Panella e Righi: il luglio infinito in cui il basket della Viola creava uomini

Tra due palestre scolastiche, un caldo impossibile e un’idea di pallacanestro senza scorciatoie, negli anni ’80 la Viola costruiva carattere prima ancora che giocatori

Di Alessio Marrari – Basta uno sguardo a quella foto e non è più un ricordo che riaffiora. È qualcosa che ti prende e ti riporta dentro, come se la porta del tempo non si fosse mai chiusa. È la palestra dell’Istituto Industriale “Panella” di Reggio Calabria. E in un istante non è più una palestra: è quell’estate. Siamo più o meno tra luglio 1985 e luglio 1986, e il caldo non era un dettaglio ma una presenza costante, quasi solida. Quaranta gradi dentro, forse di più, senza aria condizionata, senza sollievo. Eppure si entrava lo stesso. Ogni giorno. A volte due volte al giorno, mattina e pomeriggio. E si lavorava fino a non averne più.

Fondamentali, trattamento di palla, passaggi ripetuti fino a consumarli, tiro, atletica. Non c’era nulla di decorativo, nulla di superfluo. Solo lavoro. Ripetizione. Crescita. Con noi c’erano gli istruttori della vecchia Viola, quelli veri, quelli che non cercavano di piacere ma di costruire. Severi soprattutto d’estate, quando non c’erano attenuanti e si faceva sul serio. Era lì che si diventava qualcosa, o almeno si iniziava a provarci. Il “Panella” era questo: sudore, voci che tagliavano l’aria, palloni che non smettevano mai di rimbalzare. E quando non era il Panella, era il “Righi”, la palestra dell’istituto per geometri. Un altro luogo che oggi sembra irreale solo a pensarci. Stesse condizioni, stesso caldo, stessa fatica portata all’estremo. Non esisteva ancora il Palacalafiore. Non esisteva ancora il Centro Sportivo Viola. Le squadre giovanili si arrangiavano dentro le palestre delle scuole superiori della città.

E proprio lì si formava tutto: non solo la tecnica, ma un modo di stare al mondo. Poi finiva l’allenamento ma, in realtà, non finiva niente: si proseguiva sempre, in simbiosi. Si passava alle case al mare, alle giornate che continuavano insieme. Compagni di squadra sempre, dentro e fuori. Non c’era separazione. Era una sola cosa. E intanto il basket era ovunque, anche se lo vedevamo solo da lontano. Stati Uniti contro Unione Sovietica, la Jugoslavia, la Spagna, prima ancora della Grecia di Galis e Giannakis. Magic e Bird già scolpiti nella leggenda. Jordan ancora in costruzione, un destino che stava prendendo forma. E Kobe Bryant, allora, era solo un ragazzino a bordo campo mentre suo padre Joe si allenava. Joe Bryant. E noi lì, a respirare tutto questo come se fosse normale.

La Viola di quegli anni era un riferimento vero, uno dei settori giovanili più seri e riconosciuti d’Italia. Guidata dalla visione di Gaetano Gebbia e da uno staff che non lasciava nulla al caso. E sopra tutto, il Giudice Viola e l’ingegnere Scambia, che tenevano insieme una realtà che aveva una direzione precisa, forte, identitaria.

Erano anni che non tornano. Non perché il basket sia cambiato, ma perché è cambiato il modo in cui lo si viveva. Quelle palestre oggi non sono solo lontane. Sono diventate qualcosa di più profondo della nostalgia. Non un’eco. Ma un impatto che resta addosso, che non si attenua, che non si allontana. Perché lì dentro non si passava soltanto del tempo. Si veniva trasformati.

P.S. Dedicato a tutti gli amici che hanno vissuto le stesse esperienze, seppur con annate diverse, ma sempre con gli stessi colori addosso.