voce a bilancio. Ecco i motivi principali per cui la tariffa fatica a scendere:
- Il costo della logistica e del personale: passare dai grandi cassonetti stradali alla raccolta porta a porta (il metodo più efficace per alzare le percentuali) richiede molti più mezzi e, soprattutto, molto più personale. Il costo del lavoro diventa la voce più pesante del bilancio.
- Costi fissi vs Costi variabili: gran parte della TARI è composta da costi fissi (ammortamento dei mezzi, spazzamento delle strade, spese amministrative) che non diminuiscono solo perché si produce meno indifferenziato.
- Quantità vs Qualità: una percentuale alta di differenziata non significa automaticamente alta qualità. Se la plastica o la carta sono molto “sporche” (contaminate da altre frazioni), i consorzi di filiera (come il CONAI) riconoscono al Comune contributi molto bassi o nulli, e il costo di selezione e scarto negli impianti intermedi aumenta vertiginosamente.
- Il deficit impiantistico: in molte zone d’Italia mancano gli impianti di trattamento (ad esempio, i biodigestori per l’umido). Questo significa che i rifiuti differenziati devono viaggiare per centinaia di chilometri, facendo schizzare in alto i costi di trasporto“, evidenzia Cancellieri.
“Da ‘Rifiuti Zero’ al lavoro: il cambio di paradigma”
“L’idealizzazione della filosofia “Rifiuti Zero” (Zero Waste) porta con sé un profondo cambiamento strutturale che spesso non viene spiegato chiaramente ai cittadini: sposta l’investimento dal “buco” al lavoro. Nel vecchio modello (l’economia lineare), la gestione dei rifiuti era a bassa intensità di lavoro. Si raccoglieva tutto insieme e lo si gettava in un “buco” (la discarica) o in un forno (l’inceneritore). Era un sistema molto inquinante, ma logisticamente semplice e con costi operativi relativamente bassi a breve termine”, rimarca Cancellieri.
“Il modello Rifiuti Zero, al contrario, è ad altissima intensità di lavoro. Richiede:
- Operatori che passano casa per casa.
- Personale negli impianti di selezione che divide i vari tipi di polimeri plastici.
- Tecnici, comunicatori ambientali, riparatori e riciclatori.
Si smette di pagare per l’uso distruttivo del territorio (la discarica) e si inizia a pagare il tempo e l’intelligenza delle persone necessarie per recuperare materia”, spiega.
“Il ‘Valore dell’Ambiente’ non contabilizzato”
“Se la raccolta differenziata costa tanto, perché la facciamo? La risposta sta in quello che gli economisti chiamano esternalità. Il problema dei bilanci comunali e della TARI è che misurano solo i flussi di cassa (gli euro spesi), ma non contabilizzano il Valore dell’Ambiente. Quando si butta una tonnellata di plastica in discarica, la TARI non ti fa pagare:
- L’inquinamento delle falde acquifere.
- Le emissioni di gas serra.
- Il costo dell’estrazione di nuovo petrolio per produrre altra plastica.
- L’impatto sanitario sulla popolazione locale“, evidenzia.
“Questi costi enormi vengono scaricati sulla collettività (spese sanitarie, bonifiche, disastri climatici) ma non compaiono nella bolletta dei rifiuti. Per comprendere appieno questa complessa dinamica tra indicatori economici ed ecologia, è fondamentale il richiamo al volume “Misurare il Valore dell’Ambiente” di Francesco La Camera. Nel suo saggio, l’autore (uno dei massimi esperti internazionali di economia ambientale e sviluppo sostenibile) affronta esattamente questo nodo cruciale: la necessità di superare la contabilità tradizionale – basata esclusivamente sui flussi finanziari correnti – per integrare nei bilanci pubblici e privati il reale valore del capitale naturale”, prosegue Cancellieri
“Come evidenzia La Camera, l’attuale sistema di calcolo economico è “cieco” di fronte al depauperamento delle risorse naturali. Finché non avremo strumenti sistemici in grado di quantificare economicamente i benefici a lungo termine della tutela ambientale e i danni occulti dell’inquinamento, politiche virtuose come la transizione verso i “Rifiuti Zero” rischieranno sempre di apparire, a un’analisi superficiale e contabile, come un mero “costo” amministrativo, anziché come il più vitale (e redditizio) degli investimenti sul nostro futuro. Al contrario, la raccolta differenziata previene questi danni. Genera un immenso “Valore dell’Ambiente” (risparmio di materie prime, riduzione di CO2, meno malattie), ma poiché questo valore non si traduce in un assegno staccato a favore del Comune, non può essere usato per abbassare la TARI. In sintesi: con una TARI stabile (o leggermente più alta) in un regime di forte raccolta differenziata, stiamo smettendo di contrarre debiti invisibili con l’ambiente, scegliendo di pagare stipendi reali per mantenere il pianeta abitabile”, conclude.




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